Luna esisteva davvero.
Giulia aveva comprato quel collare giallo con i soldi che normalmente usava per la merenda.
Due giorni prima di smettere di frequentare la scuola aveva chiesto all’autista dello scuolabus se fosse possibile portare un cane dentro una scatola.
La donna che guidava quella tratta si chiamava Ada.
Aveva sessantanove anni, capelli corti color argento e il modo di parlare delle donne che hanno visto abbastanza vita da non spaventarsi facilmente.
Quando le descrivemmo il collare, smise di parlare.
«Io dissi a quella ragazza che non potevo aiutarla.»
«Aiutarla a fare cosa?»
«A portare via la cucciola.»
Ada venne da noi quello stesso pomeriggio.
Bruno la riconobbe.
Si alzò lentamente.
Camminò verso di lei e appoggiò la fronte contro le sue ginocchia.
Ada si coprì la bocca con le mani.
«Nonno mio…»
Ogni mattina vedeva Giulia fermarsi al cancello prima di salire sull’autobus.
A volte gli passava un biscotto.
A volte svuotava mezza bottiglia d’acqua nella ciotola.
Poi, nelle ultime settimane, accanto a Bruno era comparsa Luna.
Piccola.
Color crema.
Una macchia nera intorno all’occhio destro.
«Giulia voleva che la nascondessi», disse Ada.
«Da Mauro?»
Annuì.
Il mattino del 29 maggio Giulia salì sull’autobus con uno scatolone forato.
Disse che conteneva un progetto scolastico.
Poi, dentro, qualcosa graffiò il cartone.
Ada accostò.
Aprì lo scatolone.
Luna tirò fuori la testa.
Giulia cominciò a parlare velocemente.
Mauro aveva portato a casa il cucciolo settimane prima.
Diceva che forse un giorno lo avrebbe venduto.
Giulia non sopportava il modo in cui parlava degli animali come fossero oggetti.
Bruno, invece, viveva in quel cortile già da prima.
Nessuno sapeva davvero da dove arrivasse.
Aveva una cuccia di compensato.
Una catena pesante.
Una ciotola che spesso restava vuota.
Giulia aveva iniziato a occuparsi di lui di nascosto.
Puliva l’acqua.
Gli metteva vecchi asciugamani nella cuccia d’inverno.
Conservava pezzi di carne dal pranzo della domenica.
Quella parte Ada la ricordava bene.
«La nonna della ragazza preparava il ragù», raccontò. «Giulia avvolgeva sempre un pezzetto di carne nel tovagliolo. Diceva che era per dopo. Era per Bruno.»
Quando arrivò Luna, il vecchio cane cambiò.
La cucciola dormiva vicino a lui.
Gli rubava il cibo.
Gli mordeva le orecchie.
Gli portava la pallina rossa.
Bruno la lasciava fare.
Se la ciotola restava vuota, colpiva il metallo con la zampa finché Giulia non arrivava.
Fu allora che capimmo anche i profondi solchi attorno al paletto.
Bruno non camminava in cerchio per nervosismo.
Tirava verso tre punti.
La ciotola.
La corda di Luna.
Il buco sotto la recinzione.
Verso di lei.
Giulia aveva sentito Mauro parlare al telefono di portare via il cucciolo.
Così aveva inciso sul retro della medaglietta:
NON LASCIATE CHE LA PORTI VIA.
Poi aveva chiesto aiuto ad Ada.
Il piano fallì quasi subito.
Mauro si accorse che Luna mancava.
Seguì l’autobus.
Giulia si spaventò.
Quando il mezzo si fermò, tornò verso casa con lo scatolone.
Ada avvisò la scuola.
Poi vennero chiamate le autorità.
Quella sera Teresa e sua figlia furono accompagnate in un luogo protetto.
Poterono portare soltanto poche cose.
Non gli animali.
Teresa pensava che qualcuno sarebbe tornato per Bruno.
Quel qualcuno non arrivò.
Per settimane.
«E Luna?» chiesi.
Ada abbassò gli occhi.
«Credevo fosse andata con Giulia.»
Ma non era possibile.
Il collare era rimasto sotto il paletto di Bruno.
Tornammo nella casa quella sera.
La pioggia del giorno prima aveva ammorbidito il terreno.
Dietro una tavola allentata trovammo piccoli segni.
Impronte.
Sul retro della veranda, una vecchia clip metallica della corda di Luna era spezzata.
La cucciola doveva essersi liberata.
La signora Carmela ricordò qualcosa.
Quella sera, verso le nove, aveva visto Luna infilare il muso sotto la recinzione.
Bruno era sdraiato dall’altra parte.
Poi arrivò un furgone bianco.
Ne scese un uomo.
«Ha preso la piccola», disse Carmela.
«Era Mauro?»
«No. Almeno credo di no.»
L’uomo indossava una camicia grigia.
Sul furgone c’erano delle scritte.
Carmela non riuscì a leggerle.
Dopo che il mezzo partì, Bruno tirò la catena per ore.
La mattina seguente il collare giallo era vicino al paletto.
Come poteva essere tornato lì?
Pubblicammo un appello senza rivelare il messaggio inciso sulla medaglietta.
Nessun risultato.
Poi ricevemmo un messaggio anonimo.
L’uomo del furgone non le ha fatto del male. Cercate prima la ragazza.
L’account sparì.
Non provammo a rintracciare il luogo protetto dove si trovavano Teresa e Giulia.
Mandammo invece una lettera attraverso l’assistente che le seguiva.
Scrissi una sola cosa importante.
Bruno era vivo.
Era al sicuro.
E dormiva sotto il collare giallo di Luna.
Giulia telefonò meno di un’ora dopo.
«Nonno sta male?»
Sembrava molto più piccola dei suoi quindici anni.
«È molto magro.»
Silenzio.
«Ma ha mangiato pollo stamattina.»
«Fa ancora rumore con la ciotola?»
Guardai Bruno dietro il vetro.
«Sì.»
La ragazza scoppiò a piangere.
Due giorni dopo venne con sua madre.
Bruno sentì il suo odore prima che la porta si aprisse.
Si alzò.
Le zampe posteriori scivolarono.
Ma camminò verso Giulia.
Lei si inginocchiò.
Bruno appoggiò la testa contro il suo petto.
Non saltò.
Non abbaiò.
Si appoggiò soltanto.
Come fanno certi vecchi quando finalmente arriva il figlio che aspettavano da troppo tempo.
Teresa rimase vicino alla porta.
«Pensavo davvero che qualcuno sarebbe tornato a prenderlo», disse.
Non cercò scuse.
Raccontò solo cosa succede quando la paura restringe il mondo.
In quel momento aveva pensato a sua figlia.
A una borsa.
A una macchina che le portasse via.
Poi erano passati i giorni.
E ogni giorno senza chiedere notizie di Bruno rendeva più difficile farlo il giorno successivo.
Giulia vide il collare.
«Io non l’ho lasciato lì.»
«Dove l’avevi lasciato?»
«Addosso a Luna.»
Prima di partire aveva nascosto la cucciola vicino alla veranda.
Aveva anche lasciato un biglietto sotto la ciotola di Bruno.
C’era scritto:
Luna è libera. Prendete tutti e due. Chiamate zia Rossella.
Fu Carmela a trovare il biglietto.
Sul retro c’era il numero di Enrico, un uomo che consegnava gratuitamente cibo per animali alle famiglie del quartiere attraverso una piccola raccolta solidale.
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