Chiara ci mandò fotografie dei vecchi quaderni di addestramento di suo padre.
Martina li leggeva dopo cena.
Una sera la trovai al tavolo con gli occhiali che erano appartenuti a mia madre appoggiati in cima alla testa.
Per un attimo ebbi la sensazione di vedere tre generazioni nella stessa cucina.
Mia madre.
Io.
Mia figlia.
E il cane di un uomo che non avevamo mai conosciuto.
La domenica successiva pranzammo come facevamo quando ero bambino.
Pasta al forno.
Polpette.
Una tovaglia che mia madre usava nelle feste.
Martina lasciò cadere apposta un pezzetto di parmigiano vicino al tavolo.
Riva non lo prese.
Aspettò.
«Vedi?» disse mia figlia. «Ha più educazione di te.»
«Io almeno pago le bollette.»
La risata di Martina riempì una casa che dopo il divorzio mi era sembrata troppo silenziosa per anni.
Quella sera mi accorsi che avevo già comprato un supporto rialzato per le ciotole.
La settimana era finita.
Nessuno lo nominò.
La madre tigrata, che venne chiamata Lola, guarì.
I tre cuccioli sopravvissero.
Quello crema ebbe bisogno di settimane di cure, ma i polmoni si ripresero.
Martina lo aveva soprannominato Tubino.
Per fortuna la nuova famiglia gli diede un nome migliore.
Chiara adottò proprio lui.
Ottenne il permesso di tenerlo nel suo appartamento perché sarebbe rimasto molto più piccolo di Riva.
Quando arrivò il momento della partenza, il cucciolo annusò Riva.
Lei gli controllò il muso.
Le orecchie.
Le zampe.
Poi toccò con il naso la mano di Chiara.
E tornò da Martina.
Quell’inverno ricevemmo un video.
Il cucciolo dormiva vicino al vecchio casco da soccorso di Tommaso.
Nel filmato, per gioco, Chiara fece sentire due brevi fischi.
Riva alzò la testa davanti al telefono.
Rimase immobile.
Poi appoggiò il mento sul piede di Martina.
Io avevo trascorso anni a rifiutare un cane perché avevo paura delle promesse.
Riva aveva perso il suo compagno.
La sua casa.
Il suo lavoro.
Perfino il percorso per tornare indietro.
Eppure aveva scelto di prendersi cura di un’altra madre.
Di altri cuccioli.
Poi di noi.
Oggi Riva vive con noi da tredici mesi.
Ha ripreso peso.
Ruba gli strofinacci.
Conosce il rumore del cassetto dei formaggi.
Quando sente aprire il frigorifero appare in cucina con un’espressione da santa ingiustamente perseguitata.
La cicatrice sulla spalla è ancora visibile.
Martina tiene il pelo leggermente più corto in quel punto, proprio dove si trova il microchip.
Chiara torna a trovarci un paio di volte l’anno.
La prima volta portò anche il cucciolo ormai cresciuto.
Lui entrò in casa di corsa, scivolò sul pavimento e finì contro un mobile.
Riva lo esaminò dalla testa alla coda.
Poi andò in corridoio.
Tornò con una delle mie scarpe.
Luigi sostiene che fosse un giudizio sulle mie capacità domestiche.
Ogni anno, nel giorno del temporale, alcuni di noi si ritrovano all’incrocio alle 16:17.
Niente discorsi.
Niente telecamere.
Solo noi.
Elena.
Giada.
Luigi.
Le famiglie che hanno adottato i cuccioli.
A volte arriva anche Lola.
Restiamo vicino al tombino che quel pomeriggio Riva aveva colpito tre volte.
I cani si riconoscono a modo loro.
Annusandosi.
Correndo.
Fermandosi improvvisamente come se qualcosa, nel loro mondo fatto di odori, fosse rimasto identico.
Dopo quell’episodio il Comune corresse la mappa delle condotte.
La griglia arrugginita venne sostituita.
Sui nostri mezzi iniziammo a portare anche mascherine per animali, coperte termiche e piccoli anelli da recupero.
Luigi li chiama ancora “l’attrezzatura di Riva”.
Nessuno ha mai avuto voglia di correggerlo.
Riva ha conservato una sola abitudine.
Quando piove forte, va nel corridoio.
Appoggia l’orecchio alla griglia dell’aria.
Resta immobile.
Le prime volte cercavo di spostarla.
Adesso Martina e io aspettiamo.
Dieci secondi.
Quindici.
Se sente soltanto l’acqua nei pluviali, si alza.
Controlla la stanza di Martina.
Poi la mia.
Infine torna in soggiorno.
Dopo ogni temporale importante facciamo una passeggiata nel quartiere.
Riva controlla tombini, griglie e piccoli canali.
Io porto in tasca il fischietto di Tommaso.
Non l’ho mai usato per darle un comando.
Alla fine arriviamo sempre a quell’incrocio.
Riva si avvicina al vecchio tombino.
Abbassa la testa.
Appoggia l’orecchio sul ferro.
Aspetta.
Le macchine passano.
L’acqua corre sotto i nostri piedi.
Quasi sempre, dopo qualche secondo, si rialza.
Un mese fa rimase ferma più a lungo.
Sentii lo stomaco stringersi.
Martina mi guardò.
Riva spostò il muso verso l’erba vicino al marciapiede.
Non c’erano cuccioli.
C’era una tartaruga incastrata in un anello di plastica.
Martina prese le forbicine che tiene nel portachiavi.
Liberò l’animale.
La tartaruga sparì sotto una siepe.
Riva la guardò andare via.
Poi riprese la strada verso casa.
La vecchia imbracatura arancione di Tommaso oggi è appesa vicino alla nostra porta.
Chiara l’ha fatta riparare, ma Riva non la indossa.
Non è più una divisa.
È soltanto una parte della sua storia.
Sotto l’imbracatura c’è il fischietto.
Qualche sera, mentre guardo mia figlia prepararsi per uscire con gli amici, penso a come cambiano le famiglie.
Da giovane credevo che una famiglia fosse una cosa precisa.
Madre.
Padre.
Figli.
Una casa.
Il pranzo della domenica.
Le stesse sedie attorno allo stesso tavolo.
Poi la vita sposta tutto.
Qualcuno se ne va.
Qualcuno arriva.
Le sedie cambiano posto.
E scopri che famiglia, forse, non è chi promette di restare per sempre.
È chi, quando sente qualcuno in difficoltà sotto una superficie che tutti gli altri credono vuota, si ferma.
Ascolta.
E non se ne va.
Riva dorme ancora in mezzo al corridoio.
Il muso verso la porta di Martina.
Una zampa posteriore quasi dentro la mia stanza.
Come se dovesse tenere insieme due mondi.
Tommaso aveva scritto che avrebbe continuato a cercare anche quando lui non avrebbe più potuto.
Aveva ragione.
Solo che forse neppure lui aveva immaginato cosa avrebbe trovato.
Non una strada per tornare al passato.
Ma una nuova casa.
E, dopo tutto quel tempo passato ad ascoltare vite nascoste sotto terra, finalmente qualcuno disposto a lasciarle un posto sopra.





