Cinque motociclisti sentirono un abbaio nel bosco: ciò che trovarono legato all’albero li lasciò senza parole

Lo guardò.

Lui fece due passi indietro.

«Vai.»

La cagna rimase ferma.

«Vai, bella. Sei a casa.»

Come se avesse capito, rimise il muso sulle zampe.

Sergio uscì.

Nel parcheggio tirò fuori da sotto la maglietta la catenina che portava al collo.

Per la prima volta vidi bene le due medagliette.

La sua.

E quella di Matteo.

Le strinse nel pugno.

«Sai che c’è?» mi disse.

«Cosa?»

Guardò verso la finestra di Elena.

«Per undici anni ho pensato che lasciar andare Matteo significasse dimenticarlo.»

Non risposi.

«Forse non è così.»

Fu l’unica vera conversazione che abbiamo mai avuto su suo figlio.

Non ne servivano altre.

Da allora è passato più di un anno.

Elena una volta mi ha raccontato una cosa che nessuno di noi sa spiegare.

Ogni sera, prima di andare a dormire, mette alcuni piccoli biscotti per cani sul pavimento della cucina.

Madre li mangia.

Quasi tutti.

Ma spesso ne lascia uno.

Sempre nello stesso punto.

Elena non lo sposta fino al mattino.

Forse è una coincidenza.

Forse siamo noi esseri umani che cerchiamo significati perché abbiamo bisogno di trovarli.

A una certa età impari anche a non pretendere una spiegazione per tutto.

Alcune cose puoi semplicemente rispettarle.

Noi cinque continuiamo ad andare in moto.

Più piano di una volta.

Con più pause.

Le ginocchia fanno male.

Mauro ha smesso di fumare dopo che il medico gliel’ha ripetuto per dieci anni.

Franco adesso ha due nipoti e passa metà delle domeniche a costruire piste per macchinine sul pavimento del soggiorno.

Renato dice che non è invecchiato.

Nessuno gli crede.

Una o due volte all’anno torniamo su quella strada forestale.

Spegniamo le moto nello stesso punto.

Scendiamo nel bosco.

Il primo anno il cerchio intorno all’albero era ancora perfettamente visibile.

La catena non c’era più.

Mauro l’aveva tolta il giorno successivo al ritrovamento.

Non abbiamo mai chiesto che cosa ne abbia fatto.

Preferisco non saperlo.

L’erba è tornata lentamente.

Prima ai bordi.

Poi verso il centro.

Ogni volta restiamo qualche minuto in silenzio.

Non abbiamo cerimonie.

Non portiamo fiori.

Non facciamo fotografie.

Cinque uomini della nostra età sanno che non tutto deve finire su un telefono per essere vero.

La prima volta che tornammo lì dopo l’adozione, Sergio si fermò davanti all’albero.

Guardò il punto dove avevamo trovato Madre.

Poi guardò verso il bosco.

Disse piano:

«È a casa.»

Fece una pausa.

«Puoi riposare.»

Non so se parlasse a lei.

Ai suoi cuccioli.

A Matteo.

O forse a se stesso.

Non gliel’ho mai chiesto.

Ogni anno ripete le stesse parole.

Poi risaliamo il pendio.

Accendiamo le moto.

Torniamo verso valle.

E da quel giorno, quando qualcuno mi dice che certe coincidenze non significano nulla, penso a cinque motori accesi in mezzo a un bosco.

Penso a un abbaio così debole che non avremmo dovuto sentirlo.

Penso a Sergio che proprio quel giorno decise di cambiare strada perché il percorso abituale era troppo trafficato.

Penso a una cagna che aveva quasi finito la voce proprio quando noi passammo accanto a quel pendio.

Se Sergio avesse tenuto il casco chiuso.

Se avessimo parlato più forte.

Se fossimo passati cinque minuti prima.

Se lei avesse smesso di chiamare.

Non so come si chiami una cosa del genere.

Caso.

Fortuna.

Destino.

A cinquantotto anni ho smesso di sentirmi obbligato a scegliere una parola.

So soltanto che una creatura che aveva passato mesi a sorvegliare ciò che amava riuscì a fare un ultimo abbaio.

E che dall’altra parte del bosco c’era un uomo che da undici anni sorvegliava, in silenzio, il ricordo di suo figlio.

Uno dei due chiamò.

L’altro, finalmente, rispose.

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