Era il suo posto.
D’estate cercava ombra proprio lì.
In primavera si sdraiava nell’erba mentre Paolo sistemava l’orto.
Paolo scavò quasi tutto da solo.
Mio fratello provò ad aiutarlo.
Lui disse:
«Faccio io.»
Non era una questione di forza.
Aveva bisogno di farlo.
Chiara scrisse il nome di Luna su una pietra piatta.
Matteo raccolse tre margherite.
Mia madre recitò sottovoce una preghiera senza chiedere a nessuno se fosse il caso.
Io la lasciai fare.
Il vicino di casa, il signor Gino, ci vide dal suo orto.
Aveva settantaquattro anni.
Un uomo che per trent’anni aveva parlato con Paolo quasi esclusivamente di pomodori, siepi e grondaie.
Si tolse il cappello.
Rimase fermo dall’altra parte della rete.
Non disse nulla.
Dopo un po’ entrò dal cancelletto con una piccola pala.
«Ti tengo la terra», disse a Paolo.
Fu tutto.
A volte il cuore di un quartiere è fatto così.
Non di grandi discorsi.
Di qualcuno che prende una pala senza essere invitato.
Luna fu sepolta prima di sera.
Argo osservava dal portico.
Il coniglio azzurro era ancora in soggiorno, sul cuscino vuoto dove Luna era morta.
Non riuscivo a toccarlo.
La casa quella notte sembrava enorme.
Nonostante fossimo tutti lì.
Mancava un cane di venticinque chili e sembrava mancasse una stanza intera.
Paolo dormì ancora sul divano.
Questa volta senza motivo.
O forse con il motivo più grande.
La mattina dopo mi alzai presto.
La casa era silenziosa.
Preparai il caffè.
Aprii la finestra sopra il lavello.
Guardai verso il giardino.
E mi dovetti aggrappare al bordo.
Argo era davanti alla tomba di Luna.
Ma non era solo.
Sul terreno fresco c’era una montagna di giocattoli.
Il coniglio azzurro.
La pallina.
La corda rossa.
Il pupazzo rumoroso.
Un osso di gomma.
Una vecchia pallina da tennis.
Un anello ormai rosicchiato.
Ogni cosa che Argo possedeva.
Ogni giocattolo che amava.
Li aveva trasportati fuori durante la notte.
Uno alla volta.
Attraverso la porticina che usava per andare in giardino.
Dalla casa al ciliegio.
Dalla casa al ciliegio.
Chissà quante volte.
Li aveva sistemati sopra la terra di Luna.
E ora era sdraiato accanto a quel mucchio con il muso tra le zampe.
Chiamai Paolo.
Non urlai.
Dissi soltanto:
«Vieni.»
Lui arrivò ancora mezzo addormentato.
Indicai il giardino.
Paolo guardò.
Rimase immobile.
Poi si coprì la bocca con una mano.
L’uomo che non aveva pianto davanti ai figli.
L’uomo che aveva scavato la tomba.
L’uomo che aveva continuato a dire a tutti «sto bene».
Cominciò a piangere.
Non piano.
Gli tremavano le spalle.
Io gli presi il braccio.
Non cercai di fermarlo.
Uscimmo insieme.
Argo sollevò la testa.
Mosso lentamente la coda.
Toc.
Toc.
Poi appoggiò di nuovo il muso sulle zampe.
Non prendemmo i giocattoli.
Come avremmo potuto?
Erano suoi.
E lui aveva deciso dove dovevano stare.
Chiara arrivò dietro di noi.
Guardò la tomba.
Guardò me.
Non disse “te l’avevo detto”.
Avrebbe potuto.
Mi abbracciò soltanto.
Io pensavo di avere capito quella storia.
Pensavo fosse la storia di un cane giovane che cercava di far giocare una compagna malata.
Mi sbagliavo.
Argo non aveva cercato di far giocare Luna.
Le aveva dato le sue cose.
Prima quella più importante.
Poi tutte le altre.
E quando Luna non c’era più, aveva portato tutto nel posto dove l’avevamo lasciata.
Non so cosa pensasse.
Non voglio inventare pensieri che un cane non può raccontare.
Posso soltanto dire cosa fece.
E quello che fece era chiarissimo.
Prese ciò che amava.
E lo mise vicino a chi amava.
Nei giorni successivi Argo cominciò ad andare alla tomba ogni mattina.
Usciva.
Camminava fino al ciliegio.
Si sdraiava.
Restava lì dieci minuti, mezz’ora, qualche volta di più.
Poi tornava in casa.
Il signor Gino lo vedeva dal suo orto.
Una mattina mi disse:
«Quel cane aspetta ancora la sua amica.»
Io sorrisi.
«Credo di sì.»
Gino guardò Argo.
Poi disse:
«Anche mia moglie aveva un cane così. Quando è morta lei, quello non ha mangiato per due giorni.»
Non conoscevo quasi niente della moglie di Gino.
Era morta molti anni prima.
Abitavamo a quindici metri di distanza da quasi una decade.
Eppure certe cose non ce le eravamo mai raccontate.
Il giorno dopo trovai vicino al cancello una pallina nuova.
Pensai fosse dei bambini.
La portai dentro.
Argo la prese.
La annusò.
Ci giocò forse cinque minuti.
Poi uscì.
La portò alla tomba di Luna.
«Gino», dissi nel pomeriggio.
Lui fece finta di non capire.
«Che cosa?»
«La pallina.»
«Quale pallina?»
«Va bene.»
Scrollò le spalle.
«Magari qualcuno l’ha persa.»
Due giorni dopo comparve una piccola corda davanti al cancello.
Poi un pupazzo.
Poi un osso di gomma.
Pensai fossero Chiara e Matteo.
«Siete voi?»
Entrambi negarono.
«Papà?»
Paolo alzò gli occhi dal giornale.
«Io cosa?»
«I giochi.»
«Non so niente.»
Mentivano tutti malissimo.
O almeno così credevo.
Finché una mattina incontrai la signora Teresa del numero 18.
Aveva settant’anni, capelli sempre perfetti e una reputazione costruita in quarant’anni di quartiere come persona capace di sapere chi aveva litigato con chi ancora prima dei diretti interessati.
Mi fermò.
«Lucia.»
«Buongiorno.»
Si guardò intorno come se dovesse confessare un reato.
Poi tirò fuori dalla borsa un piccolo pupazzo verde.
«Questo può andare?»
Rimasi a guardarla.
«Per Argo?»
«No. Cioè, sì. Insomma… per l’altra.»
L’altra.
Luna.
«Teresa…»
Lei agitò la mano.
«Non fare scene. Ho sentito la storia da Gino.»
Naturalmente.
Se esisteva un modo perché una notizia attraversasse il quartiere senza telefono, Gino e Teresa lo conoscevano.
«Mio nipote ha detto che questo non lo usa più.»
Io guardai il pupazzo.
Era nuovo.
«Teresa, questo ha ancora il cartellino.»
«Mio nipote tiene bene le sue cose.»
«Tuo nipote ha ventisei anni.»
Mi fissò.
Poi scoppiammo entrambe a ridere.
Le vennero gli occhi lucidi.
«Lascialo fare», disse. «Se il cane deve portare qualcosa alla sua amica, lasciamoglielo portare.»
Quella frase fece il giro della strada.
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