Versiamo il vino.
Chiediamo se qualcuno vuole ancora lasagne.
Parliamo del vicino che ha cambiato macchina.
Per mezz’ora fingiamo che il mondo non stia cambiando.
Poi arrivavano i giorni cattivi.
Luna non si alzava.
Paolo le portava l’acqua.
Chiara si sedeva per terra e faceva i compiti accanto a lei.
Matteo, che aveva otto anni, le raccontava cose della scuola come se Luna potesse rispondergli.
E una mattina trovai il coniglio azzurro accanto al muso di Luna.
Lo presi.
«Argo, questo è tuo.»
Glielo riportai.
Lui lo prese e se ne andò.
La mattina dopo il coniglio era di nuovo accanto a Luna.
Pensai che lo avesse lasciato lì per caso.
Il terzo giorno vidi tutto.
Ero in cucina con la moka sul fuoco.
Argo entrò dal corridoio con il coniglio azzurro in bocca.
Normalmente si muoveva come se avesse sempre fretta.
Quella volta no.
Camminava piano.
Arrivò davanti al cuscino di Luna.
Si avvicinò al suo muso.
Posò il coniglio a pochi centimetri da lei.
Poi fece due passi indietro.
Aspettò.
Luna non si mosse.
Argo si sdraiò.
Restò lì.
Pensai:
Vuole giocare.
Non capisce.
Nei giorni successivi continuò.
Sempre il coniglio.
Sempre la mattina.
Non una pallina qualsiasi.
Non una corda.
Non uno dei tanti pupazzi sparsi per casa.
Sempre la cosa che amava di più.
Una sera Chiara mi disse:
«Mamma, lui glielo regala.»
Stavo piegando dei panni sul divano.
«Forse spera che Luna giochi.»
«No.»
«Chiara…»
«Se volesse giocare, glielo tirerebbe addosso. Oppure abbaierebbe. Invece glielo lascia.»
Mi fermai.
«Secondo me sa che sta male», aggiunse. «E vuole darle una cosa che la fa stare meglio quando lui è triste.»
Non sapevo cosa rispondere.
Usai la risposta più comoda.
Quella da adulto.
«Non possiamo sapere cosa pensa un cane.»
Chiara alzò le spalle.
«Possiamo guardare quello che fa.»
Quella frase mi è rimasta dentro.
Possiamo guardare quello che fa.
Passarono le settimane.
Argo continuava.
Poi qualcosa cambiò.
Una mattina portò il coniglio.
Nel pomeriggio portò una pallina.
Il giorno dopo una corda rossa.
Poi un pupazzo a forma di salsiccia che emetteva un suono ridicolo quando lo mordeva.
Poco alla volta, i suoi oggetti cominciarono ad accumularsi accanto a Luna.
Non li portava tutti insieme.
Uno alla volta.
Quasi una processione.
Una mattina.
Un regalo.
Un passo indietro.
Poi si sdraiava.
Non chiedeva mai nulla.
Questa è la cosa che non avevo compreso.
Argo, quando voleva giocare, era impossibile da ignorare.
Ti spingeva una pallina contro il ginocchio.
Te la lasciava sui piedi.
Abbaiava.
Saltava.
La riprendeva e te la riportava.
Con Luna non faceva niente di tutto questo.
Posava il giocattolo.
E basta.
Come facciamo noi quando andiamo a trovare qualcuno che soffre e portiamo un vassoio di biscotti anche se sappiamo benissimo che non ha fame.
Come quando lasciamo una busta di spesa davanti alla porta di una vicina anziana e diciamo:
«Passavo di qui.»
Anche se abbiamo fatto tre isolati apposta.
Forse perché certe volte non sappiamo come dire:
Ti vedo.
So che stai male.
Non posso aggiustare niente.
Ma sono qui.
Argo non aveva parole.
Aveva un coniglio azzurro.
Una settimana prima della fine accadde una cosa che Paolo non dimenticherà mai.
Luna era ormai molto debole.
Respirava lentamente.
Mangiava pochissimo.
Argo arrivò con il coniglio e lo appoggiò vicino alla sua testa.
Come sempre.
Fece qualche passo indietro.
Luna aprì gli occhi.
Poi, con una fatica che si vedeva perfino nel modo in cui muoveva il collo, spostò lentamente la testa.
E appoggiò il mento sul coniglio.
Sul giocattolo preferito di Argo.
Argo la guardò.
La sua coda batté una sola volta sul pavimento.
Toc.
Una volta.
Niente salti.
Niente feste.
Sembrava quasi soddisfatto.
Come se finalmente Luna avesse capito a cosa serviva quel regalo.
Paolo era dietro di me.
Non disse nulla.
Aprì la portafinestra e uscì in giardino.
Lo vidi fermarsi vicino al cancello.
Rimase lì qualche minuto con le mani sui fianchi e la schiena rivolta verso casa.
Quando tornò dentro aveva gli occhi rossi.
Nessuno fece domande.
Da noi, come in tante famiglie della sua generazione, gli uomini sono cresciuti sentendosi dire che bisogna stringere i denti.
Mio padre non aveva mai detto “ho paura”.
Diceva:
«Vedremo.»
Non diceva “sono triste”.
Diceva:
«Oggi non ho voglia di parlare.»
Paolo era uguale.
Ma con Luna non riusciva più a nascondersi.
Luna morì una domenica mattina, alla fine di maggio.
La domenica.
Proprio quel giorno.
Sul fornello avevo già messo il sugo perché sarebbero dovuti venire mia madre e mio fratello per pranzo.
Alle nove Luna smise quasi completamente di reagire.
Paolo chiamò il veterinario.
Avevamo deciso che, quando sarebbe arrivato il momento, non l’avremmo portata via da casa.
Volevamo che restasse nel suo soggiorno.
Sul suo cuscino.
Con gli odori che conosceva.
Con noi.
Il veterinario arrivò prima di mezzogiorno.
Mia madre entrò pochi minuti dopo e capì subito.
Posò la borsa della spesa.
Guardò Luna.
Poi guardò Paolo.
«Sono arrivata tardi?»
«No.»
Il pranzo della domenica non ci fu.
La tavola restò apparecchiata per ore.
I piatti buoni.
I bicchieri.
Il pane ancora chiuso nel sacchetto.
Il sugo sul fornello.
Nessuno ebbe fame.
Ci sedemmo tutti vicino a Luna.
Paolo le teneva la testa tra le mani.
Chiara le accarezzava una zampa.
Matteo piangeva in silenzio contro mia madre.
Io tenevo una mano sulla schiena di Luna e l’altra su quella di mio marito.
Argo era qualche metro più indietro.
Seduto.
Immobile.
Aveva le orecchie basse.
Il veterinario fece quello che doveva fare.
Luna se ne andò piano.
Così piano che per qualche secondo nessuno di noi capì che non respirava più.
Paolo continuava ad accarezzarla.
«È finita?» domandò.
Il veterinario annuì.
Argo si alzò.
Nessuno lo chiamò.
Si avvicinò a Luna.
Le annusò il muso.
Poi il collo.
Poi le zampe.
Restò lì a lungo.
Alla fine si sedette accanto a lei.
Quel pomeriggio seppellimmo Luna in fondo al giardino, sotto un vecchio ciliegio.
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