Erano quasi le due.
Così andammo.
Lady raggiunse la tomba.
Si sdraiò.
Rimase lì quasi un’ora.
Il giorno seguente, alle 13:30, prese il guinzaglio.
Io e Chiara ci guardammo.
E tornammo al cimitero.
Poi ancora.
E ancora.
Quello che pensavamo sarebbe stato un ultimo saluto diventò una nuova abitudine.
La stessa ora.
Un altro posto.
D’inverno le comprammo un piccolo cappotto impermeabile perché tremava durante le giornate più fredde.
Quando pioveva forte aspettavamo qualche minuto in macchina.
Se la pioggia diminuiva, Lady scendeva.
In estate cercavamo l’ombra dei cipressi.
Il custode del cimitero cominciò a riconoscerci.
Un pomeriggio ci vide arrivare e guardò l’orologio.
«Le due.»
Sorrise.
«Precisa come sempre.»
Proprio come in ospedale.
Il cane delle due.
Passarono i mesi.
La vita ricominciò a fare quello che fa sempre, anche quando credi che non dovrebbe avere il coraggio di continuare.
Tornammo al lavoro.
Le telefonate diminuirono.
Le teglie delle vicine finirono.
I vestiti di papà furono sistemati.
La sua poltrona rimase vuota per molto tempo.
Poi un giorno Chiara ci appoggiò sopra una borsa senza pensarci.
La guardammo entrambi.
Nessuno disse niente.
Era così che il dolore cambiava forma.
Non spariva.
Smetteva solo di occupare ogni centimetro.
La domenica continuavamo a mangiare nella casa di papà.
All’inizio sembrava quasi una recita.
Mettevamo la tovaglia buona.
Preparavamo il ragù come faceva mamma.
Sergio veniva ogni tanto.
Restava sempre una sedia che nessuno voleva occupare.
Per mesi ci sedemmo tutti intorno lasciandola vuota.
Poi un giorno arrivò mia nipote con il suo bambino.
Eravamo troppi.
Senza dire niente, Sergio prese quella sedia.
Per un istante si bloccò.
«Vittorio mi perdona.»
Chiara sorrise con gli occhi lucidi.
«Se gli lasci un po’ di vino, forse.»
Ridiamo ancora di quella frase.
Non perché ci fosse qualcosa di divertente nella morte di papà.
Ma perché a un certo punto devi ricominciare a ridere accanto ai ricordi.
Altrimenti trasformi l’amore in un mausoleo.
Lady, invece, non sembrava aver bisogno di scegliere tra ricordare e vivere.
Faceva entrambe le cose.
Correva ancora dietro ai gatti.
Rubava ancora il pane.
Dormiva ancora troppo vicino al termosifone.
Invecchiava.
Il muso diventava più bianco.
Le salite la stancavano.
Ma alle 13:30 si alzava.
Andava alla porta.
Guinzaglio.
Cimitero.
Tomba.
Un’ora.
Poi tornava a casa.
Alcune persone ci chiedevano perché continuassimo.
Non con cattiveria.
«Non sarebbe meglio farla abituare?»
«Forse così non supera mai la cosa.»
«Ma davvero tutti i giorni?»
All’inizio cercavo di spiegare.
Poi smisi.
Perché con il tempo capii che quelle visite non tenevano Lady prigioniera.
Erano il contrario.
Prima cercava.
Ora sapeva dove andare.
Prima aspettava una porta che non si apriva.
Ora aveva un luogo.
Forse era anche così per noi.
Quando papà morì, la casa sembrava piena della sua assenza.
La tazza.
Il cappello.
Le chiavi.
La giacca.
Ogni oggetto diceva: dovrebbe esserci.
Al cimitero, invece, non c’era quella domanda.
Andavamo da lui.
Stavamo un po’.
Poi tornavamo a vivere.
Un pomeriggio incontrammo la signora del vecchio litigio del fico.
Era lì per suo marito.
Vide Lady stesa sulla terra.
«Viene sempre?»
«Quasi ogni giorno.»
La donna rimase in silenzio.
Poi disse:
«Mio marito veniva qui ogni domenica per sua madre. Per ventidue anni.»
Guardò il cane.
«Alla fine noi persone facciamo la stessa cosa. Solo che ci inventiamo parole più complicate.»
Quella frase mi rimase dentro.
Passò più di un anno.
Un giorno una nuova vicina, trasferitasi da poco in paese, vide Chiara uscire alle 13:30 con Lady.
«Dove andate sempre a quest’ora?»
Chiara rispose semplicemente:
«Da papà.»
La donna pensò che nostro padre fosse ancora vivo.
Qualche settimana dopo seppe la storia.
La incontrò di nuovo.
«Dev’essere difficile.»
Chiara la guardò.
«Cosa?»
«Portare Lady al cimitero ogni giorno.»
Mia sorella ci pensò un momento.
Poi disse la frase che, da allora, per me contiene tutta questa storia.
«Lei continua ad andare da papà alle due. È cambiato soltanto il posto.»
Ancora oggi, quando guardo Lady prepararsi davanti alla porta, penso a mio padre.
Penso a tutte le volte che aveva scherzato:
«Questo cane conosce l’ora.»
Aveva ragione.
Solo che allora non avevamo capito quanto profondamente.
Lady aveva imparato le due perché alle due ritrovava la persona più importante della sua vita.
Quando quella persona non poté più aspettarla in una stanza d’ospedale, lei cercò.
E quando finalmente trovò un altro posto in cui fermarsi, spostò lì il suo appuntamento.
Forse non c’è nessun mistero.
Forse è soltanto memoria.
Odore.
Abitudine.
Affetto.
O forse i legami più forti lasciano dentro di noi una specie di orologio che continua a suonare anche quando tutto il resto cambia.
So soltanto che, ogni giorno, poco prima delle due, Lady prende ancora il suo guinzaglio.
Noi usciamo.
Attraversiamo il paese.
Superiamo la piazza dove papà comprava il giornale.
Passiamo davanti al bar dove giocava a carte.
Poi prendiamo la strada dei cipressi.
Lady ormai la conosce a memoria.
Arrivata al cancello del cimitero, non ha bisogno di essere guidata.
Cammina piano fino alla tomba.
Fa un giro.
Si sdraia.
Appoggia la testa sulle zampe.
E per un’ora resta accanto a Vittorio.
Come faceva sul suo letto.
Come ha fatto per sei mesi.
Alle tre si alza.
Si scrolla la polvere dal pelo.
Mi guarda.
E torniamo a casa.
Il giorno dopo, alle 13:30, ricomincia tutto.
Perché Lady non ha mai smesso di andare a trovare papà alle due.
Papà è semplicemente da un’altra parte.





