Sempre tutto bene.
Perché a casa nostra, soprattutto tra gli uomini cresciuti negli anni Sessanta e Settanta, ci hanno insegnato che certe cose si portano dentro.
Non si mostrano.
Al paese, poi, ancora meno.
Bisogna fare bella figura.
Bisogna andare avanti.
Bisogna non dare preoccupazioni.
Sergio aveva continuato a fare il padre anche quando non aveva più un figlio da aspettare la sera.
Aveva conservato una medaglietta di Matteo insieme a una vecchia croce che portava al collo.
Io l’avevo vista una sola volta.
Lui non ne parlava.
Mai.
Quella cagna, invece, continuava a tenere la testa sul suo petto.
Come se avesse trovato esattamente l’uomo che le serviva.
Franco tornò dopo quasi quaranta minuti.
«Ci aspettano.»
Restava un problema.
Come trasportarla?
Non potevamo metterla in una borsa.
Non potevamo lasciarla lì aspettando un mezzo che avrebbe impiegato ore.
Sergio si alzò.
«Viene con me.»
«Ma come guidi?»
«Piano.»
La sistemò davanti a sé.
Schiena contro il suo petto.
Il collo sostenuto dal braccio sinistro.
Una mano sul manubrio.
Io lo guardai.
«Sei sicuro?»
Lui mi rivolse quello sguardo che conoscevamo bene.
Discussione finita.
Partimmo.
Mai dimenticherò quel viaggio.
Cinque motociclisti adulti che procedevano lentissimi lungo una strada dell’Appennino.
Mauro davanti.
Io e Franco ai lati.
Renato dietro.
Sergio al centro.
Come se stessimo proteggendo una candela accesa dal vento.
Le automobili che arrivavano rallentavano.
Qualcuno guardava infastidito.
Qualcun altro, vedendo l’animale tra le braccia di Sergio, capiva.
A un incrocio una signora anziana abbassò il finestrino.
Si portò una mano alla bocca.
Non disse niente.
Sergio non guardava nessuno.
La cagna sì.
Ma guardava soltanto lui.
Durante tutto il tragitto tenne la testa girata all’indietro verso il viso dell’uomo che l’aveva raccolta dalla terra.
Come se temesse che, smettendo di guardarlo, lui potesse sparire.
Arrivammo alla clinica veterinaria poco prima di sera.
Una ragazza uscì dall’ingresso.
Vide Sergio.
Vide il cane.
Rientrò correndo.
In meno di un minuto comparvero due persone con una barella.
Quando provarono a prendere la cagna, lei sollevò appena la testa.
Cercava Sergio.
«Vengo dentro», disse lui.
La veterinaria scosse la testa.
«Dobbiamo lavorare subito. Vi chiamiamo appena possiamo.»
Le porte si chiusero.
Noi restammo nel parcheggio.
Cinque uomini.
Cinque giubbotti impolverati.
Cinque persone incapaci di sapere dove mettere le mani.
Ci sedemmo sul marciapiede.
Poi ci rialzammo.
Mauro fumò tre sigarette senza finirne una.
Sergio non si sedette mai.
Restò appoggiato al muro accanto all’ingresso.
Le braccia incrociate.
Gli occhi sulla porta.
Dopo due ore uscì una veterinaria.
Avrà avuto poco più di quarant’anni.
Aveva quella voce calma di chi deve dire verità difficili ogni giorno.
«È viva.»
Nessuno respirò per un secondo.
«L’abbiamo idratata. Abbiamo tagliato la catena. In due punti il metallo era ormai dentro la cicatrice, quindi abbiamo dovuto pulire bene le ferite.»
Sergio strinse le labbra.
«Ce la fa?»
«Non posso prometterlo. Ma ha una possibilità.»
Franco si passò entrambe le mani sul viso.
La veterinaria continuò.
«È molto più forte di quanto dovrebbe essere nelle sue condizioni.»
Poi ci chiese del bosco.
Della catena.
Del cerchio di terra.
Dei piccoli resti.
Mauro rispose per tutti.
«Erano quattro.»
La veterinaria annuì.
«Sì.»
Sergio alzò gli occhi.
«Erano suoi?»
La donna rimase in silenzio per un momento.
«Quasi certamente.»
Nessuno parlò.
«Dalle condizioni del suo corpo e dalle cicatrici», continuò, «potrebbe essere rimasta legata lì per diversi mesi.»
Diversi mesi.
Quelle due parole mi fecero più male di quanto mi aspettassi.
Pensai alle domeniche passate nel frattempo.
Ai pranzi.
Alla pasta al forno.
Alle nipotine che litigavano per l’ultima fetta di torta.
Alla televisione accesa.
Alla gente che si lamentava perché il caffè era troppo lungo.
E mentre noi vivevamo tutte quelle normalissime giornate, a pochi chilometri da qualche paese una creatura continuava a camminare in cerchio intorno a un albero.
«Ha partorito lì?» chiese Mauro.
La veterinaria abbassò lo sguardo sulle carte.
«Credo di sì.»
Sergio chiuse gli occhi.
«Tutti e quattro?»
«Sì.»
«E sono morti lì.»
La donna annuì.
«Non nello stesso momento.»
Fu quella frase a cambiare tutto.
«Che significa?» chiesi.
«Dallo sviluppo che avevano raggiunto, sembra che siano morti a distanza di tempo. Probabilmente lei li ha nutriti finché ha potuto.»
Mauro si irrigidì.
La veterinaria guardò noi cinque.
Poi aggiunse:
«C’è un’altra cosa.»
Nessuno voleva sentirla.
Ma nessuno si mosse.
«Quando un animale arriva a uno stato di fame estrema, il corpo entra in modalità di sopravvivenza. Gli istinti diventano molto forti.»
Renato capì prima di me.
«No.»
La veterinaria lo guardò.
«I resti erano intatti.»
Sergio fissò il pavimento.
Io continuavo a non capire.
Poi Mauro domandò:
«Vuole dire che avrebbe potuto nutrirsene?»
La veterinaria annuì lentamente.
Non usò parole crudeli.
Non ce n’era bisogno.
Spiegò soltanto che, in condizioni tanto estreme, un animale può arrivare a fare ciò che serve per sopravvivere.
Non è cattiveria.
Non è mancanza d’amore.
È biologia.
È un corpo che cerca disperatamente di continuare a vivere.
Ma lei non l’aveva fatto.
Quattro volte aveva perso un cucciolo.
Quattro volte era rimasta accanto a lui.
Affamata.
Debole.
Sempre più vicina alla fine.
Eppure li aveva lasciati lì.
Accanto al ventre.
La veterinaria disse:
«Dalle analisi, credo che senza il vostro intervento avrebbe resistito pochissimo.»
«Quanto?» chiese Sergio.
«Forse un giorno. Due, se fosse stata molto fortunata.»
Sergio voltò il viso.
Nessuno parlò più.
Quella notte tornai a casa dopo mezzanotte.
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