Sotto un’auto abbandonata proteggeva cinque cuccioli dalla pioggia: quando ci avvicinammo, fece qualcosa che nessuno si aspettava

Altri preferivano un cucciolo.

Regina restava da Teresa.

E forse, segretamente, Teresa non era disperata.

“Finché non troviamo quella giusta,” diceva.

Una domenica di febbraio ricevemmo una telefonata.

Una coppia voleva conoscerla.

Si chiamavano Carlo e Mirella.

Sessantotto anni lui.

Sessantacinque lei.

I figli vivevano ormai in altre città.

La casa era diventata troppo silenziosa.

Avevano avuto cani per quasi tutta la vita.

L’ultimo era morto l’anno precedente.

“Non vogliamo un cucciolo,” disse Mirella.

“Alla nostra età ci vuole qualcuno che sappia già stare al mondo.”

Arrivarono dopo pranzo.

Carlo portava una giacca di lana vecchia.

Mirella una borsa enorme piena di cose inutili, come fanno certe madri e nonne che sembrano preparate a ogni emergenza possibile.

Regina li osservò dalla porta.

Carlo non le andò incontro.

Si sedette.

Aspettò.

Dopo qualche minuto, Regina si avvicinò.

Annusò le sue scarpe.

Poi le mani.

Infine gli appoggiò il muso sul ginocchio.

Carlo non disse nulla.

Le accarezzò lentamente la testa.

Mirella aveva già gli occhi lucidi.

“Ha una faccia buona,” disse.

Teresa raccontò loro tutta la storia.

Il terreno.

La macchina.

La pioggia.

I cinque cuccioli.

La fame.

Il veterinario.

La ciotola rifiutata.

Regina ascoltava senza capire le parole.

A un certo punto Mirella si chinò e le prese il muso tra le mani.

“Adesso basta fare la madre di tutti.”

Carlo sorrise.

“Adesso qualcuno si occupa di te.”

Regina andò a vivere con loro una settimana dopo.

Il quartiere lo seppe quasi subito.

Giuliano volle vedere una fotografia.

Rosa pure.

Franco fece finta di non essere interessato.

Poi guardò la foto per quasi un minuto.

Nell’immagine Regina era su un tappeto, davanti a una stufa.

Aveva una coperta sotto il mento.

Carlo era seduto dietro di lei con il giornale.

Mirella aveva lasciato una ciotola d’acqua vicino al mobile.

Una scena normale.

Proprio per questo sembrava straordinaria.

Qualche mese dopo tornammo nel terreno dove l’avevamo trovata.

La vecchia macchina era stata rimossa.

Le erbacce tagliate.

L’acqua non c’era più.

Sotto il sole, quel posto sembrava molto più piccolo di come lo ricordavo.

Mi avvicinai al punto dove più o meno c’era stata l’auto.

Pensai a quei cinque cuccioli rannicchiati.

Pensai alla schiena curva di Regina.

Pensai alle sue zampe che tremavano mentre tentava di alzarsi davanti a noi.

E mi tornò in mente una frase che il dottor Bellini aveva detto durante una delle visite.

Stavamo parlando del comportamento di Regina e di quanto fosse difficile per lei smettere di controllare continuamente i cuccioli.

Il veterinario aveva sorriso.

“Ci piace pensare che certe forme d’amore appartengano solo a noi.”

Poi aveva guardato Regina.

“Ma l’istinto di proteggere è molto più antico delle nostre parole.”

Forse aveva ragione.

Io so soltanto quello che ho visto.

Ho visto una madre scegliere il lato bagnato perché dietro di lei restasse qualche centimetro asciutto.

Ho visto un animale senza forze rimettersi in piedi perché due estranei avevano allungato una mano verso i suoi piccoli.

Ho visto una ciotola piena restare intatta finché lei non fu certa che i cuccioli avessero mangiato.

Ma ho visto anche altro.

Ho visto un magazziniere lasciare cibo per giorni a una cagna che non riusciva ad avvicinare.

Una bottegaia portare asciugamani.

Un pensionato regalare la coperta del cane che non aveva più.

Una sconosciuta cucire piccoli panni per cinque cuccioli che non avrebbe mai incontrato.

Persone che magari, passandosi accanto al supermercato, non si sarebbero neppure salutate.

E che invece, per qualche settimana, formarono una piccola famiglia attorno a una creatura trovata sotto un rottame.

Forse è questo che Regina ci lasciò.

Non soltanto una storia di sacrificio.

Una specie di promemoria.

Ci convinciamo che il mondo sia diventato freddo.

Che i vicini non si conoscano più.

Che ognuno pensi soltanto a sé.

Poi una mattina di pioggia qualcuno sente dei cuccioli piangere dietro un capannone.

E una porta si apre.

Poi un’altra.

Poi un’altra ancora.

Un uomo porta una coperta.

Una donna porta asciugamani.

Qualcuno mette venti euro in una busta.

Qualcun altro si siede nel fango e aspetta un’ora per conquistare la fiducia di una madre terrorizzata.

Nessuno risolve il mondo.

Ma per sei creature, in quel martedì di ottobre, il mondo cambia completamente.

L’ultima volta che vidi Regina era primavera.

Carlo e Mirella erano venuti a trovarci.

La cagna era ingrassata al punto giusto.

Pelo lucido.

Passo sicuro.

Orecchio storto come sempre.

Quando scese dall’auto, mi riconobbe.

Almeno mi piace pensarlo.

Mi annusò.

Scodinzolò.

Poi andò dritta da Teresa.

Lei si inginocchiò e Regina le mise entrambe le zampe sulle spalle.

“Piano, disgraziata,” rideva Teresa.

Mirella aprì il bagagliaio.

Dentro c’era una borsa piena di biscotti per cani.

Carlo scosse la testa.

“Te l’avevo detto che erano troppi.”

Mirella lo fulminò.

“E io ti avevo detto di non impicciarti.”

Sembravano sposati da cent’anni.

Regina corse da loro.

Non controllava nessun cucciolo.

Non proteggeva nessun angolo.

Non faceva da muro a nessuno.

Per la prima volta da quando l’avevo conosciuta, non sembrava responsabile della sopravvivenza di qualcun altro.

Era soltanto un cane.

Un cane amato.

Con una casa.

Una ciotola piena.

Due persone che litigavano su quanti biscotti fosse giusto comprarle.

La guardai salire di nuovo in macchina.

Mirella le sistemò una coperta sul sedile posteriore.

Regina fece due giri su se stessa e si sdraiò.

Prima di chiudere lo sportello, Mirella si chinò verso di lei.

“Comoda, signora?”

Regina appoggiò il muso sulla coperta.

Chiuse gli occhi.

E dormì.

Questa volta, finalmente, sotto il tetto di qualcun altro.

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