Per due mesi, ogni sera, il vecchio Giulio portò in braccio il suo cane morente a vedere il tramonto. L’ultima sera, tutto il quartiere capì perché.
La prima volta che vidi Giulio inciampare sul gradino con Argo stretto al petto, stavo chiudendo le persiane della cucina.
Mi venne istintivamente da attraversare la strada per aiutarlo.
Poi lo vidi fermarsi, appoggiare una spalla allo stipite, riprendere fiato e stringere meglio quella coperta azzurra dentro cui spuntava appena il muso bianco del cane.
Non voleva aiuto.
O forse, più semplicemente, voleva essere lui a farlo.
Con le sue braccia.
Con la sua schiena stanca.
Come aveva fatto ogni sera da quasi due mesi.
Giulio aveva settantanove anni e viveva nella casa di fronte alla mia, in una piccola strada alla periferia di Parma, una di quelle vie costruite negli anni Sessanta dove i cancelli sono bassi, i balconi quasi si toccano e, anche se oggi tutti fingono di farsi gli affari propri, sappiamo ancora chi ha la febbre, chi è tornato tardi e chi non ha alzato la tapparella al mattino.
Una volta era normale.
Le porte restavano socchiuse.
Si prestava il sale.
Se facevi il sugo, ne portavi un piatto alla vedova del piano accanto.
Se un bambino cadeva dalla bicicletta, arrivavano tre madri prima della sua.
Adesso diciamo che non abbiamo tempo.
Ma su quella strada, sotto sotto, certe vecchie abitudini non sono mai morte davvero.
Giulio abitava lì da più tempo di quasi tutti noi.
Prima con sua moglie Teresa.
Poi, negli ultimi cinque anni, soltanto con Argo.
Argo era un incrocio grande, color miele, con il petto largo e quelle orecchie morbide che gli facevano mantenere un’aria da cucciolo anche quando il muso aveva cominciato a riempirsi di peli bianchi.
Aveva quasi diciassette anni.
Un’età enorme per un cane di quella taglia.
E aveva una passione che conoscevamo tutti.
Il tramonto.
Non ridete.
Alcuni animali hanno fissazioni strane.
C’è il gatto che dorme sempre sulla stessa sedia.
Il cane che aspetta il postino.
Quello che impazzisce per il rumore della moka.
Argo guardava il sole tramontare.
Ogni sera.
Da quando era giovane.
In primavera si sdraiava sul prato.
D’estate si piazzava davanti al cancelletto.
D’inverno osservava il cielo dalla portafinestra del salotto.
Giulio raccontava che aveva iniziato da cucciolo, durante una vacanza sull’Appennino.
Una sera Argo si era seduto davanti a una valle completamente arancione e non si era mosso finché l’ultimo spicchio di sole non era scomparso.
«Pareva uno che aspettava i titoli di coda», diceva Giulio.
Era una delle poche battute che gli sentivamo fare.
Da allora era diventato il loro rito.
Alle sette, alle otto, alle cinque del pomeriggio in dicembre, non importava.
Quando la luce cominciava a cambiare, Argo cercava l’occidente.
E Giulio gli faceva compagnia.
Poi, all’inizio di agosto, le zampe posteriori avevano ceduto.
Prima una.
Poi l’altra.
Una mattina Argo aveva provato ad alzarsi dalla sua coperta e si era accasciato.
Giulio lo aveva portato dal veterinario.
Era tornato nel primo pomeriggio senza dire niente a nessuno.
Ma in una strada come la nostra, certe notizie non hanno bisogno di parole.
Quella sera lo vedemmo uscire con Argo in braccio.
Era la prima volta.
Il cane pesava ancora più di venticinque chili.
Giulio forse sessanta, vestito.
Lo sollevava mettendo un braccio sotto il petto e l’altro sotto le zampe posteriori, avvolgendolo nella vecchia coperta azzurra che Teresa teneva un tempo sul divano.
Faceva quattro passi fino alla veranda.
Quattro soltanto.
Eppure sembravano quaranta.
Noi vedevamo la schiena piegarsi.
Le mani tremare.
Il piede destro cercare bene il gradino.
Poi Giulio si lasciava cadere lentamente sulla poltrona di vimini e sistemava Argo sulle gambe.
Sempre rivolto a ovest.
Verso i tetti bassi.
Verso i pioppi oltre i campi.
Verso il punto esatto dove il sole spariva.
All’inizio ci fermavamo a guardare.
Dopo dieci giorni era diventato normale.
Dopo un mese, quasi non ci facevamo più caso.
E ancora oggi mi vergogno un po’ a dirlo.
