Era lui l’uomo del furgone.
Enrico era arrivato alle 21:05.
Luna riusciva a passare sotto la recinzione.
Bruno no.
Quando Enrico provò ad avvicinarsi al cane grande, Bruno si rifugiò nella cuccia.
La catena era chiusa con un grosso lucchetto.
Enrico non aveva tronchesi.
Così prese Luna.
Promise che sarebbe tornato.
Quella notte Mauro rientrò.
Trovò il biglietto.
Tolse acqua e cibo a Bruno.
La mattina dopo Enrico tornò con gli attrezzi, ma il cancello era stato rinforzato dall’interno.
Provò a chiedere aiuto più volte.
Nel frattempo continuò a lasciare cibo attraverso la recinzione.
Poi dovette allontanarsi per assistere suo padre anziano.
«Luna dov’è?» chiese Giulia.
Enrico l’aveva portata da zia Rossella.
Sembrava la fine della storia.
Invece fu l’inizio di una seconda scomparsa.
Rossella abitava in un condominio dove non poteva tenere Luna a lungo.
Tre sere dopo, un piccolo incendio scoppiò in un appartamento al piano inferiore.
Niente di irreparabile, ma abbastanza fumo da far evacuare la palazzina.
Rossella uscì con Luna avvolta in un asciugamano.
Poi tornò indietro per aiutare una vicina ottantenne.
Affidò Luna a una persona in cortile.
Quando tornò, la persona non c’era più.
Nemmeno Luna.
La cucciola era senza collare.
Senza medaglietta.
Senza microchip.
Rossella la cercò per settimane.
Giulia controllava gli annunci dal luogo protetto.
Enrico telefonava ai rifugi.
Niente.
Il problema era semplice.
Tutti cercavano una cucciola.
Ma Luna stava crescendo.
Ricominciammo dal rapporto sull’incendio.
Una donna ricordava di aver affidato la cucciola a un uomo con un cappellino rosso.
L’uomo, a sua volta, l’aveva lasciata vicino a un mezzo dei soccorsi.
Qualcuno disse di aver visto una giovane cagnolina chiara attraversare il parcheggio e scappare.
Controllammo decine di segnalazioni.
Una ci fece fermare.
Cinque giorni dopo l’incendio, a circa venticinque chilometri di distanza, una cagnolina era stata raccolta vicino a un’area industriale.
Nella scheda figurava come meticcia bianca.
Macchia nera sull’occhio sinistro.
«Luna ce l’aveva a destra», disse Giulia.
Guardammo la fotografia.
Era stata scattata con la fotocamera frontale di un vecchio tablet.
L’immagine era specchiata.
La macchia era a destra.
La cagnolina era stata chiamata Stella.
Dopo pochi giorni era stata affidata a una volontaria di nome Emilia.
Riuscimmo a rintracciarla.
«Non è più qui», disse.
Mi si strinse lo stomaco.
«È stata adottata?»
«È scappata durante un temporale.»
Emilia ci raccontò qualcosa di strano.
Stella non giocava quasi con nulla.
Tranne una pallina rossa.
La portava davanti alla porta.
La poggiava sul pavimento.
E aspettava.
Una sera, sul televisore, apparve per pochi secondi un cane tigrato molto grande.
Stella corse allo schermo e appoggiò entrambe le zampe sul vetro.
Emilia aveva registrato la scena.
Quando ci mandò il video, Giulia non ebbe dubbi.
«È lei.»
C’era la macchia sull’occhio.
La piccola striscia bianca sul naso.
E un dito nero sulla zampa anteriore.
Luna.
Era fuggita il 3 luglio.
L’ultima segnalazione la collocava vicino a un deposito di vecchi furgoni e magazzini, non lontano dalla zona portuale.
Andammo lì quella sera.
Giulia portava la pallina rossa trovata nel cortile di Bruno.
Bruno rimase in clinica.
Era ancora troppo debole.
Sistemammo cibo e una piccola telecamera.
Aspettammo.
Alle 21:14 arrivò l’avviso.
Una sagoma entrò nell’immagine.
Magra.
Color crema.
Una macchia nera sull’occhio.
Giulia appoggiò una mano allo schermo.
«Luna.»
La cagnolina si nascose sotto un vecchio rimorchio quando ci sentì.
Giulia si sedette per terra.
Posò la pallina davanti alle ginocchia.
Non urlò il nome.
Non corse.
Disse soltanto:
«Nonno ti sta aspettando.»
Dal buio apparve un muso.
Luna annusò.
Fece un passo.
Poi un altro.
Giulia fece rotolare la pallina.
Luna la guardò fermarsi vicino a un tubo.
La prese in bocca.
E corse.
Non nella direzione opposta.
Verso Giulia.
La ragazza la strinse.
Luna le leccava il viso, le mani, le maniche.
Teresa si accovacciò accanto a loro.
Enrico si sedette sul marciapiede.
Dario si voltò dall’altra parte facendo finta di controllare il furgone.
Io pensai a Bruno.
Per quarantatré giorni aveva aspettato.
Non una persona.
Non una ciotola.
Non la libertà.
Lei.
Quando tornammo alla clinica era quasi notte.
Luna era nel furgone.
Bruno dormiva in una stanza dall’altra parte del corridoio.
Non poteva vederla.
Con il rumore dell’aria condizionata era difficile persino sentirla.
Eppure sollevò la testa.
Luna lasciò cadere la pallina.
Tac.
Bruno si alzò.
Andò davanti alla sua ciotola vuota.
E la colpì con la zampa.
Una volta.
Come faceva nel cortile.
Preparammo l’incontro nel piccolo giardino recintato della clinica.
La veterinaria voleva prudenza.
Erano passate settimane.
Luna era cresciuta.
Bruno aveva dolore all’anca.
Potevano reagire diversamente.
Aprirono due porte opposte.
Luna entrò.
Bruno entrò.
Si guardarono.
Tre secondi.
Luna si abbassò sull’erba.
La coda iniziò a battere.
Bruno camminò verso di lei più velocemente che poteva.
Luna gli andò incontro quasi strisciando.
Lui le annusò il muso.
Le orecchie.
La zampa.
Poi andò verso la ciotola piena d’acqua.
La colpì.
Luna lo seguì.
Bruno si spostò.
La lasciò bere per prima.
Giulia si coprì il viso.
In quell’istante capii tutto quello che Bruno aveva tentato di dirci.
I solchi intorno al paletto.
Il collare.
La ciotola.
La recinzione.
La pallina.
Bruno non stava cercando una via per fuggire dal suo cortile.
Stava cercando di raggiungere Luna.
E il collare?
Anche quello ebbe finalmente una spiegazione.
Quando Enrico era arrivato, Luna aveva cercato di passare sotto la tavola allentata.
Il collare si era impigliato in un chiodo.
La fibbia si era aperta.
Era caduto dentro il raggio della catena di Bruno.
Bruno l’aveva raccolto.
L’aveva portato al paletto.
Poi, girandoci intorno per ore, aveva spinto sopra un po’ di terra.
Non aveva nascosto una prova.
Aveva protetto un odore.
Il paletto era l’unica cosa che non cambiava mai.
Le persone sparivano.
Il cibo finiva.
L’acqua evaporava.
Luna era scomparsa.
Il paletto restava.
Così aveva conservato lì ciò che di Luna gli rimaneva.
Come certe madri italiane che tengono per quarant’anni una camicia nell’armadio perché conserva ancora il profumo di un figlio lontano.
Non è razionale.
Ma l’amore raramente lo è.
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