Era rimasto immobile vicino alla porta di un ripostiglio durante un intervento delicato, aspettando che una bambina spaventata uscisse insieme alla madre.
Una notte, in un capannone senza corrente, era stato lui a guidarmi attraverso il buio con la tensione del guinzaglio.
Per il reparto esistevano i rapporti.
Ore di servizio.
Interventi.
Risultati.
Io conoscevo il resto.
Il calzino portato alla porta quando voleva uscire.
Il modo in cui alzava il muso prima dei temporali.
La zampa appoggiata sul mio ginocchio dopo certe giornate.
Non chiedeva carezze.
Sembrava solo voler dire:
Resta qui.
Non andare troppo lontano con la testa.
E poi c’era la pallina arancione.
Nero la adorava.
Tutti i cani da lavoro hanno un gioco preferito, ma lui trattava quella pallina come una reliquia.
La tenevamo nell’armadietto.
Poi sul mezzo.
Poi misteriosamente finiva sotto il divano di casa mia.
Dopo la sua morte non riuscii più a trovarla.
Pensai che qualcuno avesse sistemato le sue cose.
Non chiesi.
Il dolore rende codardi perfino uomini abituati alle emergenze.
Quando Brando aveva cominciato a presentarsi con una pallina arancione, mi ero detto che al reparto ne avevamo decine.
Era vero.
Ma non del tutto.
Al quarto giorno avevo notato una piccola macchia nera vicino alla cucitura.
Nero aveva lasciato lo stesso segno sulla sua.
Chiusi gli occhi.
Feci finta di niente.
Ci sono dettagli che sembrano inviti.
Io non volevo essere invitato da nessuna parte.
Nero era morto di giovedì.
Sui documenti risultava venerdì perché alla clinica veterinaria avevano continuato a tentare fino a dopo mezzanotte.
Io so che era giovedì.
Ricordo la luce.
Fredda.
Blu.
Il venerdì arrivò con la pioggia.
Quella sera eravamo stati chiamati in un vecchio stabilimento industriale alla periferia della città.
Alcune persone erano entrate per rubare materiale dai locali abbandonati.
Finestre rotte.
Pavimenti marci.
Vecchie strutture metalliche.
Un posto che avrebbe dovuto essere chiuso da anni.
Sembrava un intervento semplice.
Ho imparato che la parola “semplice” porta sfortuna.
Nero individuò il primo uomo nascosto dietro una catasta di bancali.
Non servì altro.
L’uomo uscì.
Poi qualcuno cominciò a correre al piano superiore.
Sentii passi.
Un rumore metallico.
Un urlo.
Una parte della struttura cedette.
Ricordo di aver gridato.
Ricordo Nero che si spostava.
Ricordo polvere.
Quando riuscii a raggiungerlo, era a terra.
Una parte dei detriti aveva colpito lui invece di me.
Tentò comunque di alzarsi.
È quella l’immagine che mi è rimasta.
Non il caos.
Non le urla.
I suoi occhi.
Sembrava arrabbiato con il proprio corpo perché non gli obbediva.
Durante il tragitto verso la clinica tenni una mano sul suo collo.
Continuavo a dire il suo nome.
«Nero.»
Poi ancora.
«Nero.»
Per otto anni gli avevo chiesto di restare.
Quella notte ci provò.
Il veterinario uscì poco dopo l’una.
Non servì che parlasse.
Aveva già la risposta negli occhi.
Danni interni troppo gravi.
Non aveva sofferto a lungo.
La gente dice certe frasi perché non sa cos’altro dire.
Lo capisco.
Ma allora non mi aiutò.
Tre giorni dopo organizzarono una commemorazione.
Colleghi schierati.
Una fotografia.
Il collare.
Il guinzaglio appoggiato davanti a un box vuoto.
Carlo parlò.
Non ricordo una parola.
Guardavo soltanto il punto in cui Nero avrebbe dovuto essere seduto, annoiato dalla cerimonia e interessato soprattutto a capire chi avesse del cibo in tasca.
Dopo mi toccarono la spalla.
«Era un cane straordinario.»
«Ha fatto tanto.»
«Ti ha salvato.»
Io annuivo.
Dentro di me, invece, qualcosa si era fermato.
Due settimane dopo dissi a Carlo che lasciavo.
«Il cinofilo o tutto quanto?»
«Tutto.»
Prese la lettera.
Non la aprì.
«Sei in congedo.»
«Ho detto che me ne vado.»
«Ho sentito.»
Pensavo che quella fosse la fine.
Nero morto.
Io finito.
Il reparto sarebbe andato avanti.
Io sarei diventato uno di quegli uomini con vecchie fotografie chiuse in un cassetto e troppi pomeriggi liberi.
Poi Brando arrivò davanti alla mia porta.
E la storia si rifiutò di finire.
Quando vidi la pallina verde, mi accovacciai senza quasi rendermene conto.
«Dove l’hai presa?»
Brando la raccolse.
Fece un passo.
E me la spinse contro il palmo.
Non la lasciò semplicemente cadere.
La spinse.
Come se mi stesse restituendo qualcosa.
Guardai verso le scale.
Carlo era lì.
«Sei entrato in casa mia?»
«No.»
«Allora spiegami questa.»
Carlo sospirò.
«Nero aveva un nascondiglio.»
«Cosa?»
«Sotto una vecchia pedana del reparto. Abbiamo trovato delle cose dopo la commemorazione.»
Lo fissai.
«Che cose?»
«Giochi. Due calzini. Un tuo guanto. Un pezzo di guinzaglio. Questa pallina.»
Quasi risi.
Era da Nero.
Una volta aveva nascosto perfino il microfono della radio perché ero rimasto troppo tempo seduto a compilare rapporti senza considerarlo.
«E Brando?»
«Ha trovato tutto durante uno dei primi giri nei box.»
Guardai il cucciolo.
«Ha preso proprio questa?»
«Per prima.»
Brando agitò la coda.
Lui non sapeva nulla di lutto.
Non sapeva niente di commemorazioni.
Forse non sapeva nemmeno perché continuasse a scegliere certe cose.
O forse i cani custodiscono memorie in un modo che noi non capiremo mai.
Fu allora che Carlo mi raccontò il resto.
Brando non era stato assegnato a me.
Non ufficialmente.
Aveva provato a lavorare con altri conduttori.
Non faceva resistenza.
Non ringhiava.
Non disobbediva.
Era peggio.
Collaborava con educazione.
Poi, appena passava vicino alla zona dove un tempo c’era Nero, tirava da quella parte.
Quando attraversava il parcheggio, cercava il vecchio mezzo che avevo usato io.
Quando Carlo lo caricava in macchina, il cucciolo si metteva a guardare verso la strada che portava al mio quartiere.
«È per questo che l’hai portato qui?»
«Sì.»
«Quindi ha davvero scelto la mia porta.»
Carlo fece una faccia strana.
«A modo suo.»
Odiavo quella frase.
Perché trasformava Brando da possibile sostituto in qualcosa di molto più difficile da respingere.
Una domanda.
Una settimana dopo Carlo arrivò con una cartellina.
Nel frattempo avevo fatto entrare Brando in casa.
Solo perché pioveva, mi dicevo.
Solo per qualche giorno.
Solo finché non avessero trovato una persona adatta.
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