Ogni mattina Argo lasciava il suo giocattolo più prezioso accanto a Luna, ma nessuno capì subito perché

Ogni mattina il nostro cane giovane portava il suo giocattolo più amato alla cagnolina che stava morendo. Ma dopo il funerale fece qualcosa che nessuno dimenticò.

Per quasi due mesi, ogni mattina, Argo faceva sempre la stessa cosa.

Prendeva il suo vecchio coniglio azzurro dalla cuccia, lo stringeva piano tra i denti e attraversava tutta la casa.

Non correva.

Non saltava.

Non faceva quel fracasso da cane giovane che aveva fatto per tutta la vita.

Camminava lentamente fino al cuscino di Luna, lasciava il coniglio accanto al suo muso, faceva due passi indietro e si sdraiava sul pavimento.

Poi restava lì.

A guardarla.

Io, all’inizio, pensavo fosse soltanto un cane che non capiva.

Mia figlia Chiara, dodici anni, mi disse una sera:

«Mamma, Argo le sta dando la cosa più bella che ha perché sa che Luna è triste.»

Le risposi che gli animali non ragionano proprio come noi.

Chiara mi guardò con quell’espressione che hanno i figli quando capiscono una cosa molto prima degli adulti.

Alla fine aveva ragione lei.

E io l’ho capito soltanto la mattina dopo che Luna è morta, quando mi sono affacciata alla finestra della cucina e ho dovuto aggrapparmi al lavello per non crollare.

Ma devo raccontare tutto dall’inizio.

Viviamo in una casa semplice alla periferia di Modena, in una di quelle strade dove le villette costruite negli anni Settanta hanno ancora i cancelli bassi, qualche orto dietro casa e vicini che sanno chi sei anche se ultimamente ci si parla molto meno di una volta.

Io mi chiamo Lucia.

Ho cinquantadue anni, due figli, un marito che si chiama Paolo e, fino a quella primavera, avevamo due cani.

Luna era arrivata molto prima di me.

Era una meticcia tigrata, qualcosa tra un boxer e chissà cos’altro, nove anni, muso scuro e due occhi che sembravano capire le persone prima ancora che aprissero bocca.

Era il cane di Paolo.

Ma dire semplicemente “il cane di Paolo” non rende l’idea.

Luna era stata con lui quando il suo primo matrimonio era finito.

Era stata con lui quando aveva lasciato l’appartamento dove viveva, caricando in macchina due scatoloni, quattro camicie e una vergogna che non raccontava a nessuno.

Era stata con lui nelle sere in cui tornava dal lavoro e non trovava nessuno ad aspettarlo.

Quando ci conoscemmo, Paolo mi disse quasi scherzando:

«Se piaci a Luna, forse hai qualche possibilità anche con me.»

Fu Luna ad appoggiare la testa sulle mie ginocchia durante la seconda volta che andai a casa sua.

Paolo sorrise.

Quasi dieci anni dopo, continuava a ricordarlo.

Luna non era mai stata un cane esuberante.

Era quella tranquilla.

Quella che, durante i pranzi di famiglia, si infilava sotto il tavolo e aspettava senza mendicare.

Quella che sopportava i bambini quando erano piccoli.

Matteo una volta si addormentò sul tappeto con la testa appoggiata alla sua pancia.

Luna non si mosse per quasi un’ora.

«Questa cagna ha più pazienza di tutti noi messi insieme», diceva mia suocera.

Poi, due anni prima della malattia, arrivò Argo.

Argo era il contrario di Luna.

Un meticcio color miele, zampe enormi, orecchie morbide e la certezza assoluta che ogni persona incontrata sulla Terra fosse lì per giocare con lui.

Era entrato in casa come un ciclone.

Il primo Natale fece cadere mezzo albero tentando di recuperare una pallina rotolata sotto un mobile.

Una volta cercò di abbaiare all’aspirapolvere, poi scappò terrorizzato quando questa gli venne incontro.

Aveva paura dei palloncini.

Non abbiamo mai capito perché.

Se Paolo apriva una bottiglia troppo rumorosamente, Argo correva in corridoio.

Se invece sentiva qualcuno aprire il cassetto dei biscotti dalla parte opposta della casa, compariva miracolosamente in meno di tre secondi.

Lo chiamavo “il nostro scemo buono”.

Non perché fosse stupido.

Perché sembrava attraversare la vita convinto che tutto avrebbe avuto un lieto fine.

