Attraversò semplicemente la strada, entrò nel giardino, si sedette sull’erba accanto al giovane acero e guardò verso ovest.
Rimase lì fino a quando il sole scomparve.
La sera successiva lo fece Mirella.
Portò una sedia.
Il giorno dopo andarono due ragazzi.
Quello successivo una coppia con il nipotino.
Nessuno aveva creato un turno.
Non esisteva un calendario.
Non c’era un gruppo.
Semplicemente, ogni sera, qualcuno finiva sotto quell’albero.
A volte una persona.
A volte tre.
Una domenica eravamo in quindici.
Giulio non uscì per la prima settimana.
Noi non gli dicemmo nulla.
Poi, l’ottavo giorno, mentre il cielo diventava arancione, sentimmo aprirsi la sua porta.
Uscì lentamente.
Senza cane.
Era la prima volta che lo vedevo percorrere quei quattro metri da solo.
Sembravano gli stessi quattro passi di prima.
Eppure non erano più gli stessi.
Arrivò sotto l’acero.
Franco si alzò per cedergli la sedia.
Giulio scosse la testa e si sedette sull’erba.
Guardò il tramonto.
Nessuno parlò.
Dopo un po’ sorrise.
Un sorriso piccolo.
Quasi colpevole.
Poi disse:
«Gli sarebbe piaciuto questo.»
Da allora è passato più di un anno.
L’acero è cresciuto.
Non tanto, ma abbastanza da fare una piccola ombra in estate.
In ottobre le foglie sono diventate gialle come aveva promesso Franco.
Quando il sole le attraversava, sembrava davvero che l’albero fosse acceso.
Giulio sta discretamente.
Ha ottant’anni ormai.
Cammina più piano.
Ogni tanto sua figlia viene da Bologna e cerca di convincerlo a trasferirsi vicino a lei.
Lui dice sempre che ci penserà.
Noi sappiamo che probabilmente resterà finché potrà.
Ha ripreso a curare l’orto.
Ha sistemato la vecchia bicicletta di un ragazzino.
A Natale ha perfino partecipato alla cena del quartiere nel garage di Lucia, cosa che anni prima non avrebbe mai fatto.
Ma soprattutto, continua a guardare il tramonto.
Non ogni sera.
Alcune.
Quando se la sente.
E quando esce trova quasi sempre qualcuno.
Un vicino.
Un bambino.
Un uomo tornato stanco dal lavoro.
Una donna che ha litigato con il figlio.
Una vedova.
Due pensionati.
Qualche volta nessuno parla.
Forse è questo che Argo ha lasciato alla nostra strada.
Non un monumento.
Non una storia straordinaria nel senso in cui oggi usiamo quella parola.
Ha lasciato dieci minuti.
Dieci minuti al giorno nei quali qualcuno smette di correre.
Smette di guardare lo schermo.
Smette di pensare alle rate, alle visite, ai figli lontani, alle discussioni, alla cena da preparare.
E guarda il cielo.
Una sera, la nipotina di Mirella, che aveva sette anni, chiese perché continuassimo ad andare sotto l’albero.
Sua madre cercò di spiegarle la storia.
«Vedi, prima lì c’era Argo, e Argo…»
La bambina la interruppe.
«Ho capito.»
Guardò l’acero.
Poi il sole.
«Andate lì perché così non deve guardarlo da solo.»
Nessuno seppe cosa rispondere.
Aveva detto tutto.
Per quasi diciassette anni un cane color miele guardò il sole sparire dietro i campi.
Negli ultimi due mesi della sua vita non poteva più camminare.
Così un uomo di settantanove anni, con la schiena dolorante e le mani che tremavano, lo portò fuori ogni sera.
Non perché pensasse che sarebbe guarito.
Non perché qualcuno lo vedesse.
Non perché volesse essere definito una brava persona.
Lo faceva perché Argo amava il tramonto.
E finché ad Argo restava ancora la forza di aprire gli occhi per quella piccola cosa, Giulio riteneva suo dovere portarcelo.
La sera in cui Argo morì, pensavamo che Giulio fosse rimasto solo.
Poi, uno alla volta, uscimmo dalle nostre case.
E ci accorgemmo che forse il quartiere che credevamo scomparso esisteva ancora.
Era nascosto dietro porte chiuse.
Televisioni accese.
Giornate troppo piene.
Persone convinte di non avere tempo.
Aveva soltanto bisogno di qualcuno che desse il primo segnale.
Un vecchio.
Un cane.
Una coperta azzurra.
Un tramonto.
Oggi, quando passo davanti all’acero, penso spesso a Teresa, anche se non c’è nessuna targa con il suo nome.
Penso ad Argo.
Penso a Giulio.
Penso ai miei genitori e a tutte le volte che ho detto «passo domani» credendo che i giorni fossero infiniti.
Penso a quanto siamo diventati bravi a mandare messaggi e quanto ci sia diventato difficile bussare a una porta.
Poi arriva la sera.
Il sole comincia a scendere.
Qualcuno attraversa la strada.
Si siede sotto l’acero.
E, per qualche minuto, tutto torna semplice.
Il cielo si colora d’oro.
Le case diventano scure.
Le voci si abbassano.
Giulio, quando c’è, guarda verso ovest con le mani appoggiate sulle ginocchia.
Nessuno pronuncia il nome di Argo.
Non serve.
Perché il cane che per tutta la vita non volle perdere nemmeno un tramonto non ne perde quasi nessuno neppure adesso.
C’è sempre qualcuno seduto sotto il suo albero.
E finché su quella strada resterà anche una sola persona capace di fermarsi davanti alla luce che se ne va, Argo avrà ancora compagnia.





