Cinque motociclisti sentirono un abbaio quasi spento nel bosco: ciò che trovarono legato a quell’albero fece crollare anche l’uomo più duro
Eravamo a una ventina di chilometri dall’ultima casa abitata, su una vecchia strada forestale dell’Appennino emiliano, quando Sergio spense il motore e alzò il pugno.
Uno dopo l’altro ci fermammo tutti.
Cinque uomini sopra i cinquant’anni, cinque moto pesanti cariche di polvere, cinque facce che di solito non invitavano nessuno a fare conversazione.
«Avete sentito?»
All’inizio pensai che Sergio stesse scherzando.
Poi arrivò di nuovo.
Un abbaio.
O qualcosa che un tempo doveva essere stato un abbaio.
Era un suono debole, spezzato, quasi senza voce. Il rumore che può fare una gola dopo aver chiamato per giorni, forse settimane, senza che nessuno risponda.
Sergio si tolse il casco.
«Viene da laggiù.»
Indicò il pendio.
Renato sbuffò.
«Laggiù non c’è niente.»
«Appunto.»
Scendemmo.
Non eravamo uomini dall’aspetto rassicurante.
Sergio superava il metro e novanta e aveva mani che sembravano pale. Mauro aveva passato anni della sua giovinezza a mettersi nei guai e portava ancora sul collo una rosa tatuata, ormai scolorita. Franco, che chiamavamo Orso da quando avevamo vent’anni, parlava poco e pesava più di cento chili.
Io, Carlo, ero quello che cercava sempre di tenere insieme tutti.
Avevamo cinquantadue, cinquantasei, cinquantotto anni.
Quell’età strana in cui cominci a sapere che certe domeniche, certe persone, certe occasioni non torneranno più.
Scivolammo lungo il pendio aggrappandoci ai tronchi.
Il bosco era fitto.
Faggi, pini, terra umida, aghi sotto gli scarponi. La luce filtrava verde tra i rami.
L’abbaio arrivava, poi spariva.
Ogni volta sembrava più debole.
A metà della discesa sentimmo l’odore.
Ci guardammo senza parlare.
Chi ha mai avuto a che fare con un animale abbandonato in condizioni disperate sa che ci sono odori che non hai bisogno di descrivere.
Ti restano dentro.
Mauro arrivò per primo nella piccola radura.
Si fermò così di colpo che Franco gli andò addosso.
Mauro non si mosse.
Aveva una mano appoggiata al tronco di un pino.
Fissava davanti a sé.
Poi disse soltanto:
«No.»
Non era una parola.
Era quasi una preghiera.
Al centro della radura cresceva un vecchio albero.
Attorno al tronco qualcuno aveva avvolto due volte una catena di ferro.
Non una catenella da cane.
Una catena grossa.
Di quelle che un contadino avrebbe usato per trascinare qualcosa di pesante.
L’altra estremità spariva sotto una sagoma distesa a terra.
Per qualche secondo il mio cervello rifiutò di capire.
Poi la sagoma sollevò la testa.
Forse cinque centimetri.
Non di più.
Era un pastore tedesco.
Una femmina.
O meglio, era ciò che restava di una magnifica femmina di pastore tedesco.
Il corpo era magrissimo.
Le costole sembravano disegnate sotto la pelle.
Il pelo mancava in diversi punti.
Intorno all’albero, il terreno era stato consumato fino a diventare un cerchio perfetto di terra nuda.
Un animale aveva camminato avanti e indietro per così tanto tempo da cancellare l’erba.
Dieci passi.
Catena tesa.
Indietro.
Dieci passi.
Ancora.
Per giorni.
Per settimane.
Forse per mesi.
Lei ci guardò.
E fu quella la cosa peggiore.
Non cercò di scappare.
Non ringhiò.
Non sembrava nemmeno avere abbastanza forza per avere paura.
Ci guardò come se stesse cercando di capire se valeva ancora la pena sperare.
Poi aprì la bocca.
E fece ancora quel suono.
Quell’abbaio rotto.
Franco si voltò e camminò velocemente dietro gli alberi.
