La interruppi.
«Lei capisce le regole. Io capisco Briciola.»
La donna non si offese.
E questo mi fece sentire ancora peggio.
Perché non era cattiva.
Non era venuta a portarmi via mio marito.
Era venuta perché i miei figli le avevano chiesto aiuto.
«Signora Ada,» disse con calma, «suo marito ha bisogno di assistenza continua. Lei dorme?»
Non risposi.
«Mangia regolarmente?»
Silenzio.
«Quando è stata l’ultima volta che è uscita per fare qualcosa solo per sé?»
Guardai la finestra.
Non ricordavo.
«Posso dirle una cosa senza che sembri una critica?»
«Dica.»
«Amare una persona non significa necessariamente essere l’unica persona autorizzata a prendersene cura.»
Quelle parole mi fecero arrabbiare.
Forse perché erano vere.
La domenica successiva convocai tutti.
Niente scuse.
Niente sorrisi per i vicini.
Niente “va tutto bene”.
Misi il quaderno di Carlo al centro del tavolo.
«Da oggi basta fare bella figura.»
Andrea annuì.
Marta mi guardò in silenzio.
«Papà ha la demenza. Io non riesco più a gestire tutto. Voi avete paura. Io ho paura. E non me ne vergogno più.»
Marta mi strinse la mano.
«Mamma…»
«Fammi finire.»
Presi fiato.
«Andrò a vedere quella struttura.»
Andrea sembrò sollevato.
Alzai un dito.
«Non ho detto che lo porto.»
«Va bene.»
«Vado a vedere.»
Il martedì successivo ci andammo insieme.
Io e Marta.
Era un posto semplice.
Niente lusso da fotografia.
Nel corridoio c’era un signore che cercava sua moglie.
Un’infermiera lo accompagnava lentamente verso una stanza.
«Venga, Giuseppe. Andiamo a vedere se è arrivata.»
Quando passammo davanti alla sala comune, una donna anziana cantava una canzone degli anni Sessanta.
Stonava terribilmente.
Altri due ospiti battevano le mani.
Mi fermai.
Non vidi un deposito di vecchi.
Vidi persone.
Persone smarrite.
Persone stanche.
Persone ancora vive.
Parlai con una coordinatrice.
«Mio marito ha lavorato tutta la vita con le mani. Se lo mettete davanti alla televisione tutto il giorno, in due settimane muore.»
Lei sorrise.
«Allora non lo metteremo davanti alla televisione tutto il giorno.»
Mi mostrò un piccolo laboratorio.
Legno.
Viti.
Attrezzi semplici.
Un orto rialzato.
«Ci aiuta a sistemare questo?»
Indicò una cassettina rotta.
Istintivamente pensai a Carlo.
Una volta avrebbe risposto:
“Dammi due chiodi.”
Sentii una fitta al petto.
«E gli animali?»
La donna indicò una fotografia alla parete.
Un cane bianco seduto in mezzo a quattro ospiti.
«Una volontaria viene ogni settimana. Alcune famiglie portano anche i propri animali durante le visite, se compatibile.»
«Ogni settimana.»
Pensai a Briciola.
Ogni minuto.
Ogni giorno.
Ogni notte.
Non era la stessa cosa.
Ma forse niente sarebbe più stato la stessa cosa.
Quella sera tornai a casa.
Carlo era seduto in cucina.
Aveva davanti la fotografia del nostro matrimonio.
La stessa caduta dal comodino quella notte.
«Bella,» disse.
«Chi?»
Indicò la ragazza nella foto.
Io a diciassette anni.
Capelli cotonati.
Vestito cucito da mia zia.
«Lei.»
Mi sedetti davanti a lui.
«Ti piace?»
«Molto.»
«Sai chi è?»
Carlo strinse gli occhi.
Aspettai.
Per qualche secondo non disse niente.
Poi il suo viso cambiò.
Non so spiegare come.
Fu come vedere qualcuno tornare alla finestra.
«Ada.»
Le lacrime mi salirono immediatamente.
«Sì.»
Mi prese la mano.
«Sei vecchia.»
Scoppiai a ridere.
Ridevo e piangevo.
«Anche tu non sei un fiore.»
Lui sorrise.
Poi guardò verso il portico.
«Dov’è il cane?»
Quella domanda.
Sempre quella.
«Briciola non c’è più.»
Carlo abbassò gli occhi.
«Per colpa mia?»
Mi gelai.
Era la prima volta che lo chiedeva.
«No.»
«Mi ha seguito.»
«Sì.»
«Gli avevo detto di farlo.»
Il cuore mi si fermò per un secondo.
«Te lo ricordi?»
Carlo annuì lentamente.
«Era il suo lavoro.»
Presi il quaderno dal cassetto.
Lo misi davanti a lui.
Gli mostrai la pagina.
Lesse soltanto poche parole.
Poi posò una mano sulla carta.
«Bravo cane.»
Restammo in silenzio.
Dopo un po’ Carlo mi guardò.
«Tu sei stanca.»
Quelle furono le parole più lucide che mi avesse detto da mesi.
Provai a negare.
Non ci riuscii.
«Sì.»
Mi strinse la mano.
«Allora riposati.»
«E tu?»
«Io sono qui.»
Mi venne da urlare.
Perché non era vero.
E allo stesso tempo era la cosa più vera che avesse detto.
Era ancora lì.
Non tutto.
Non sempre.
Ma era lì.
Due mesi dopo cominciammo con tre giorni alla settimana nel centro diurno collegato alla struttura.
La prima mattina Carlo si arrabbiò.
«Non sono mica rincoglionito.»
Il vecchio Carlo sarebbe morto dal ridere sentendolo.
«No,» gli dissi. «Vai a sistemare il loro orto.»
Questo gli piacque.
Il terzo giorno tornò con terra sotto le unghie.
Il quinto mi disse:
«Quel Giuseppe non sa piantare le cipolle.»
Era una lamentela.
La più bella che avessi sentito in mesi.
Io ricominciai a dormire qualche ora.
Una mattina andai al mercato da sola.
Senza correre.
Senza controllare il telefono ogni trenta secondi.
La fruttivendola mi vide.
«Ada! È un secolo che non ti si vede.»
Avrei potuto dire:
“Sono stata impegnata.”
Era la vecchia risposta.
La risposta della bella figura.
Invece dissi:
«Carlo sta male. E io per un po’ sono stata convinta di dover fare tutto da sola.»
Lei smise di sistemare le mele.
«Mia sorella ha passato la stessa cosa con suo marito.»
Non lo sapevo.
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