Sotto un’auto abbandonata trovammo una cagna ridotta pelle e ossa: proteggeva cinque cuccioli dalla pioggia, ma il gesto successivo ci spezzò il cuore
La prima cosa che vidi furono gli occhi.
Non le costole. Non il fango incrostato sul pelo. Non l’acqua marrone che le arrivava quasi alle zampe.
Gli occhi.
Due occhi stanchi che ci fissavano da sotto una vecchia macchina senza ruote, sollevata su quattro blocchi di cemento in un terreno abbandonato alla periferia di Bologna.
Era un martedì mattina di fine ottobre.
Pioveva da tre giorni.
Quella pioggia fredda e insistente che noi italiani conosciamo bene, quella che entra nei muri delle case vecchie, gonfia i fossi, trasforma le strade di campagna in fango e fa dire agli anziani al bar: “Una volta le stagioni erano diverse”.
Io mi chiamo Marco e da anni, quando posso, aiuto un piccolo gruppo di volontari che recupera animali abbandonati.
Non è il mio lavoro.
Di mestiere faccio tutt’altro.
Lo faccio nei fine settimana, la sera, quando qualcuno chiama perché c’è un cane lungo una provinciale, una cucciolata dietro un capannone, un animale spaventato che nessuno riesce ad avvicinare.
Dopo un po’ pensi di esserti abituato.
Costruisci una specie di corazza.
Ti dici che devi essere pratico.
Prendi il trasportino. Porti le coperte. Controlli se respira. Chiami il veterinario.
Non puoi piangere ogni volta.
Almeno, questo è quello che raccontavo a me stesso.
Poi incontrai Regina.
La telefonata era arrivata da Giuliano, un magazziniere di cinquantotto anni che lavorava in un deposito vicino a quel terreno.
“Da due notti sento piangere dei cuccioli,” ci disse.
Aveva una voce grossa, da uomo abituato a parlare sopra il rumore dei muletti.
“Ho lasciato pane, carne, quello che avevo. Ma appena mi avvicino, la madre si mette davanti. Stamattina li ho sentiti ancora. Con tutta quest’acqua… venite, per favore.”
Partii con Teresa, una volontaria di sessantadue anni.
Teresa aveva lavorato per quasi quarant’anni come infermiera.
Era in pensione da poco e diceva sempre che non riusciva a stare con le mani in mano.
“Ho passato la vita a raccogliere persone,” scherzava. “Adesso raccolgo cani.”
Quando arrivammo, Giuliano ci aspettava sotto una tettoia.
Aveva il giubbotto da lavoro bagnato sulle spalle.
Ci indicò il fondo del terreno.
“È là.”
Il posto sembrava dimenticato da tutti.
Erbacce alte, pezzi di cemento, reti arrugginite, pneumatici vecchi, pozzanghere così profonde che non si vedeva il fondo.
Al centro c’era una berlina abbandonata.
Niente ruote.
Niente vetri.
La carrozzeria divorata dalla ruggine.
Era sollevata su blocchi di cemento e sotto il telaio rimanevano forse venti centimetri di terreno relativamente asciutto.
Un’isola minuscola in mezzo all’acqua.
Ci avvicinammo lentamente.
Teresa si abbassò.
Io puntai la torcia sotto la macchina.
E la vidi.
Una cagna di taglia media, forse un incrocio con qualche cane muscoloso, difficile dirlo in quelle condizioni.
Il pelo era incollato alla pelle.
Fango sulle zampe.
Fango sul muso.
Fango perfino sulle orecchie.
Le costole sembravano disegnate una per una.
I fianchi erano scavati.
Le ossa del bacino sporgevano in maniera impressionante.
Ma non era quello che mi immobilizzò.
Era la posizione del suo corpo.
Regina si era sistemata sul lato esterno dell’auto, proprio dove entravano vento e pioggia.
Aveva curvato la schiena formando una specie di muro.
Dietro di lei, schiacciati contro la sua pancia, c’erano cinque cuccioli.
Piccoli.
Forse quattro settimane.
Si muovevano.
Pigolavano.
Uno dormiva con il muso appoggiato sulla zampa della madre.
Gli altri cercavano calore.
Erano sporchi, certo.
Ma non erano fradici.
Lei sì.
Regina era completamente bagnata.
Aveva dato ai suoi piccoli gli ultimi centimetri asciutti sotto quella macchina e si era messa dalla parte della pioggia.
Come un tetto.
Come una porta chiusa contro il freddo.
