Sofia camminava accanto.
«Non sali anche tu?» le chiesi.
Scosse la testa.
«Nero ha bisogno di spazio per le gambe che stanno imparando.»
Così iniziammo il nostro rito del sabato.
Ogni sabato mattina andavamo fino alla nuova recinzione.
Prima con Nero nel carrellino.
Poi con la fascia.
Poi, lentamente, sulle sue zampe.
Dieci passi.
Riposo.
Altri dieci.
Sofia contava fino a cinque.
«Cinque porta fortuna.»
Non sapeva spiegare perché.
Nemmeno noi glielo chiedevamo.
Nel punto in cui il fosso curvava verso la strada ci fermavamo.
Sofia prendeva il fischietto.
Un colpo.
Piccolo.
Nero alzava sempre la testa.
La prima volta che tornò a camminare da solo non ci furono scene da film.
Nessuna musica.
Nessuna folla.
Nessuno con il telefono pronto.
Eravamo in cucina.
Paolo aveva appena messo giù l’imbracatura.
Nero fece un passo.
Poi un altro.
Il terzo era storto.
Al quarto quasi scivolò.
Al quinto recuperò l’equilibrio.
Alla fine ne fece otto.
Otto passi brutti, incerti, meravigliosi.
Poi si appoggiò con tutto il corpo contro un mobile.
Sofia cominciò ad applaudire.
Paolo si girò verso il lavello.
«Ti viene da piangere?» gli chiesi.
«No.»
«Paolo.»
«Mi è entrato qualcosa nell’occhio.»
«In tutti e due?»
Non rispose.
Nero non tornò mai quello di prima.
Questa è la parte che spesso si evita quando si raccontano le storie.
La vita non rimette sempre tutto perfettamente al suo posto.
Le zampe posteriori rimasero rigide.
Con il freddo faceva fatica.
Non riusciva più a saltare nel bagagliaio.
Non correva dietro alle palline.
Se camminava troppo, aveva bisogno di riposare.
Ma ogni sera riusciva ad arrivare fino alla stanza di Sofia.
Si sdraiava davanti alla porta.
Testa sulle zampe.
Orecchio piegato.
Guardia finita.
Lavoro compiuto.
Anche Sofia cambiò.
Gli stivaletti viola dell’incidente vennero messi in una scatola insieme al vecchio collare di Nero, al pezzetto giallo dell’impermeabile e alla barchetta recuperata tra l’erba.
Lei continuò a crescere.
Comprammo altri stivali.
Sempre viola.
Quando pioveva, li indossava senza paura.
Ma prima di uscire guardava sempre Nero.
«Andiamo insieme.»
Ogni settimana costruiva una nuova barchetta.
Vecchi scontrini.
Fogli di quaderno.
Buste usate.
Carta destinata al cestino.
Su ogni barca disegnava una stella viola.
Non le mettevamo più nell’acqua.
Le appoggiavamo sul palo della recinzione.
Una piccola flotta che non doveva andare da nessuna parte.
Una volta, mentre le osservavo, pensai a mio padre.
Vittorio in giardino.
Sofia piccola nascosta dietro un vaso.
Nero giovane con le orecchie dritte.
Io che ridevo e dicevo:
«Papà, ma a cosa serve insegnargli queste cose?»
Lui mi aveva risposto:
«Non tutto deve servire subito.»
Me ne ero dimenticata.
Anche quella frase.
A sessantadue anni credevo di aver capito abbastanza della vita.
Invece ho imparato che molte delle cose più importanti sono quelle a cui, sul momento, non diamo peso.
Una carezza.
Un’abitudine.
Una porta tenuta aperta.
Un “chiamami quando arrivi”.
Un nonno che insegna un gioco.
Una bambina che guarda.
Un cane che ricorda.
L’amore raramente ci avverte quando sta costruendo qualcosa che servirà anni dopo.
Mio padre non c’era più.
Ma una piccola parte della sua cura continuava a muoversi sulle quattro zampe di Nero.
Poi su due.
Poi quasi su nessuna.
E comunque era arrivata fino a noi.
Oggi Nero ha il muso quasi bianco.
L’orecchio piegato sembra ancora più piegato.
Quando cambia il tempo, le zampe posteriori diventano lente.
Sofia ormai è abbastanza grande da capire quando lui è stanco.
Si ferma.
Lo aspetta.
Non gli dice mai:
«Muoviti.»
Non gli dice mai:
«Dai, sbrigati.»
Gli mette una mano vicino al collo e cammina alla sua velocità.
Qualche mese fa, nell’anniversario di quella mattina, ha costruito una barchetta con lo scontrino della spesa.
Ha disegnato la solita stella viola.
Siamo andati alla recinzione.
Paolo aveva il bastone perché ormai anche le sue ginocchia protestano.
Io portavo il termos del caffè.
Nero avanzava lentamente.
Nessuno aveva fretta.
Sofia appoggiò la barchetta sul palo.
Poi prese delicatamente una zampa di Nero e la mise accanto.
Avvicinò il fischietto alle labbra.
Un suono breve.
Nero alzò la testa.
Guardò verso casa.
Poi guardò Sofia.
Lei sorrise.
«Casa e trova.»
Nero non corse.
Non serviva più.
Il cane era tornato a casa spezzato.
La bambina era tornata a casa respirando.
E noi avevamo finalmente capito una cosa che mio padre sembrava sapere da sempre.
Ci sono promesse che facciamo senza rendercene conto.
Ci sono gesti che sembrano piccoli solo perché non è ancora arrivato il giorno in cui serviranno.
E ci sono strade verso casa che restano dentro di noi per anni.
Nero aveva seguito la sua trascinandosi nel fango.
Noi avevamo seguito lui.
Sofia era viva.
E ogni sabato, davanti a quella barchetta con la stella viola, ricordiamo ancora chi ci mostrò la strada.