Lo sentimmo stare male.
Sergio si inginocchiò.
Lentamente.
Come fai davanti a qualcosa che potrebbe rompersi soltanto se respira troppo forte.
«Tranquilla, bella.»
La cagna seguì la sua mano con gli occhi.
Occhi marroni.
Scuri.
Stanchi.
Sergio tese le dita.
Lei non si ritrasse.
Fece invece uno sforzo che ancora oggi non riesco a dimenticare.
Spostò lentamente la testa.
La appoggiò contro la mano di Sergio.
E lasciò uscire un lungo respiro.
Come se avesse passato un tempo infinito a tenere tutto dentro.
Fu allora che vidi ciò che c’era accanto al suo ventre.
Piccole forme chiare nella terra.
All’inizio pensai fossero pezzi di legno.
Poi capii.
Resti di cuccioli.
Erano vicini a lei.
Troppo vicini per essere lì per caso.
Mauro si accucciò dall’altro lato.
«Ce ne sono altri.»
Nessuno rispose.
«Qui ce n’è un altro.»
Poi ancora:
«E uno qui.»
Quattro.
Quattro piccoli corpi ormai ridotti quasi soltanto a ciò che la terra non era riuscita a cancellare.
Non toccammo nulla.
In quel momento non capivamo ancora tutta la storia.
Non sapevamo cosa avrebbe detto la veterinaria qualche ora dopo.
Non sapevamo quanto tempo quella cagna fosse rimasta legata all’albero.
E soprattutto non avevamo ancora compreso la scelta assurda, quasi impossibile, che aveva continuato a fare mentre moriva di fame.
Sergio guardò la catena.
Una parte girava intorno al collo dell’animale.
Non c’era un vero collare.
Qualcuno aveva semplicemente piegato e stretto il metallo.
La pelle, in alcuni punti, gli era cresciuta intorno.
Mauro, che nella vita aveva visto cose di cui non parlava mai, abbassò gli occhi.
«Non la leviamo qui.»
Sergio annuì.
«No.»
«Se tiriamo, le facciamo male.»
«La portiamo via così.»
Sergio infilò un braccio sotto il petto della cagna e l’altro sotto il bacino.
Lei non protestò.
La sollevò.
Pesava quasi niente.
La veterinaria avrebbe detto più tardi che un cane della sua struttura avrebbe dovuto pesare quasi trenta chili.
Lei non arrivava a quindici.
Quando Sergio la prese in braccio, la cagna fece una cosa semplicissima.
Appoggiò la testa contro il suo petto.
Proprio lì.
Sul cuore.
E rimase immobile.
Per risalire il pendio impiegammo quasi mezz’ora.
Sergio camminava piano.
Noi gli stavamo intorno con le mani pronte, come quando si accompagna qualcuno sulle scale di casa dopo un’operazione.
Nessuno parlava.
Arrivati alle moto ci rendemmo conto del problema.
Non avevamo segnale.
La clinica veterinaria più vicina era a parecchi chilometri.
Franco prese la moto.
«Vado giù io. Appena prende il telefono chiamo.»
Partì.
Sergio invece si sedette sulla strada sterrata, con la schiena appoggiata alla ruota della sua moto.
La cagna era sulle sue gambe.
Avrebbe potuto sistemarla sopra una giacca.
Non lo fece.
La tenne tra le braccia.
Una mano appoggiata delicatamente sulle costole.
Controllava ogni respiro.
Ogni tanto le sussurrava:
«Ci sono.»
Poi:
«Basta. Non devi farlo più.»
All’epoca non capii quelle parole.
Adesso sì.
Per capire Sergio bisogna sapere una cosa che lui non raccontava quasi mai.
Undici anni prima aveva perso suo figlio Matteo.
Diciannove anni.
Un incidente su una strada di montagna, tornando a casa una sera.
Da quel momento Sergio aveva continuato a vivere come fanno molti uomini della sua generazione.
Sveglia presto.
Lavoro.
Domenica pranzo dalla sorella.
Un bicchiere di vino.
«Tutto bene.»
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