Come quelle madri di una volta che a tavola dicevano di non avere fame perché “avevano già assaggiato cucinando”, mentre tutti sapevano che volevano lasciare una porzione in più ai figli.
Teresa rimase immobile.
Poi disse piano:
“Guardala, Marco.”
Non risposi.
“Lei non sta semplicemente con loro.”
Deglutì.
“Li sta coprendo.”
Regina sollevò la testa.
Con fatica.
Fece un suono basso.
Non un vero ringhio.
Non ne aveva la forza.
Era più un avvertimento.
Un suono debole, ma chiarissimo.
Non toccate i miei piccoli.
Giuliano, dietro di noi, si tolse il berretto.
“È così da giorni,” disse.
“Quando le porto qualcosa, aspetta che io mi allontani. Una volta l’ho vista prendere un pezzo di carne. Pensavo l’avrebbe mangiato.”
Si fermò.
“L’ha portato sotto la macchina.”
Teresa lo guardò.
“Ai cuccioli?”
Giuliano annuì.
Fu in quel momento che capimmo davvero.
I cuccioli avevano la pancia piena.
Non erano grassi, naturalmente, ma erano nutriti molto meglio di lei.
La madre, invece, era uno scheletro.
La matematica era semplice.
Qualunque cosa avesse trovato, l’aveva data a loro.
Giorno dopo giorno.
E oltre al poco cibo raccolto in giro, li stava ancora allattando.
Il suo corpo stava facendo il resto.
Consumava se stesso per produrre latte.
Teresa aveva visto abbastanza sofferenza nella sua vita da capire subito.
“Questa si sta spegnendo,” disse.
Regina ci guardava.
Cinque cuccioli respiravano contro il suo ventre.
E lei sembrava avere una sola domanda negli occhi.
Voi chi siete?
Eravamo lì per salvarla.
Ma lei non poteva saperlo.
Per lei eravamo due estranei che avanzavano verso la sola cosa che le era rimasta al mondo.
Feci un passo.
Regina cercò di sollevare il petto.
Teresa mi fermò con una mano.
“Piano.”
Mi accovacciai.
“Brava, bella.”
Non avevamo ancora deciso di chiamarla Regina.
Quel nome sarebbe arrivato più tardi.
Ma già allora, vedendola, pensai che sotto quella macchina non c’era una randagia.
C’era una madre che aveva difeso un regno grande appena mezzo metro.
E i suoi cinque sudditi dormivano dietro di lei.
Provammo ad avvicinare una ciotola con del cibo morbido.
Regina annusò.
Per un secondo pensai che avrebbe mangiato.
Invece girò la testa verso i cuccioli.
Uno di loro si mosse.
Lei gli diede una piccola leccata sulla schiena.
Poi tornò a fissarci.
Teresa sussurrò:
“Non si concede neanche di mangiare.”
Passarono quasi venti minuti.
Noi sotto la pioggia.
Lei sotto la macchina.
Giuliano fermo qualche metro dietro.
A un certo punto arrivò anche Rosa, una donna che gestiva una piccola bottega alimentare dall’altra parte della strada.
Aveva saputo da Giuliano che stavamo tentando il recupero.
Portò degli asciugamani vecchi.
“Non saranno belli,” disse, “ma sono puliti.”
Poi arrivò Franco, un pensionato che abitava poco distante.
Portò una coperta.
“Era del cane di mio figlio,” spiegò.
Nessuno aveva chiamato nessuno.
La voce si era semplicemente sparsa.
Come succede ancora nei quartieri dove la gente finge di non interessarsi agli altri, ma poi basta una finestra aperta, una notizia detta al bar o davanti alla bottega e improvvisamente tutti sanno che qualcuno ha bisogno.
In meno di mezz’ora eravamo sette persone attorno a quel terreno.
Nessuno faceva rumore.
Nessuno dava ordini.
Tutti guardavano quella madre.
Poi facemmo il primo tentativo per prendere i cuccioli.
E Regina fece qualcosa che ancora oggi, quando ci penso, mi mette un nodo in gola.
Si alzò.
Non so come.
Davvero.
Non so dove trovò la forza.
Le zampe posteriori tremavano così tanto che sembravano piegarsi.
Il ventre quasi toccava terra.
Ogni costola era visibile.
Eppure si alzò.
Quattro zampe.
La testa bassa.
Il corpo davanti ai cuccioli.
Tra noi e loro.
Non abbaiò.
Non cercò di mordere.
Non poteva.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