E adorava Luna.

Dal primo giorno.

La seguiva dappertutto.

Se Luna beveva, lui beveva.

Se Luna andava in giardino, lui andava in giardino.

Se Luna dormiva davanti al termosifone, Argo si sistemava accanto a lei anche quando non c’era spazio.

All’inizio Luna lo sopportava con la rassegnazione di una sorella maggiore costretta a occuparsi del fratellino rumoroso.

Gli lanciava certe occhiate che facevano ridere perfino Paolo.

Ma col tempo qualcosa cambiò.

Cominciarono a dormire vicini.

Luna gli puliva un orecchio.

Argo le appoggiava la testa sulla schiena.

Quando uno dei due restava dal veterinario, l’altro passava ore davanti alla porta.

Era diventata una famiglia anche quella.

E Argo aveva un tesoro.

Un coniglio azzurro di stoffa.

Bisogna parlare di quel coniglio, perché senza di lui non si capisce il resto.

Quando Argo arrivò da noi era ancora cucciolo.

Chiara aveva scelto quel pupazzo in un piccolo negozio per animali del quartiere.

Allora il coniglio aveva due orecchie, una coda bianca e una faccia quasi presentabile.

Due anni dopo sembrava sopravvissuto a una guerra.

Un orecchio era sparito.

L’altro pendeva per un filo.

La pancia era stata ricucita almeno tre volte da mia madre, che aveva settantotto anni e ancora conservava una scatola piena di rocchetti, aghi e bottoni “perché non si butta via niente che si può aggiustare”.

Del ripieno originale rimaneva pochissimo.

Eppure Argo lo adorava.

Dormiva con quel coniglio.

Lo portava alla porta quando tornavamo a casa.

Se qualcuno lo spostava, Argo lo cercava stanza per stanza.

Potevano esserci palline nuove, corde, pupazzi rumorosi.

Lui tornava sempre al coniglio azzurro.

Era la sua coperta di Linus.

Il suo tesoro.

Se volevi capire cosa significasse per Argo possedere qualcosa, bastava guardarlo quando teneva quel povero coniglio tra le zampe.

Poi arrivò quella primavera.

Luna cominciò a mangiare meno.

All’inizio pensammo al caldo.

Poi cominciò a stancarsi durante le passeggiate.

Una sera si fermò dopo nemmeno cento metri e guardò Paolo.

Non si era mai fermata prima.

Paolo la prese in braccio.

Il giorno dopo la portammo dal veterinario.

Esami.

Attesa.

Altri esami.

Poi quella frase che tutti sperano di non sentire.

Tumore.

Avanzato.

Già diffuso.

Paolo rimase seduto davanti al veterinario senza muoversi.

Io feci tutte le domande pratiche.

Quanto tempo?

Dolore?

Medicine?

Cosa possiamo fare?

Paolo non chiese quasi nulla.

A un certo punto disse soltanto:

«Possiamo salvarla?»

Il veterinario abbassò gli occhi.

Non c’era una risposta gentile.

Qualche settimana.

Forse due mesi.

Potevamo tenerla comoda.

Potevamo evitare che soffrisse.

Non potevamo tenerla con noi.

La sera tornammo a casa con Luna sul sedile posteriore.

Argo le girò intorno scodinzolando, poi si fermò.

L’annusò a lungo.

E diventò stranamente calmo.

Preparammo per Luna un grande cuscino nell’angolo del soggiorno, vicino al divano.

Non volevamo chiuderla in una stanza.

Volevamo che restasse in mezzo alla famiglia.

Mia madre portò una vecchia coperta di lana che teneva nell’armadio da quando ero ragazza.

«È morbida», disse.

Paolo cominciò a dormire sul divano.

La prima notte gli dissi:

«Vieni a letto. Se ha bisogno ci alziamo.»

Lui rispose:

«E se si sveglia e non trova nessuno?»

Non insistetti.

Ci sono dolori nei quali non serve discutere.

Serve soltanto lasciare una persona fare ciò che riesce a fare.

Luna peggiorava lentamente.

All’inizio aveva ancora giornate buone.

Si alzava quando sentiva preparare il pranzo.

La domenica veniva vicino alla tavola quando arrivavano mia madre e mio fratello.

Noi facevamo finta di niente.

Gli italiani sono bravi anche in questo.

Può esserci un dolore enorme seduto accanto a noi, ma apparecchiamo lo stesso.

Mettiamo il pane nel cestino.

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