Cominciò allora una cosa strana.
Senza accordarci, iniziammo tutti a modificare un po’ le nostre giornate.
Il signor Franco, che abitava due portoni più avanti e usciva sempre con il suo cagnolino alle nove, cominciò a passeggiare verso le sette e mezza.
Lucia del piano terra iniziò a prendere il fresco davanti casa proprio mentre Giulio usciva.
Due ragazzi che giocavano a pallone contro un garage abbassavano la voce quando passavano davanti alla veranda.
Perfino i motorini sembravano rallentare.
Non perché qualcuno avesse imposto una regola.
Nessuno l’aveva fatto.
Era successo e basta.
La strada si era adattata.
Come succedeva una volta quando in casa c’era un malato e tutto il cortile, senza grandi discorsi, imparava a parlare più piano.
La domenica sera, dopo i pranzi in famiglia, succedeva qualcosa di ancora più evidente.
Figli e nipoti uscivano dalle case.
Qualcuno si fermava con un gelato in mano.
Qualcuno beveva il caffè sul balcone.
E per qualche minuto guardavamo tutti nella stessa direzione.
Il tramonto.
E la veranda di Giulio.
Forse avevamo bisogno anche noi di quel rito.
A cinquant’anni, sessanta, settanta, cominci a capire che la vita non se ne va tutta insieme.
Se ne va a piccoli pezzi.
Prima muoiono i nonni.
Poi i genitori.
Poi qualche amico di scuola.
Un giorno ti accorgi che il bar dove andavi da ragazzo non esiste più.
Che i figli hanno una casa loro.
Che i nipoti rispondono ai messaggi mentre tu vorresti guardarli negli occhi.
Che la cucina della mamma esiste soltanto nei ricordi.
E allora certi gesti semplici diventano enormi.
Una sedia fuori casa.
Un cane.
Un uomo anziano.
Dieci minuti di cielo.
Noi sapevamo come sarebbe finita.
Naturalmente.
Un cane di quasi diciassette anni, paralizzato, che mangiava pochissimo.
Nessuno poteva fingere.
Ma sapere che una cosa arriverà non significa essere pronti quando arriva.
Accadde un giovedì di fine settembre.
Lo ricordo perché il giorno dopo dovevo accompagnare mia madre a una visita e avevo già preparato i documenti sul tavolo della cucina.
Verso sera, mentre mettevo a posto i piatti, mi accorsi che il cielo era diverso.
Limpido.
Profondo.
Con nuvole lunghe che cominciavano a colorarsi di rame.
Uno di quei tramonti di settembre che fanno sembrare l’Emilia un dipinto.
Mi avvicinai alla finestra.
Giulio uscì.
Portava Argo come sempre.
La coperta azzurra avvolgeva quasi tutto il corpo del cane.
Quel giorno, però, Giulio si fermò due volte.
Una sullo stipite.
Una davanti alla poltrona.
Pensai di correre da lui.
Poi lo vidi sistemarsi.
Argo era sulle sue gambe.
Il muso rivolto verso il sole.
E la testa, cosa che non accadeva da diversi giorni, era sollevata.
Questo dettaglio non l’ho mai dimenticato.
Argo guardava davvero.
Non aveva gli occhi chiusi.
Non dormiva.
Guardava.
Le nuvole diventarono prima arancioni, poi rosa.
Giulio abbassò il viso fino a sfiorare con la guancia l’orecchio del cane.
Le sue labbra si muovevano.
Non potevo sentire cosa dicesse.
E forse è giusto così.
Ci sono parole che appartengono soltanto a chi le dice e a chi le riceve.
Mi piace pensare che gli stesse raccontando qualcosa di Teresa.
O forse gli stava dicendo soltanto:
«Bravo, vecchio mio.»
«Ci siamo.»
«Sono qui.»
Il sole scese lentamente dietro i filari.
Per un attimo rimase una striscia rossa.
Poi sparì.
E nello stesso momento Argo abbassò la testa.
Piano.
Senza un movimento brusco.
La appoggiò sul petto di Giulio.
Io continuai a guardare.
Non capii subito.
Pensai fosse stanco.
Pensai che Giulio sarebbe rimasto seduto ancora cinque minuti e poi sarebbe rientrato.
Passarono dieci minuti.
La luce diventò grigia.
Quindici.
Il lampione all’angolo si accese.
Giulio non si muoveva.
Cominciai a sentire qualcosa nello stomaco.
Quella sensazione che arriva prima che la mente voglia accettare ciò che gli occhi hanno già capito.
Venti minuti.
Argo non aveva cambiato posizione.
Giulio teneva una mano sulla schiena del cane.
L’altra sotto la coperta.
E guardava davanti a sé.
Il cielo era ormai quasi scuro.
Fu allora che capii.
Argo aveva aspettato il tramonto.
L’ultimo.
E se n’era andato tra le braccia dell’uomo che, per sessanta sere, lo aveva portato lì perché non perdesse la cosa che amava di più.
Rimasi dietro il vetro.
Non sapevo cosa fare.
Entrare in quel dolore mi sembrava una violazione.
Lasciarlo solo mi sembrava peggio.
Giulio continuava a sedere.
La notte arrivò.
Accesero le luci nelle cucine.
Si sentivano piatti, televisioni, rubinetti.
La vita proseguiva a pochi metri da lui con l’indifferenza assurda con cui il mondo continua sempre, anche quando per qualcuno è appena finito tutto.
Poi vidi aprirsi la porta di Franco.
Uscì senza giacca.
Guardò la veranda di Giulio.
Rimase immobile.
Tornò dentro un momento.
Quando uscì di nuovo aveva un maglione.
Cominciai a infilarmi le scarpe.
Mia moglie mi chiese:
«Dove vai?»
Le indicai la finestra.
Lei guardò.
Non disse niente.
Prese anche lei il cardigan.
Mentre attraversavamo la strada si aprì un altro cancello.
Poi un altro.
Lucia uscì dalla sua casa.
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