Teresa e Giulia, però, non potevano ancora portare i cani a casa.
Vivevano in un alloggio temporaneo.
Teresa aveva trovato lavoro in un magazzino alimentare.
Giulia frequentava corsi estivi e parlava con una psicologa.
Nella domanda per un nuovo appartamento avevano scritto:
Due cani.
Non uno.
La nostra piccola associazione decise di tenere Bruno e Luna insieme.
Togliemmo la parete divisoria tra due box.
Mettemmo un grande materasso.
Bruno avrebbe dovuto dormirci sopra.
Luna, naturalmente, dormiva sopra Bruno.
Ogni mattina venivano riempite due ciotole.
Bruno controllava prima quella di Luna.
Se era vuota, la colpiva con la zampa.
Luna aumentò di peso.
Bruno anche.
Sul collo del vecchio cane ricominciò lentamente a crescere il pelo.
Giulia veniva ogni settimana.
Una domenica arrivò con una vaschetta.
«Mamma ha fatto il ragù.»
Aveva portato un pezzetto di carne per Bruno.
«Come facevi prima?» le chiesi.
Giulia sorrise.
«Come facevo prima.»
Per tanti italiani la domenica è una tavola lunga.
Piatti che passano di mano.
Nonni che dicono di aver già mangiato mentre riempiono il piatto agli altri.
Persone che litigano e cinque minuti dopo chiedono: “Vuoi ancora un po’ di sugo?”
Per Giulia, dopo tutto quello che era successo, quel piccolo pezzo di carne rappresentava una cosa enorme.
Una famiglia che stava cercando di ricominciare.
Mauro fu rintracciato e chiamato a rispondere dell’abbandono di Bruno secondo le procedure previste.
Noi consegnammo fotografie, testimonianze e documenti veterinari.
Il collare giallo, invece, rimase fuori dalle fotografie pubbliche.
Giulia voleva conservarlo.
«L’ho inciso perché pensavo che nessuno mi avrebbe ascoltata.»
Le porsi la medaglietta.
«Bruno ti ha ascoltata.»
Giulia la appese vicino al box.
Bruno la annusò una volta.
Poi tornò da Luna.
Quella fu la cosa che mi colpì di più.
Non dormiva più sotto il collare.
Non lo seguiva più quando lo spostavamo.
Non ne aveva più bisogno.
L’odore aveva svolto il suo compito.
Luna era tornata.
Alla fine di agosto arrivò la notizia che aspettavamo.
Teresa aveva ottenuto un piccolo appartamento al piano terra.
Niente lusso.
Due camere.
Cucina stretta.
Un balconcino.
Dietro il palazzo c’era un cortile comune recintato.
Il regolamento permetteva entrambi i cani.
Giulia ci fece una domanda che mi spezzò il cuore.
«Secondo voi Bruno vuole davvero venire con noi?»
Non le risposi.
Aprii il box.
Teresa e Giulia si misero in fondo al corridoio.
Luna era accanto a loro.
Io rimasi dietro Bruno.
Senza toccarlo.
Poteva scegliere.
Il cortile della clinica era a sinistra.
La stanza del cibo a destra.
L’uscita davanti.
Bruno mi guardò.
Poi Luna urtò per sbaglio la ciotola.
Tin.
Le orecchie del vecchio cane si sollevarono.
Camminò verso di lei.
E insieme uscirono.
La prima notte nel nuovo appartamento, Bruno dormì davanti alla porta che dava sul cortile.
Teresa pensò che avesse paura.
Giulia capì subito.
Da quella porta Luna usciva per fare la passeggiata serale.
Bruno aveva scelto il posto dal quale poteva controllare che tornasse.
Con l’autunno cominciò a camminare meglio.
L’anca rimase rigida.
Luna imparò ad aspettarlo.
Se correva troppo avanti, si fermava e tornava indietro.
Ogni giovedì pomeriggio Giulia faceva una piccola cosa.
Riempiva entrambe le ciotole.
Metteva due palline rosse vicino alla porta.
Poi si sedeva sul pavimento e scriveva su un quaderno.
Non soltanto le cose brutte.
Scriveva le cose normali.
Luna ha rubato un calzino.
Bruno odia le carote.
Mamma oggi ha riso mentre i cani cercavano di entrare insieme in bagno.
Questa, secondo me, è una delle cose più difficili da imparare quando si supera una brutta stagione.
Non bisogna cancellare tutto.
Bisogna trovare un posto sicuro dove mettere i ricordi.
Qualche mese dopo la vecchia casa venne destinata alla demolizione.
Giulia chiese di tornarci un’ultima volta.
Portammo Bruno.
Il tavolo di plastica era caduto.
Le erbacce coprivano quasi tutto.
Ma il paletto di ferro era ancora lì.
Bruno attraversò il cortile lentamente.
Annusò il punto dove avevamo trovato il collare.
Andò vicino alla tavola della recinzione.
Poi sentì Luna muoversi fuori dal cancello.
La testa si alzò.
Per un attimo trattenni il fiato.
Pensavo che si sarebbe sdraiato.
Che avrebbe rimesso una zampa sopra quella terra.
Non lo fece.
Si voltò.
E uscì.
Dario rimosse il vecchio paletto.
Chiesero a Giulia se volesse conservarlo.
Scosse la testa.
«No.»
Guardò Bruno raggiungere Luna.
«A quel ferro non deve essere legato più niente.»
Finì nel camion destinato al riciclo.
Mesi dopo, davanti alla nostra sede installammo una piccola fontanella con due ciotole sempre piene.
I soldi arrivarono dagli abitanti del quartiere.
Dal postino.
Dalla signora Carmela.
Da una pensionata che ci portò cinque euro avvolti in un fazzoletto.
Dal proprietario della ferramenta.
Da una famiglia che disse di non poter dare molto e lasciò comunque una busta.
Da gente che magari non si salutava da anni.
Quella era la cosa più italiana di tutta la storia.
Un quartiere può passare mesi a discutere per un motorino parcheggiato male.
Può sapere chi ha litigato con chi prima ancora che lo sappiano i parenti.
Può sembrare indifferente.
Poi succede qualcosa.
E la signora del secondo piano porta l’acqua.
Il postino lascia il panino.
Due ragazzi lanciano il pollo oltre il cancello.
Un uomo torna di notte con le tronchesi.
Una pensionata mette cinque euro in una busta.
Nessuno fa il miracolo da solo.
Ma cento piccoli gesti, messi uno accanto all’altro, a volte gli assomigliano.
Sopra le due ciotole mettemmo una targhetta.
Niente fotografie.
Niente nomi.
Solo quattro parole:
TENETE PIENE ENTRAMBE LE CIOTOLE.
Bruno la vede ogni volta che torna per un controllo.
Prima di bere, annusa sempre la seconda ciotola.
Luna porta ancora la sua pallina rossa davanti alla porta la sera.
Ma adesso non resta lì ad aspettare da sola.
Il vecchio collare giallo è nel cassetto della scrivania di Giulia.
La catena non esiste più.
Il paletto è stato portato via.
E Bruno, finalmente, non aspetta più nessuno.





