Forse un suono troppo debole per noi.
Spinse il muso tra due sbarre.
Vidi delle bolle salire.
«Qui!»
La griglia era bloccata dalla ruggine.
La colpimmo.
Una volta.
Due.
Giada fece due fischi secchi.
Il San Bernardo si allontanò immediatamente e si sedette.
La griglia cedette.
La telecamera mostrò una sagoma chiara.
Il terzo cucciolo.
Più piccolo degli altri.
Crema, con un orecchio scuro.
Era incastrato dove due tubi si univano.
La corrente gli copriva continuamente la testa.
Non potevamo mandare una persona dentro.
Luigi propose un’altra rete.
Giada scosse la testa.
«La corrente la piega.»
Il San Bernardo cominciò a tirare qualcosa vicino al muro.
Era un vecchio cavo abbandonato.
Lo prese tra i denti.
Lo trascinò.
E lo portò a Giada.
Non a me.
Non a Luigi.
Alla persona che indossava l’imbracatura.
Giada guardò il cavo ai suoi piedi.
«Vuoi una corda?»
Ovviamente il vecchio cavo non era utilizzabile.
Ma l’idea sì.
Prendemmo una fune sottile.
Creammo un piccolo cappio imbottito.
Lo fissammo a un’asta.
Primo tentativo.
Mancato.
Secondo.
Troppo alto.
Il cucciolo sparì sott’acqua.
Il San Bernardo emise tre versi brevi.
Non erano abbai.
Sembravano richiami.
L’orecchio scuro del piccolo si mosse.
Una zampa si sollevò.
Giada puntò l’asta verso quel movimento.
Il cappio scivolò sotto una zampa e attorno al petto.
«Ora!»
Tirammo.
La corrente lo sbatté contro il tubo.
Scomparve.
Riapparve sotto la griglia.
Giada si allungò fino alla spalla.
Luigi teneva Giada.
Io tenevo Luigi.
Il San Bernardo fissava l’apertura.
Giada afferrò la corda.
Poi il cucciolo.
Lo posò sull’asfalto.
Era immobile.
Elena corse da noi.
Il San Bernardo arrivò prima.
Leccò il muso del piccolo due volte.
Spinse il naso sotto il suo collo.
Poi fece un passo indietro.
Ancora.
Si avvicinava.
Controllava.
Lasciava spazio agli umani con gli strumenti.
Elena cominciò a lavorare sul cucciolo.
Dieci secondi.
Venti.
Trenta.
Io fissavo quel torace minuscolo.
Al trentunesimo secondo il cucciolo inspirò.
Un suono sottile uscì da sotto la mascherina.
Il San Bernardo si sedette di colpo.
Luigi si voltò e appoggiò entrambe le mani al muro.
Giada continuò a tenere la maschera.
Elena sorrise.
«Tre. Ci sono tutti e tre.»
Ma il San Bernardo non aveva ancora finito.
Tornò alla griglia.
Ascoltò.
Poi controllò il tombino precedente.
Poi quello ancora prima.
Poi la caditoia vicino al marciapiede.
Quattro punti.
Solo dopo averli visitati tutti tornò dai cuccioli.
Più tardi avremmo scoperto che quella procedura aveva un nome.
In quel momento, vedemmo soltanto un cane che sembrava voler essere certo che sotto la strada non fosse rimasto nessuno.
I cuccioli vennero sistemati in una vasca di plastica con asciugamani e coperte termiche.
Ci aspettavamo che il San Bernardo saltasse addosso a loro.
Non lo fece.
Rimase a due passi.
Aspettò.
«Vieni», disse Elena.
Solo allora si avvicinò.
Annusò ciascun piccolo dalla testa alla coda.
Sul cucciolo crema si fermò più a lungo.
Poi appoggiò il mento sul bordo.
Un uomo con una telecamera si avvicinò per riprendere la scena.
Il San Bernardo si mise tra lui e i cuccioli.
Senza ringhiare.
Senza abbaiare.
Semplicemente occupò lo spazio.
Portammo tutti alla clinica veterinaria di emergenza.
Io li seguii.
Dissi che dovevo recuperare la giacca e qualche attrezzo.
Era una bugia.
Volevo sapere se quel piccolo cane color crema sarebbe arrivato a sera.
Mentre guidavo, vedevo il San Bernardo dal finestrino posteriore del furgone.
Non si sdraiò mai.
Restò in piedi, appoggiando il corpo alle pareti durante le curve.
Impediva alla vasca di scivolare.
Alla clinica i veterinari cominciarono a chiamarla “Mamma”.
Sembrava naturale.
Aveva protetto i cuccioli.
Li aveva seguiti sotto la strada.
Li aveva difesi dagli sconosciuti.
La dottoressa la visitò.
Circa sette anni.
Quasi sessanta chili.
Molto dimagrita.
Polpastrelli spaccati.
Unghie consumate in modo irregolare.
Una vecchia cicatrice sulla spalla.
E quella fettuccia arancione.
Non era parte di un collare.
Era ciò che restava di un’imbracatura.
Qualcuno l’aveva tagliata.
Poi la dottoressa controllò l’addome.
Una volta.
Due.
«Questa cagna non sta allattando.»
Elena guardò verso i cuccioli.
«Magari sono separati da giorni.»
La dottoressa scosse la testa.
«È sterilizzata da anni.»
Rimanemmo tutti in silenzio.
Non era la loro madre.
Aveva rischiato di annegare per tre cuccioli che non erano suoi.
Quella sera mia figlia Martina arrivò con una camicia asciutta per me.
Aveva sedici anni e quella particolare espressione che conoscono bene tutti i genitori: la decisione era già stata presa, mancava solo comunicarla.
«Papà, viene a casa con noi.»
«Potrebbe avere un padrone.»
Martina indicò la fettuccia strappata.
«Se ce l’ha, spero che lo troviamo. Ma stanotte non dorme in una gabbia.»
Io avevo detto no a un cane per anni.
Da quando Martina era bambina.
Sempre la stessa risposta.
Non abbiamo tempo.
Io lavoro troppo.
Tu vai a scuola.
Un cane è un impegno.
La verità era un’altra.
Da ragazzo avevo avuto un meticcio, Berto.
Morì quando avevo vent’anni.
Conservavo ancora la sua medaglietta in una scatola degli attrezzi.
Per più di trent’anni avevo fatto finta che fosse lì per caso.
Con l’età avevo imparato a diffidare delle promesse.
I matrimoni finiscono.
I figli crescono.
I genitori se ne vanno.
Le case vengono vendute.
Le fotografie ingialliscono.
Pensavo che non promettere fosse il modo più sicuro per non perdere.
Quella sera, però, non decidemmo nulla.
Perché Elena entrò nella stanza con il telefono in mano.
Un piccolo alimentari vicino al vecchio laboratorio aveva una telecamera puntata sul vicolo.
Il proprietario aveva riconosciuto il San Bernardo e ci aveva mandato undici notti di registrazioni.
La prima risaliva all’inizio di luglio.
All’una passata, il San Bernardo entrava nel vicolo con una vaschetta di cibo schiacciata.
La posava vicino alla griglia.
Arretrava.
Aspettava.
Da un buco nella recinzione usciva una cagnolina tigrata, magra, con evidenti segni di allattamento.
Mangiava.
Il San Bernardo osservava.
La notte successiva portò altro cibo.
La terza notte ancora.
Dopo alcuni giorni, la cagnolina tigrata le permise di avvicinarsi ai cuccioli.
Tre piccole sagome apparivano vicino alla griglia.
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