Perché probabilmente stavamo assistendo alla più grande dimostrazione d’amore che fosse mai avvenuta nella nostra strada e, semplicemente, ci eravamo abituati.
Giulio non saltava una sera.
Se pioveva, teneva la portafinestra aperta e si sedeva vicino alla soglia.
Se tirava vento, aggiungeva una coperta.
Se Argo sembrava troppo debole per sollevare la testa, Giulio gli metteva una mano sotto il mento.
Una volta lo vidi uscire con una fascia rigida attorno alla schiena.
Il giorno prima aveva esagerato.
Qualcuno gli aveva detto di smetterla.
«Ti fai male.»
Lui aveva risposto soltanto:
«Lui vuole ancora vedere il cielo.»
Non disse altro.
Quella frase cominciò a circolare tra noi.
Lui vuole ancora vedere il cielo.
Sembrava una cosa da niente.
Ma più passavano i giorni, più capivo che non stava parlando soltanto del cane.
Per capire Giulio, bisogna sapere cosa era accaduto cinque anni prima.
Teresa era stata sua moglie per cinquantadue anni.
Si erano conosciuti a una festa dell’Unità di quartiere quando erano ragazzi, mi aveva raccontato una volta lei, anche se poi Giulio la correggeva sempre dicendo che in realtà era stata la sagra della parrocchia.
Non si erano mai messi d’accordo nemmeno sul luogo del primo incontro.
Su tutto il resto, invece, sembravano procedere come certe coppie della loro generazione.
Brontolando.
Litigando per il sale.
Discutendo sulla finestra aperta.
Ma non sapendo stare lontani più di due giorni.
Avevano lavorato una vita.
Lei cuciva in casa per alcune signore del centro e poi aveva lavorato in una piccola sartoria.
Lui aveva passato più di quarant’anni in officina.
Avevano cresciuto due figli.
Pagato il mutuo.
Mandato entrambi a studiare.
Messo da parte qualche risparmio.
Fatto vacanze semplici, quasi sempre al mare in Romagna, nella stessa pensioncina dove Teresa pretendeva la camera con il balcone.
Quando Teresa si ammalò, Giulio smise di parlare quasi del tutto.
Per due anni la accompagnò alle visite.
Preparò le medicine.
Imparò perfino a cucinare una minestra decente.
Quando lei morì, la casa di fronte cambiò faccia.
Le persiane restavano abbassate fino a tardi.
Il piccolo orto dietro casa si riempì di erbacce.
Per settimane Giulio comprò soltanto pane, latte e qualche scatoletta.
Ma ogni sera, Argo si presentava alla porta.
Aspettava.
Piangeva piano.
Grattava con una zampa.
Voleva il tramonto.
E Giulio doveva alzarsi.
Mettere le scarpe.
Aprire.
Uscire.
Era il cane a trascinare fuori l’uomo.
Noi lo sapevamo.
Non ne parlavamo perché ci sembrava di invadere qualcosa di privato.
Ma lo sapevamo.
Per quattro anni, quando Giulio non aveva più un motivo per apparecchiare due piatti, aveva almeno un motivo per alzarsi al calare del sole.
Argo.
Doveva mangiare.
Doveva uscire.
Doveva essere spazzolato.
Doveva andare dal veterinario.
E soprattutto doveva vedere il cielo diventare rosso.
«Quel cane gli ha salvato la vita», disse una volta mia moglie.
Credo avesse ragione.
Per questo, quando Argo non riuscì più a camminare, tutti capimmo una cosa senza che nessuno la dicesse.
Per anni era stato Argo a portare Giulio fuori dal dolore.
Adesso toccava a Giulio portare lui.
Letteralmente.
In braccio.
Sera dopo sera.
Come quando si porta un bambino che si è addormentato sul sedile posteriore.
Non era una restituzione.
L’amore non tiene conti.
Ma somigliava a quel gesto antico che hanno certe persone cresciute in tempi più duri dei nostri.
Tu mi hai sostenuto quando io non potevo.
Adesso sostengo te.
Un pomeriggio mio marito, Paolo, si fermò vicino al cancello.
Giulio era già seduto con Argo sulle gambe.
Il cielo stava diventando rosa sopra i tetti.
«Come va oggi?»
Giulio abbassò lo sguardo.
Accarezzò la fronte del cane con due dita.
«Peggio.»
Paolo non seppe cosa dire.
Dopo qualche secondo, Giulio continuò.
«Però quando arriva quest’ora apre gli occhi.»
Si voltò verso il sole.
«Finché li apre, lo porto fuori.»
Quella sera Paolo tornò a casa senza parlare.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





