Il cucciolo tornava alla mia porta ogni alba: poi mi riportò l’oggetto che avevo sepolto insieme al mio vecchio compagno
Avevo giurato al reparto che non avrei mai più lavorato con un cane.
Poi arrivò quel cucciolo.
Ogni mattina, prima ancora che il bar sotto casa alzasse la serranda, sentivo due piccoli graffi sulla porta.
Scratch.
Silenzio.
Scratch.
All’inizio lo detestavo per questo.
Non lui, naturalmente.
Lui non aveva fatto niente.
Era solo un giovane pastore tedesco con zampe troppo grandi, un orecchio già dritto e l’altro piegato come un fazzoletto stanco. Aveva l’alito caldo da cucciolo, gli occhi color miele e quella goffaggine che fa sorridere perfino chi non vuole sorridere.
Ma ogni volta che sentivo quelle unghie contro il legno, dentro di me saliva la stessa frase.
Tu non sei Nero.
Nessun cane meritava di essere accolto con quelle parole.
Eppure io continuavo a ripetermele.
Mi chiamo Luca Ferri.
All’epoca avevo cinquantadue anni e lavoravo da quasi trent’anni in un reparto cinofilo della polizia cittadina, nel Nord Italia.
O almeno risultavo ancora in servizio.
Perché dopo la morte di Nero ero diventato una specie di fantasma che indossava una divisa.
Camera da letto.
Moka sul fuoco.
Camicia.
Chiavi.
Comando.
Casa.
Televisore acceso senza guardarlo.
Niente sonno.
E il giorno dopo tutto da capo.
Nero era stato il mio compagno per otto anni.
Un pastore tedesco nero focato, grosso, elegante, con una piccola cicatrice sopra l’occhio destro e il vizio vergognoso di rubarmi i calzini dal cesto della biancheria.
Aveva uno sguardo particolare.
Con le persone spaventate diventava quasi morbido.
Con quelle pericolose bastava che sollevasse appena la testa.
Non aveva bisogno di fare il fenomeno.
Sapeva chi era.
Viaggiava dietro di me sul mezzo di servizio.
Dormiva accanto al mio letto.
Conosceva la differenza tra la voce che usavo durante il lavoro e quella che avevo quando telefonavo a mio padre nei giorni brutti.
Poi, una sera di febbraio, durante un intervento in un vecchio capannone industriale, Nero non tornò a casa con me.
Tornarono il guinzaglio.
Il collare.
La medaglietta.
Ma lui no.
Per tre settimane lasciai la sua ciotola esattamente dov’era.
Non riuscii nemmeno a lavarla.
Per tre settimane dormii sul divano perché la camera da letto mi sembrava troppo grande.
Per tre settimane, appena sveglio, aprii automaticamente la porta del balcone.
E ogni volta mi ricordavo un secondo dopo che nessuno doveva uscire.
Fu allora che il mio responsabile, Carlo, si presentò con il cucciolo.
Il piccolo era seduto sul pianerottolo del mio condominio come una domanda alla quale non avevo nessuna intenzione di rispondere.
Sul collare di addestramento, ancora troppo largo per il suo collo, c’era scritto:
BRANDO.
Quasi risi.
Sarebbe stata una risata cattiva.
Per fortuna non uscì.
Carlo incrociò le braccia.
«Non è pronto per il servizio.»
«Allora portalo da qualcuno che abbia voglia di prepararlo.»
«Deve solo abituarsi a una persona.»
«Ce ne sono cinquanta, al reparto.»
«Lui continua a venire qui.»
Lo guardai.
«Non sa nemmeno chi sono.»
Carlo fece spallucce.
«Forse no.»
Abbassai gli occhi verso Brando.
Il cane mi fissò.
Poi starnutì.
Un piccolo starnuto ridicolo.
Quella sciocchezza mi colpì più di quanto avrei voluto ammettere.
Chiusi la porta.
La mattina dopo Brando tornò.
E quella dopo ancora.
Non abbaiava.
Non piangeva.
Non faceva scenate.
Grattava due volte.
Aspettava.
A volte si sdraiava sul pianerottolo con il muso rivolto verso la fessura sotto la porta.
Altre volte arrivava con una pallina arancione del campo di addestramento.
Una mattina comparve addirittura con un guanto di Carlo in bocca.
Sentii Carlo imprecare sottovoce dalle scale.
Poi soffocare una risata.
Io non aprii.
Mi raccontavo che lo facevo per il bene del cane.
Un uomo distrutto non può educare un buon cane.
Un uomo che ogni mattina si sveglia con la sensazione di aver lasciato indietro qualcuno non dovrebbe essere responsabile di una nuova vita.
Mi sembrava logico.
Poi arrivò l’undicesimo giorno.
