Vicino al piccolo ponticello, qualcuno aveva trovato un altro frammento dell’impermeabile giallo.
«Dobbiamo ricostruire quello che è successo», ci spiegò con calma.
Paolo ci raggiunse poco dopo.
Aveva ancora i pantaloni sporchi.
Sembrava invecchiato di dieci anni in una mattina.
L’agente ci mostrò alcune immagini.
Venivano da una piccola telecamera installata da un agricoltore all’ingresso del suo terreno.
Erano sfocate.
Coperte dalle gocce.
Nella prima si vedeva Sofia vicino al fosso laterale.
La barchetta era stata trascinata dall’acqua verso la strada.
Lei stava cercando di recuperarla.
Nero era qualche passo più avanti.
Nella seconda immagine compariva un furgone che arrivava dalla curva.
Nero aveva la testa girata verso il mezzo.
Il corpo era tra Sofia e l’asfalto.
Nella terza immagine, il cane era a terra.
Sofia non era più visibile.
Sentii Paolo inspirare forte.
«Quindi…»
L’agente abbassò la voce.
«Da quello che abbiamo ricostruito, il cane si è spostato verso la bambina proprio mentre arrivava il veicolo.»
Mi strinsi le mani.
«Ha spinto via Sofia?»
«È possibile. O l’ha tirata per l’impermeabile. Non possiamo saperlo con certezza.»
Ci indicò il punto.
«Il mezzo ha colpito lui. La bambina è finita lungo la scarpata.»
Chiusi gli occhi.
Nero non si era ferito tornando a casa.
Nero si era ferito prima.
Prima aveva tolto Sofia dalla traiettoria del veicolo.
Poi, con le zampe posteriori ormai inutilizzabili, si era trascinato verso il canale.
Sul fango erano rimasti i segni.
Gli investigatori li avevano seguiti.
Nero era arrivato fino al bordo.
Aveva girato più volte intorno allo stesso punto.
Aveva provato a scendere.
Non poteva.
Sofia era sotto.
Lui sopra.
A pochi metri.
Lei lo sentiva.
Lui sentiva lei.
Poi Sofia aveva fischiato.
Ed era tornato in vita un gioco vecchio di anni.
Mio padre lo chiamava: «Casa e trova».
Quando Sofia aveva tre anni, Vittorio la faceva nascondere dietro la legnaia, dietro un albero o sotto una coperta.
Lei fischiava.
Nero doveva trovarla.
Poi mio padre gli diceva:
«Casa!»
Nero correva verso la porta.
Abbaiava una volta.
Aspettava che qualcuno lo seguisse.
Poi tornava dalla bambina.
«Trova Sofia.»
Era diventato un gioco di famiglia.
Ridevamo.
Battevamo le mani.
Sofia si nascondeva nei posti più assurdi.
Una volta dentro una scatola di cartone che chiamava castello.
Un’altra volta sotto il tavolo del portico.
Nero non sbagliava mai.
Dopo la morte di mio padre avevamo smesso.
Non avevamo deciso di smettere.
Era semplicemente successo.
Come succede a tante cose.
Arrivano le bollette.
Le visite mediche.
La scuola.
Il lavoro.
Le telefonate da fare.
I genitori che invecchiano.
I figli adulti che hanno bisogno di aiuto ma non vogliono ammetterlo.
E certi giochi spariscono senza che nessuno si accorga dell’ultima volta.
Noi avevamo dimenticato.
Nero aveva conservato tutto.
L’agente mise una piccola busta trasparente sul tavolo.
Dentro c’era il medaglietta del collare, graffiata.
E il pezzo di tessuto giallo.
«Crediamo che sia stata la bambina a legarlo al collare.»
Più tardi Sofia si svegliò.
Aveva un gesso viola.
Naturalmente viola.
Le chiesi piano:
«Hai messo tu quel pezzo giallo a Nero?»
Annuì.
«Perché?»
«Perché così tu capivi.»
«Cosa dovevo capire?»
Sofia mi guardò come se la risposta fosse ovvia.
«Che ero io.»
Mi dovetti voltare.
Lei raccontò il resto a piccoli pezzi.
Nero era caduto vicino alla strada.
Lei aveva cercato di tornare verso di lui.
Lui si era trascinato fino all’argine.
Sofia aveva legato la stoffa al collare.
Poi il terreno sotto i suoi piedi aveva ceduto.
Era scivolata più in basso.
L’acqua l’aveva spinta contro le radici.
Nero abbaiava.
Lei aveva preso il fischietto.
«Ho detto: casa e trova.»
La stanza diventò silenziosa.
«Come lo diceva il bisnonno», aggiunse.
Ecco il segno che non ho mai più dimenticato.
Una frase pronunciata da mio padre anni prima, in un pomeriggio qualunque, era rimasta dentro un cane.
Un gioco stupido.
Una bambina che rideva.
Un vecchio uomo che batteva le mani.
Niente che sembrasse importante.
Eppure, quando nessuno di noi era lì, quella memoria aveva saputo trovare la strada di casa.
Nero avrebbe potuto fermarsi.
Avrebbe potuto restare vicino a Sofia.
Avrebbe potuto sdraiarsi nel fango.
Nessuno gli avrebbe chiesto altro.
Invece si trascinò.
Quasi duecento metri.
Con le zampe posteriori che non lo sostenevano.
Attraversò il campo.
Passò il cancello.
Arrivò fino al prato.
Quando provai a toccarlo, mi rifiutò.
Prima dovevo guardare.
Prima dovevo capire.
Solo dopo averci visto correre verso Sofia si lasciò cadere completamente.
L’intervento di Nero durò ore.
Il veterinario non ci fece promesse.
Ci spiegò che il recupero sarebbe stato lungo.
Forse non avrebbe più corso.
Forse avrebbe avuto bisogno di sostegno per camminare.
Forse avrebbe sofferto con il freddo.
«Però è forte», disse.
A quell’età ho imparato che ci sono frasi che vorresti trasformare in garanzie.
Ma non lo sono.
Sono soltanto appigli.
Quando finalmente permisero a Sofia di vederlo, la portarono in una sedia a rotelle.
Nero era sdraiato su una coperta spessa.
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