Non saprei dire come.
Cominciarono ad apparire giocattoli.
Mai tanti.
Uno ogni tanto.
Una pallina davanti al cancello.
Una corda appesa alla maniglia.
Un vecchio pupazzo lavato e ricucito.
Nessun biglietto.
Nessun nome.
Persone che da anni si salutavano soltanto con un cenno del capo cominciarono a fermarsi davanti al nostro cancello per chiedere:
«Come sta Argo?»
Il panettiere all’angolo, che conosceva Paolo da quando erano ragazzi, una mattina gli diede una pallina.
«L’avevo in magazzino.»
Paolo lo guardò.
«In un forno?»
«Non fare domande.»
Perfino il ragazzo che abitava tre case più in là, sempre con gli auricolari e lo sguardo sul telefono, lasciò una corda nuova davanti al cancello.
Lo vidi dalla finestra.
Non suonò.
La posò.
Guardò verso il ciliegio.
Poi se ne andò.
Argo riceveva quei giochi.
Per un po’ li teneva con sé.
A volte un giorno.
A volte una settimana.
Poi, prima o poi, ognuno finiva sotto il ciliegio.
Il mucchio cresceva.
Il coniglio azzurro intanto cambiava colore.
La pioggia lo scolorì.
Il sole indurì la stoffa.
Mia madre un giorno disse:
«Potremmo lavarlo.»
Chiara rispose subito:
«No, nonna.»
«È sporco.»
«Deve stare lì.»
Mia madre guardò il pupazzo.
Poi annuì.
«Va bene.»
Ogni generazione ha il proprio modo di capire il lutto.
La sua aggiustava le cose.
La mia cercava spiegazioni.
Quella dei miei figli sembrava più capace di lasciarle semplicemente essere.
Passarono i mesi.
Argo tornò lentamente quello di prima.
Ricominciò a correre.
A rubare calzini.
A spaventarsi per l’aspirapolvere.
Una volta fece cadere una sedia rincorrendo una mosca e ci fece ridere per la prima volta senza sentirci in colpa.
Ma continuò ad andare da Luna.
Ogni giorno.
Qualche minuto.
A volte si sdraiava.
A volte rimaneva seduto.
A volte portava un nuovo giocattolo.
Paolo aveva ripreso a dormire nel letto, ma certe sere usciva in giardino e si sedeva sotto il ciliegio.
Non diceva perché.
Una sera, verso la fine dell’estate, lo vidi dalla finestra.
Argo era accanto a lui.
Tra le zampe aveva un nuovo pupazzo arancione.
Paolo lo accarezzava sulla schiena.
Aprii la portafinestra.
«Vieni dentro?»
Paolo non rispose subito.
Guardava la tomba.
Poi disse:
«Sai qual è la cosa che mi fa impazzire?»
«Cosa?»
«Lui le ha dato tutto.»
Mi avvicinai.
«Sì.»
«Anche quando lei non poteva più usarlo.»
Argo appoggiò il corpo contro la gamba di Paolo.
Paolo abbassò una mano e gli grattò il collo.
«Noi passiamo metà della vita a tenere strette le cose», disse.
Non sapevo se parlasse dei giocattoli.
Dei soldi.
Delle case.
Dei rancori.
Delle parole che non diciamo perché ci sembrano troppo grandi.
Forse parlava di tutto.
«Mio padre non mi ha mai detto che mi voleva bene», continuò.
Rimasi in silenzio.
«Lo sapevo, eh. Ma non lo diceva.»
Paolo sorrise senza allegria.
«Comprava le pesche quando sapeva che andavo a trovarlo. Aggiustava la macchina senza farmi pagare il meccanico. Mi riempiva il bagagliaio di verdure. Quello era il suo modo.»
Guardò Argo.
«Forse siamo tutti così. Diciamo le cose con quello che riusciamo.»
Mi sedetti accanto a lui.
Dalla casa arrivava la voce di Chiara che litigava con Matteo per il telecomando.
Da qualche giardino più in là sentivamo piatti e posate.
Teresa parlava troppo forte con qualcuno.
Gino chiudeva il rubinetto dell’orto.
La vita continuava.
Semplice.
Rumorosa.
Imperfetta.
Quella strada non era diventata improvvisamente una grande famiglia.
Teresa continuava a lamentarsi delle macchine parcheggiate male.
Gino continuava a tagliare la siepe alle sette del mattino.
Paolo continuava a discutere con il vicino dall’altra parte per le foglie che cadevano oltre la rete.
Eravamo sempre noi.
Ma qualcosa era cambiato.
Una cagnolina morta e un cane con un vecchio coniglio azzurro avevano fatto una cosa che nessuna riunione di condominio era riuscita a fare.