Pioveva.
Una pioggia fina, di quelle che sotto i portici sembrano innocue e invece dopo mezz’ora ti entrano nelle ossa.
Sentii le unghie sul pianerottolo.
Guardai dallo spioncino.
Brando era seduto davanti alla mia porta.
Bagnato.
Un orecchio completamente abbassato.
La pallina arancione tra le zampe.
Carlo era venti metri più indietro, al riparo vicino alle scale.
Non mi chiamò.
Non bussò.
Non mi diede scuse.
Brando guardava la mia porta come se per lui una porta chiusa fosse solo un problema di pazienza.
Come se aspettare facesse parte dell’addestramento.
Il quattordicesimo giorno scrissi la lettera di dimissioni.
La misi sul tavolo della cucina.
Accanto al collare di Nero.
Avevo già immaginato tutto.
Avrei consegnato la lettera.
Avrei svuotato l’armadietto.
Avrei portato mio padre a pranzo la domenica.
Forse avrei trovato qualche lavoro tranquillo.
Portineria.
Sicurezza privata.
Qualcosa dove nessuno dipendesse da me.
Poi sentii il rumore.
Scratch.
Pausa.
Scratch.
Non so perché, ma quella mattina mi arrabbiai.
Aprii la porta deciso a dire a Carlo che doveva finirla.
Carlo però non c’era.
C’era solo Brando.
Seduto.
E tra le sue zampe non c’era la pallina arancione.
C’era una vecchia pallina verde.
Spaccata su un lato.
Consumata dai denti.
Rimasi immobile.
Perché quella pallina apparteneva a Nero.
E io non la vedevo dal giorno della commemorazione.
Prima che Nero morisse, credevo che un rapporto tra conduttore e cane si costruisse attraverso l’addestramento.
Comandi.
Ripetizione.
Premio.
Correzione.
Ore e ore sul campo finché il corpo del cane imparava il significato della tua voce prima ancora che tu finissi la parola.
Nero mi aveva insegnato che quella era soltanto la superficie.
Il vero legame viveva sotto.
Viveva nel modo in cui spostava il peso quando sentiva cambiare il mio.
Nel piccolo brontolio che faceva se ci mettevo troppo ad allacciarmi gli scarponi.
Nel silenzio delle notti in servizio, quando attraversavamo strade quasi vuote e perfino una città rumorosa sembrava trattenere il respiro.
Avevo conosciuto Nero quando aveva quattordici mesi.
Era tutto gambe, denti e diffidenza.
Non gli piacevo.
Gli piaceva il mio scarpone sinistro.
Gli piaceva il manicotto da addestramento.
Gli piaceva salire sul mezzo.
Io ero facoltativo.
Durante la prima settimana ignorò un mio richiamo davanti a tre colleghi anziani e inseguì per mezzo campo un sacchetto di carta spinto dal vento.
Carlo rise talmente forte che dovette sedersi.
«Auguri, Ferri.»
Pensai seriamente di chiedere un altro cane.
Per fortuna non lo feci.
Nero era difficile.
Ma non era pigro.
Voleva lavorare.
Semplicemente pretendeva che gli dimostrassi di meritarmi la sua fiducia.
Così mi presentai.
Ogni giorno.
Con il caldo.
Con la pioggia.
Durante i turni interminabili.
Quando arrivarono le carte della separazione da mia moglie.
Quando mio padre ebbe il primo ictus.
Quando mia sorella mi telefonò alle cinque del mattino per dirmi che nostra madre non si era svegliata.
Nero c’era.
Durante il mio divorzio dormì davanti alla porta dell’appartamento per settimane, come se pensasse che anche il dolore potesse tentare di scappare.
Quando mio padre entrò in una casa di riposo, ogni domenica caricavo Nero in macchina e andavamo a trovarlo.
Papà gli passava sotto il tavolo pezzi di prosciutto che non avrebbe dovuto mangiare nessuno dei due.
«Non dirlo a tua sorella.»
«Papà, il cane non parla.»
«Ma tu sì. Ed è questo il problema.»
Nero rimaneva seduto vicino alla sua sedia.
Aspettava.
Mio padre faceva finta di non accorgersi della saliva che cadeva sul pavimento.
Una domenica gli disse:
«Sai qual è la differenza tra te e mio figlio?»
Nero inclinò la testa.
«Tu almeno sai quando stare zitto.»
Io avevo cinquant’anni e ancora riusciva a farmi sentire un ragazzino.
Quella era la nostra famiglia.
Storta.
Ridotta.
Ma famiglia.
Nero era stato con me anche nei giorni che nessuno racconta volentieri.
Aveva trovato un anziano con problemi di memoria che mancava da casa da quasi dieci ore.
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