Non so quante telefonate fece.
Non so quante persone convinse.
So solo che due giorni dopo, alle due del pomeriggio, entrammo in quella stanza con Lady.
Papà non lo sapeva.
Era appoggiato ai cuscini, più magro di come ero abituato a vederlo.
Quando la porta si aprì, Lady rimase ferma per mezzo secondo.
Poi riconobbe l’odore.
Non abbaiò.
Non saltò.
Fece un verso piccolo, quasi un lamento, e corse verso il letto.
Papà si mise a piangere.
Non avevo visto mio padre piangere nemmeno al funerale di suo fratello.
Quel pomeriggio pianse senza vergogna.
Batté una mano sulla coperta.
«Vieni qua, brutta bestia.»
Lady mise le zampe sul materasso.
Noi la aiutammo a salire.
Lei si stese accanto a lui e appoggiò la testa sul suo petto.
Papà chiuse gli occhi.
Per quasi un’ora non disse niente.
Continuò soltanto ad accarezzarle un orecchio con due dita.
Alle tre dovemmo portarla via.
Papà sembrava un altro.
«Domani torna?»
Teresa era sulla porta.
«Se fa la brava.»
Papà guardò Lady.
«Hai sentito? Non farmi fare figuracce.»
Da quel giorno diventò un appuntamento.
Alle due.
Sempre.
Era l’ora migliore per papà.
Aveva già mangiato qualcosa, i controlli principali erano terminati e la stanchezza più pesante arrivava verso sera.
Così, ogni pomeriggio, io oppure Chiara passavamo a prendere Lady.
Lei imparò tutto.
La macchina.
Il parcheggio.
L’ingresso.
L’ascensore.
Il corridoio.
Perfino quale porta dovesse aprirsi.
Alle due precise entrava nella stanza.
Papà batteva sulla coperta.
Lei saliva.
Testa sul petto.
Una zampa appoggiata vicino alla sua mano.
Un’ora.
Per sei mesi.
La storia si sparse per il reparto.
Non perché qualcuno volesse farne qualcosa di speciale.
Semplicemente succedeva ogni giorno.
«È arrivata Lady», diceva qualcuno.
Gli infermieri cercavano di organizzare certe attività prima o dopo.
Alcuni pazienti la aspettavano.
Una signora anziana nella stanza di fronte lasciava sempre la porta socchiusa per vederla passare.
Un uomo che riceveva poche visite una volta mi fermò.
«Quando passa quel cane qui sembra meno ospedale.»
Aveva ragione.
Per sessanta minuti quella stanza smetteva di essere una stanza di ospedale.
Tornava ad avere qualcosa della nostra vecchia casa.
Papà parlava a Lady dell’orto.
Del cancello da sistemare.
Del vicino che tagliava la siepe troppo bassa.
Delle olive.
«Quest’anno le raccogliamo insieme, eh.»
Noi sapevamo che forse non sarebbe successo.
Lady no.
E forse papà aveva bisogno di parlare con qualcuno che non sapesse.
Durante quei mesi mio padre perse molte cose.
La forza.
L’autonomia.
L’appetito.
La pazienza.
A volte perfino il desiderio di parlare.
Ma alle 13:50 guardava l’orologio.
Sempre.
«È tardi.»
«Papà, sono meno dieci.»
«Il traffico.»
«Arriva.»
Alle 13:58 si aggiustava la coperta.
Alle 14:00 Lady entrava.
Negli ultimi tempi fu Lady stessa a diventare un orologio.
Alle 13:20 cominciava a girare per casa.
Alle 13:30 andava verso l’ingresso.
Il guinzaglio stava appeso abbastanza in basso perché riuscisse a raggiungerlo.
Una volta la trovammo con la cinghia già in bocca.
Papà rise quando glielo raccontammo.
«Ve l’ho sempre detto. Lei l’ora la sa.»
Era marzo quando papà morì.
Un mercoledì.
Di notte.
Io e Chiara eravamo lì.
Non ci furono scene drammatiche.
Nessuna ultima frase da film.
Papà aveva passato una giornata difficile.
Alle due Lady era stata con lui come sempre.
Quel pomeriggio lui l’aveva accarezzata più a lungo.
Quando venne il momento di andare via, Lady scese dal letto ma tornò subito indietro.
Appoggiò due zampe sul materasso.
Papà le prese il muso tra le mani.
«Vai, che domani ci vediamo.»
Furono le ultime parole complete che gli sentii dire.
Quella notte si addormentò.
E non si svegliò più.
Il giorno dopo la casa era piena.
Succede così nei nostri paesi.
La morte non entra mai da sola.
Si porta dietro cugini che non vedevi da anni, vicini con vassoi coperti dalla carta stagnola, telefonate, sedie da aggiungere, persone che non sanno cosa dire e allora chiedono se serve il caffè.
La signora del piano di sotto arrivò con una torta.
Nessuno la toccò.
Una zia preparò il brodo.
Sergio, l’amico di papà, entrò senza bussare e rimase dieci minuti seduto sulla sua poltrona senza parlare.
Lady era inquieta.
Camminava tra le gambe delle persone.
Annusava.
Cercava.
Ogni tanto entrava nella camera di papà.
Poi tornava.
Credo avesse capito che qualcosa era profondamente sbagliato.
Ma non poteva sapere cosa.
Alle 13:30 tutto cambiò.
Lady si alzò.
Si stiracchiò.
Scosse le orecchie.
Poi andò all’ingresso.
Afferrò il guinzaglio.
Aspettò.
Chiara la vide.
«No.»
Lady mosse la coda.
«No, piccola…»
Mia sorella cominciò a piangere.
Una zia uscì dalla stanza.
Sergio abbassò la testa.
Io guardavo quel cane e sentivo una cosa assurda: avrei preferito affrontare altre cento telefonate piuttosto che quei trenta minuti.
Come si dice a un animale:
Oggi non andiamo?
Come si spiega:
L’uomo che hai aspettato ogni giorno non c’è più?
Alle 13:55 Lady cominciò a diventare impaziente.
Posò il guinzaglio.
Guardò Chiara.
Lo riprese.
Alle 13:59 era ancora lì.
Allora mia sorella si asciugò il viso.
Prese il guinzaglio.
«Va bene.»
La voce quasi non usciva.
«Andiamo da papà.»
La portammo in ospedale.
Ancora oggi non so se fu una scelta giusta.
So soltanto che in quel momento non riuscimmo a fare diversamente.
Lady riconobbe subito la strada.
Durante il tragitto rimase seduta sul sedile posteriore, vigile.
Quando girammo nel viale dell’ospedale si alzò.
Le orecchie andarono in avanti.
La coda cominciò a muoversi.
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