Sotto un’auto abbandonata proteggeva cinque cuccioli dalla pioggia: quando ci avvicinammo, fece qualcosa che nessuno si aspettava

Fece semplicemente muro.

Di nuovo.

Aveva usato il proprio corpo contro la pioggia.

Adesso lo usava contro di noi.

Teresa si sedette direttamente nel fango.

Non le importava dei pantaloni.

“Va bene,” disse alla cagna.

“Va bene, mamma. Abbiamo capito.”

Regina oscillò.

Per un attimo pensai che sarebbe caduta.

Ma rimase in piedi.

Rosa, dietro di noi, si portò una mano alla bocca.

Franco guardò altrove.

Gli uomini della sua generazione spesso fanno così.

Quando gli occhi si riempiono troppo, improvvisamente trovano qualcosa di interessantissimo da osservare dall’altra parte.

Teresa iniziò a parlare a Regina.

Non con quella vocina che si usa qualche volta con gli animali.

Le parlava come aveva parlato per anni ai pazienti spaventati.

Piano.

Con rispetto.

“Non ti portiamo via niente.”

Una pausa.

“Siamo qui per aiutarli.”

Regina tremava.

“Lo so che non mi credi.”

Un’altra pausa.

“Hai fatto tutto tu fino adesso.”

La cagna respirava velocemente.

“Adesso facci fare un pezzetto anche a noi.”

Ci volle quasi un’ora.

Lasciammo che ci annusasse.

Mettemmo il trasportino aperto vicino all’auto.

Sistemammo le coperte.

Teresa prese uno dei cuccioli solo per pochi secondi, tenendolo dove Regina poteva vederlo.

Il piccolo protestò.

La madre fece per rialzarsi meglio.

Teresa lo rimise subito accanto a lei.

“Visto?”

Aspettammo.

Poi riprovammo.

Questa volta Regina rimase distesa.

Occhi spalancati.

Corpo teso.

Ma rimase distesa.

Prendemmo il primo cucciolo.

Poi il secondo.

Poi il terzo.

A ogni movimento guardavamo lei.

Al quarto, Regina tentò di alzarsi.

Le zampe cedettero.

Io sentii un gemito alle mie spalle.

Non so chi fosse.

Forse Rosa.

Forse ero io.

Mettemmo anche il quinto cucciolo nel trasportino.

Poi avvicinammo il trasportino alla madre e aprimmo lo sportello.

Cinque musetti.

Cinque corpi caldi sotto una coperta.

Regina infilò il naso dentro.

Li annusò uno per uno.

Solo allora si lasciò sollevare.

Pesava quasi niente.

Una cagna della sua struttura avrebbe dovuto pesare almeno venticinque chili.

Ne pesava poco più della metà.

Quando la mettemmo sulla coperta, non guardò noi.

Non guardò il cibo.

Non guardò la porta del furgone.

Guardò il trasportino.

Teresa lo sistemò accanto a lei.

“Eccoli.”

Regina appoggiò la testa.

Ma tenne gli occhi aperti.

Giuliano rimase nel parcheggio mentre partivamo.

Alzò una mano.

Rosa aveva lasciato gli asciugamani.

Franco la coperta.

Un altro uomo, di cui non ricordo nemmeno il nome, ci aveva dato dei soldi per la visita veterinaria.

“Non dite che vengono da me,” aveva borbottato.

“Usateli e basta.”

Quella mattina capii una cosa che avrei rivisto molte volte nelle settimane successive.

La città può diventare fredda.

Le persone possono passarsi accanto per anni senza sapere neppure come si chiamano.

Poi appare una creatura che non ha niente.

E improvvisamente vengono fuori le sedie lasciate davanti alla porta, le pentole condivise, le chiavi affidate alla vicina, quel vecchio modo italiano di dirsi “ci sono” senza pronunciare mai quelle due parole.

Arrivammo all’ambulatorio veterinario poco dopo.

Il medico di turno, il dottor Bellini, ci aspettava.

Prima controllò i cuccioli.

Disidratati.

Qualche parassita.

Un po’ sottopeso.

Ma vivi.

Forti abbastanza.

“Questi ce la fanno,” disse.

Poi guardò la madre.

La sua espressione cambiò.

Gli esami durarono parecchio.

Noi aspettammo fuori dalla stanza.

Quando uscì, il dottore aveva quella faccia che nessuno vuole vedere.

“È in una condizione molto seria.”

Teresa annuì.

“Quanto seria?”

Lui esitò.

“Sta morendo di fame.”

Non disse “è magra”.

Non disse “ha bisogno di recuperare peso”.

Disse proprio così.

Sta morendo di fame.

Il suo organismo aveva consumato quasi tutte le riserve.

Prima il grasso.

Poi la massa muscolare.

Stava usando tutto ciò che aveva per restare viva e per continuare a produrre latte.

“Ancora qualche giorno così…”

Il dottore non finì subito la frase.

Poi la finì.

“Probabilmente non sarebbe sopravvissuta.”

Guardammo attraverso il vetro.

Regina era sdraiata sul tavolo.

Ma teneva il collo allungato verso la stanza dove avevano messo i piccoli.

Il veterinario seguì il nostro sguardo.

“Quello che impressiona,” disse, “sono loro.”

“I cuccioli?”

“Sì.”

Indicò la cartella.

“Sono messi molto meglio di lei.”

Teresa abbassò gli occhi.

“Ha dato tutto a loro.”

Il medico sospirò.

“È quello che sembra.”

Non era magia.

Non era una favola.

Era biologia, istinto materno, necessità.

Eppure, davanti a quella sproporzione, le parole scientifiche sembravano troppo piccole.

Cinque cuccioli ancora capaci di protestare perché qualcuno li prendeva in mano.

Una madre incapace quasi di reggersi in piedi.

Qualunque risorsa fosse entrata in quel piccolo sistema familiare sotto l’auto, era finita dalla loro parte.

A lei erano rimasti gli avanzi degli avanzi.

Poi accadde una cosa ancora più strana.

Portarono a Regina una piccola quantità di alimento, preparato apposta per evitare di sovraccaricare un organismo così debilitato.

Lei lo annusò.

Non mangiò.

Aspettarono.

Niente.

Provarono con qualcosa di più appetibile.

Regina girò la testa.

“Non mi piace,” dissi.

Il dottore non rispose.

Continuò a osservarla.

Poi si accorse che la cagna non fissava il cibo.

Fissava una porta.

Dietro quella porta c’erano i suoi cuccioli.

“Portatemeli qui.”

Li sistemarono accanto a lei.

Regina cambiò immediatamente.

Li annusò.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sembrava contarli.

Il più piccolo le si arrampicò contro il petto.

Un altro cercò di succhiare.

Il personale aveva già dato ai piccoli un’integrazione e le loro pance erano piene.

Erano caldi.

Asciutti.

Tranquilli.

Regina li controllò ancora.

Poi, lentamente, girò la testa verso la ciotola.

E mangiò.

Poco.

Con una lentezza esasperante.

Ma mangiò.

Teresa uscì dalla stanza.

La trovai in corridoio con la schiena contro il muro.

Aveva lavorato quasi quarant’anni in ospedale.

Aveva visto nascite.

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