Ci avevano ricordato che vivevamo gli uni accanto agli altri.
Che dietro ogni finestra c’erano perdite, ricordi, persone che mancavano.
E che a volte basta lasciare qualcosa davanti a un cancello per dire:
Ho capito.
Ci sono anch’io.
Il mucchio di giochi sotto il ciliegio continuò a crescere.
Io avevo smesso di chiedere da dove arrivassero.
Forse alcuni li comprava Paolo.
Forse Chiara.
Forse Matteo.
Forse Gino.
Forse Teresa.
Forse persone che non avrei mai scoperto.
In fondo non importava.
Avevamo tutti cominciato a partecipare a quel rito strano.
Argo portava.
Luna riceveva.
Noi facevamo in modo che Argo avesse sempre qualcosa da portare.
Perché nessuno di noi sopportava l’idea del giorno in cui sarebbe arrivato sotto il ciliegio senza più niente da lasciare.
Un pomeriggio trovai mia madre seduta in cucina con un ago in mano.
Davanti a lei c’era un pupazzo mezzo scucito.
«Cosa fai?»
«Lo sistemo.»
«È per Argo?»
«È per Luna.»
Lo disse senza esitazione.
Riprese a cucire.
Aveva ottant’anni quasi.
Mani segnate.
Dita un po’ rigide.
La stessa scatola di fili che usava quando io ero bambina.
In quel momento capii una cosa.
Non stavamo più alimentando soltanto il lutto di un cane.
Stavamo dando un posto anche al nostro.
Mia madre cuciva.
I bambini compravano giochi.
I vicini lasciavano palline.
Paolo si sedeva sotto l’albero.
Io guardavo dalla finestra.
Ognuno aveva trovato il proprio coniglio azzurro.
Qualcosa da offrire quando le parole non bastavano.
A distanza di tempo Argo continua ancora ad andare al ciliegio.
Non ogni ora.
Non con la stessa tristezza.
La vita, per fortuna, sa ricominciare anche quando sembra impossibile.
Ma una volta al giorno, quasi sempre, esce.
Attraversa il prato.
Si ferma davanti alla pietra con il nome di Luna.
Annusa i vecchi giocattoli.
A volte si sdraia.
Il coniglio azzurro è quasi grigio ormai.
Gli manca da tempo anche il secondo orecchio.
La cucitura fatta da mia madre si sta aprendo.
E nessuno vuole sistemarlo.
Quello è il coniglio di Luna adesso.
Una sera Paolo ed io eravamo seduti fuori.
Argo arrivò con una pallina nuova che qualcuno aveva lasciato quella mattina.
La posò sulla tomba.
Fece due passi indietro.
Esattamente come aveva fatto per settimane nel nostro soggiorno.
Poi si sdraiò.
Paolo si alzò.
Andò verso di lui.
Si sedette sull’erba.
Argo gli si appoggiò contro.
Io li guardavo dal tavolo.
Un uomo di cinquantasei anni.
Un cane color miele.
Una tomba sotto un vecchio ciliegio.
Un mucchio di giocattoli scoloriti.
E dietro le reti, le luci delle case che si accendevano una alla volta.
Paolo accarezzò Argo e disse piano:
«Brava, Luna. Guarda quanta gente hai messo insieme.»
Non so se i cani comprendano la morte nel modo in cui la comprendiamo noi.
Non so se Argo sappia davvero dove sia Luna.
Non so se quel coniglio fosse un regalo, un conforto o qualcosa per cui noi esseri umani non abbiamo nemmeno una parola.
So soltanto cosa ho visto.
Ho visto un cane giovane scegliere, ogni mattina, la cosa più preziosa che possedeva.
Portarla a una compagna che non poteva più giocare.
Posarla vicino al suo muso.
E andarsene senza chiedere nulla in cambio.
Ho visto Luna trovare abbastanza forza per appoggiarci la testa.
Ho visto la coda di Argo battere una sola volta sul pavimento.
Ho visto mio marito piangere davanti a una finestra.
Ho visto un cane trasportare tutti i suoi tesori sopra una tomba.
E ho visto un quartiere che aveva quasi dimenticato come parlarsi cominciare a lasciare palline davanti a un cancello.
Forse Chiara aveva ragione fin dall’inizio.
Forse l’amore non è complicato quanto cerchiamo di renderlo.
Quando qualcuno che ami sta soffrendo, non sempre puoi salvarlo.
Non sempre puoi aggiustare le cose.
Non sempre esiste la frase giusta.
A volte puoi soltanto prendere la cosa migliore che hai.
Portargliela.
Posarla piano accanto a lui.
Fare un passo indietro.
E restare lì.
A fargli compagnia.





