Ogni sera portava il suo vecchio cane in braccio al tramonto, finché una sera nessuno tornò dentro

Paolo arrivò da due portoni più in là.

La signora Mirella, settantadue anni e le ginocchia malandate, camminò piano tenendosi alla ringhiera.

Nessuno aveva telefonato.

Nessuno aveva scritto messaggi.

Nessuno aveva detto:

«Andiamo tutti da Giulio.»

Semplicemente, per due mesi avevamo imparato a guardare quella veranda ogni sera.

E quella sera era buio.

Troppo buio.

Troppo tardi.

Giulio era ancora lì.

Così arrivammo.

Eravamo nove o dieci.

Non ricordo esattamente.

Ricordo però che nessuno fece la cosa che normalmente facciamo davanti al dolore.

Nessuno iniziò a parlare.

Nessuno disse:

«Coraggio.»

Nessuno disse:

«Era vecchio.»

Nessuno disse:

«Almeno non ha sofferto.»

Nessuno disse quelle frasi che a volte pronunciamo perché il silenzio ci spaventa più della sofferenza degli altri.

Franco si sedette sul gradino.

Lucia si appoggiò al muretto.

Mirella prese una sedia di plastica da casa sua.

Io mi sedetti per terra, vicino al vaso di rosmarino.

Gli altri fecero lo stesso.

Giulio alzò gli occhi.

Solo allora sembrò accorgersi di noi.

Guardò una faccia.

Poi un’altra.

Non disse niente.

Inspirò profondamente.

E fece un piccolo rumore.

Quasi un singhiozzo trattenuto.

Non era pianto.

Era il suono di una persona che per tutto il tempo ha creduto di dover reggere da sola un peso enorme e, all’improvviso, scopre che qualcuno è disposto a sedersi accanto a lei mentre lo regge.

Restammo lì.

Nel buio.

Giulio sulla poltrona.

Argo avvolto nella coperta azzurra.

Noi intorno.

Le nostre case a pochi metri.

Le nostre cucine lasciate a metà.

Le televisioni accese.

La cena sui tavoli.

Per una volta nessuno aveva fretta.

Faceva freddo.

Uno dei ragazzi tornò a casa e portò qualche coperta.

Qualcuno spense la luce esterna perché Giulio sembrava preferire il buio.

Da una finestra arrivava l’odore del caffè.

Da un’altra quello della minestra.

E io pensai ai nostri genitori.

Ai cortili di una volta.

A quelle sere in cui bastava mettere una sedia fuori e non serviva organizzare nulla.

La gente c’era.

Questo era tutto.

C’era.

Restammo quasi due ore.

Forse di più.

Nessuno controllava l’orologio.

A un certo punto spuntò la luna tra i tetti.

Giulio continuava ad accarezzare la coperta.

Ogni tanto chinava il capo.

Noi continuavamo a stare lì.

Non potevamo togliere il dolore.

Non potevamo riportare indietro Argo.

Ma forse ci sono momenti in cui aiutare qualcuno non significa aggiustare niente.

Significa semplicemente non lasciarlo solo dentro ciò che non può essere aggiustato.

Quando Giulio finalmente si mosse, Franco si alzò per aiutarlo.

Giulio fece cenno di no.

Poi guardò tutti.

Aveva gli occhi rossi.

Parlò per la prima volta da quando eravamo arrivati.

«Grazie per essere rimasti con noi.»

Con noi.

Non disse con me.

Disse con noi.

Abbassò lo sguardo verso Argo.

Per Giulio erano ancora una coppia.

Come lui e Teresa lo erano stati per più di mezzo secolo.

Come lui e Argo lo erano stati negli ultimi anni.

Noi.

Quella parola fece piangere Mirella.

Poi anche Lucia.

E, finalmente, Giulio.

Piano.

Senza nascondersi.

La mattina successiva, alle sette e mezzo, sentii rumore di ferri.

Pensai a qualche lavoro stradale.

Guardai fuori.

Franco era nel giardino di Giulio con una pala.

Paolo ne aveva un’altra.

Due ragazzi del fondo della strada stavano spostando alcune pietre.

Non c’era stata nessuna riunione.

Nessuno aveva stabilito un programma.

Stavano scavando.

Giulio voleva seppellire Argo nel giardino.

Non dietro casa.

Davanti.

Sul lato occidentale.

Nel punto da cui il cane aveva osservato migliaia di tramonti.

Io presi i guanti e attraversai la strada.

Mia moglie preparò una caffettiera grande.

Mirella arrivò con una torta che aveva in freezer.

A metà mattina sembrava una di quelle giornate di paese di quarant’anni prima, quando succedeva qualcosa a una famiglia e, senza che nessuno lo chiedesse, arrivavano mani.

Chi sapeva scavare scavava.

Chi sapeva cucinare cucinava.

Chi non sapeva fare niente portava sedie.

Argo venne sepolto ancora avvolto nella coperta azzurra.

Giulio volle che il muso fosse rivolto verso ovest.

Non so se servisse.

Non so se abbia senso.

Ma nessuno fece domande.

Alle undici Franco sparì con la macchina.

Tornò un’ora dopo con un piccolo albero.

Un acero.

Giovane.

Esile.

«In autunno diventa tutto dorato», disse.

Giulio lo fissò.

Passò la mano sulla corteccia sottile.

«Teresa amava gli aceri», mormorò.

Fu la prima volta che nominò sua moglie quella mattina.

Piantarono l’albero sopra il punto dove riposava Argo.

Quando finirono, tutti tornarono lentamente alle proprie case.

Giulio rimase da solo davanti al piccolo acero.

Gli mise una mano sul tronco.

La tenne lì a lungo.

Poi rientrò.

Avevo paura della sera.

Lo avevamo tutti.

Perché per quasi diciassette anni, a quell’ora, Giulio aveva avuto un appuntamento.

Prima con Argo che camminava.

Poi con Argo da portare in braccio.

Adesso non c’era più niente da portare.

Alle sette meno dieci vidi Franco uscire.

Non bussò alla porta di Giulio.

Non chiamò nessuno.

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