Anna mise cucce ortopediche in diverse stanze.
Lilla, però, continuava a cambiare posto.
Voleva sapere dove fossero gli altri.
Quando aveva circa quindici anni, i suoi reni cominciarono a cedere.
Le cure aiutarono per un po’.
Poi arrivò un giorno in cui non volle più mangiare.
Elisa, la veterinaria che l’aveva curata dopo l’alluvione, venne alla casa.
Eravamo presenti anche io e Stefano.
Non pioveva.
Lilla era sdraiata sotto il portico.
Moro era dietro di lei.
Bianca aveva appoggiato la sua zampa bianca vicino alla spalla della madre.
Nino era accanto ad Anna.
Fiuto era contro il suo petto.
Prima che Elisa iniziasse, Lilla sollevò lentamente la testa.
Annusò Moro.
Poi Bianca.
Poi Nino.
Infine Fiuto.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Anna le accarezzò la fronte.
«Ci sono tutti.»
Lilla appoggiò la testa.
Poco dopo se ne andò.
Fiuto rimase immobile.
Annusò il muso della madre.
Le girò attorno.
Poi si sdraiò e appoggiò il mento sulla sua zampa.
Era esattamente la stessa posizione della prima fotografia scattata nella palestra, dopo il salvataggio.
Solo che allora era un cucciolo minuscolo e bagnato.
Ora aveva il muso che cominciava a diventare grigio.
Lilla fu sepolta vicino allo stagno, sotto una grande quercia.
Sulla pietra Paolo fece incidere:
LILLA
NE PROTESSE TRE
E MANDÒ UNO A CERCARE AIUTO
Fiuto visse ancora tre anni.
Continuò ad aspettare vicino alle porte.
Continuò a controllare che nessuno restasse indietro.
Durante la sua ultima estate portammo la barca allo stagno un’ultima volta.
Non accendemmo il motore.
Fiuto camminò lentamente verso l’acqua.
Annusò il bordo di alluminio.
Guardò Stefano.
Guardò me.
Paolo lo aiutò a salire.
La barca rimase legata alla riva.
Fiuto si sedette a prua con il vecchio giubbotto.
Dietro di lui, Moro, Bianca e Nino riposavano all’ombra della quercia.
Per qualche minuto Fiuto guardò l’acqua.
Nessuna corrente.
Nessun finestrino rotto.
Nessuna auto che affondava.
Nessuno da andare a chiamare.
Solo il sole sopra uno stagno tranquillo.
Poi si voltò.
Scese.
Camminò fino alla quercia di Lilla.
E si sdraiò.
Morì alcuni mesi più tardi nella casa dei Rinaldi, circondato dalle persone e dai cani con cui aveva vissuto.
Le sue ceneri furono poste accanto a Lilla.
Sulla sua pietra vennero incise poche parole:
FIUTO
RAGGIUNSE LA SALVEZZA
E POI TORNÒ INDIETRO
Ancora oggi, ogni tanto, il vecchio video del salvataggio ricompare.
Si vede un cucciolo bagnato sopra il tetto.
La barca arriva.
Lui rifiuta di salire.
Scompare nel finestrino.
Poi vengono tirati fuori gli altri.
Il filmato finisce lì.
Per molti quella è tutta la storia.
Un cucciolo coraggioso.
Una madre salvata.
Un lieto fine.
Ma io ho imparato che il salvataggio è soltanto il punto in cui una vita ricomincia.
La parte più importante venne dopo.
Lilla imparò che la pioggia poteva cadere senza portarle via i figli.
Fiuto imparò che una barca poteva allontanarsi e poi riportarlo a riva.
Quattro cuccioli crebbero diventando individui, senza perdere il legame con la madre.
Una famiglia trasformò la propria casa per accoglierli responsabilmente.
Un intero quartiere, già ferito dall’acqua, trovò ancora qualcosa da dare.
Coperte.
Tempo.
Cinque euro.
Un guinzaglio.
Una ciotola.
Un posto sul pavimento.
Un piatto di pasta per un volontario.
La solidarietà non arrivò da persone che avevano tutto.
Arrivò soprattutto da chi sapeva cosa significa perdere.
Per anni si disse che Fiuto avrebbe potuto salvarsi da solo, ma aveva scelto la famiglia.
Era vero.
Ma c’era un’altra verità.
Fiuto era riuscito a raggiungere quel tetto perché sotto di lui Lilla continuava a proteggere gli altri.
Forse lo aveva spinto verso il finestrino.
Forse aveva creato per lui un passaggio strappando il sedile.
Forse aveva semplicemente insistito finché il più piccolo aveva capito che l’unica strada era verso l’alto.
Non lo sapremo mai.
Sappiamo però che Lilla rimase dentro.
Fiuto uscì.
Lilla tenne insieme la famiglia.
Fiuto trovò qualcuno disposto a guardare.
E quando finalmente arrivammo abbastanza vicini da offrirgli la salvezza, quel piccolo cane fece una cosa che non ho più dimenticato.
Non ci chiese di portarlo via.
Ci chiese di seguirlo.
Come se potesse dirci:
Non avete ancora finito.
Mia madre è dentro.
I miei fratelli sono dentro.
Mia sorella è dentro.
Non andatevene solo perché avete visto me.
Da allora, durante ogni emergenza, ho sempre ricordato quel tetto blu che scompariva sotto l’acqua.
Perché chi riesce a farsi vedere non è necessariamente l’unico che ha bisogno di aiuto.
A volte è soltanto quello mandato avanti dagli altri.
A volte la vita che raggiunge per prima la nostra mano non ci sta chiedendo di essere portata via.
Ci sta chiedendo di guardare meglio.
Più in profondità.
Più vicino.
Dietro una porta.
Dentro una casa.
Oltre un finestrino rotto.
Fiuto aveva trovato una via d’uscita.
Ciò che lo rese speciale non fu essere arrivato in salvo.
Fu essersi ricordato di chi non c’era ancora arrivato.
E tornare indietro.





