Il vecchio cane cieco raggiungeva ogni notte la culla: anni dopo capii cosa gli aveva insegnato mio padre

Messaggi delle amiche a cui rispondevo dopo quattro giorni.

E quella sensazione terribile di non sapere più nemmeno chi fossi.

Giulia piangeva molto.

Non quei piantini delicati che si vedono nelle pubblicità.

Piangeva con tutto il corpo.

Gambe tese.

Pugni chiusi.

Viso rosso.

Sembrava voler protestare personalmente contro l’intero universo.

Marco faceva il possibile.

La prendeva in braccio.

Scaldava il latte.

Cambiava pannolini.

Camminava avanti e indietro in salotto per mezz’ora.

Ma dopo poche settimane dovette tornare al lavoro.

Così le giornate diventarono mie.

Mie.

Di Giulia.

E di un vecchio cane che ormai vedeva solo ombre.

Un pomeriggio Giulia piangeva da quasi tre ore.

Avevo le mani che tremavano.

La deposi nella culla perché avevo bisogno di trenta secondi.

Non per scappare.

Solo per respirare.

Uscii nel corridoio.

Appoggiai la fronte al muro.

E dissi una frase che non avevo mai avuto il coraggio di dire.

«Non ce la faccio.»

Arturo dormiva vicino alla cucina.

Pensavo non potesse avermi sentita.

Poi arrivò il rumore delle sue unghie.

Tac.

Pausa.

Tac.

Mi superò.

Non si fermò accanto a me.

Raggiunse la porta della cameretta.

Posò una zampa sulla soglia.

Aspettò.

Poi entrò.

Giulia gridò più forte.

Arturo raggiunse la culla.

Si sdraiò.

Fece un lungo sospiro.

Giulia girò il viso.

Il pianto diminuì.

Poi cessò.

Io mi sedetti sulla sedia a dondolo.

Guardai loro due.

La bambina appena arrivata nel mondo.

Il cane che stava lentamente lasciandolo.

E per qualche minuto smisi di sentirmi una madre incapace.

La sera raccontai tutto a Marco.

«Forse sente il suo odore.»

«Dalla cucina?»

«I cani hanno un olfatto incredibile.»

Era una spiegazione comoda.

La sera successiva facemmo una prova senza volerlo.

Giulia cominciò a piangere.

Il baby monitor era sul tavolo della cucina.

Il volume alto.

Arturo non reagì.

Marco batté due volte le mani.

Niente.

Poi il pianto vero di Giulia arrivò dal fondo del corridoio.

Arturo alzò la testa.

Si mise in piedi.

Io e Marco ci guardammo.

Non dicemmo nulla.

Lui partì.

Ancora una volta.

Pensammo che fosse semplicemente amore.

Un cane vecchio che voleva ancora sentirsi utile.

Una bambina che si tranquillizzava vicino a lui.

Sembrava già una storia abbastanza bella.

Ma non avevamo ancora capito niente.

Fu la veterinaria a darci la prima risposta.

La dottoressa Elena conosceva Arturo dai tempi di papà.

Aveva i capelli grigi tagliati corti e quel modo molto emiliano di parlare: niente giri di parole.

Portammo Arturo perché aveva inciampato due volte uscendo in cortile.

Con un cane di quindici anni, ogni inciampo ti stringe lo stomaco.

La dottoressa controllò zampe, cuore, occhi e orecchie.

Giulia dormiva nel passeggino.

«L’udito è quasi completamente perso», disse.

Le raccontai della cameretta.

Del baby monitor.

Di Arturo che arrivava quando Giulia piangeva davvero.

La dottoressa non fece la faccia stupita che mi aspettavo.

Si abbassò.

Appoggiò una mano sul pavimento.

«Avete parquet a casa?»

«Sì.»

«Vecchio?»

«Anni Cinquanta. Mio padre l’aveva sistemato prima che comprassimo casa.»

La dottoressa picchiettò due dita sulle piastrelle.

Arturo girò la testa.

Non verso il rumore.

Verso il pavimento.

«Ecco.»

Marco aggrottò la fronte.

«Che cosa?»

«Probabilmente non sente Giulia con le orecchie.»

Guardai Arturo.

«E allora come…»

«La sente con il corpo.»

Rimanemmo in silenzio.

La dottoressa ci spiegò che quando un neonato piange nella culla non produce soltanto suono.

Si muove.

Scalcia.

Fa vibrare il materasso.

La struttura della culla trasferisce piccole vibrazioni al pavimento.

Un animale che ha perso vista e udito può diventare molto sensibile a quei segnali.

«Arturo usa già le pareti per orientarsi», disse. «Avrà costruito una mappa della casa attraverso il tatto, gli odori, l’aria, le vibrazioni.»

Guardai quella zampa consumata.

La stessa che posava sempre sul parquet accanto alla culla.

«Quindi segue le vibrazioni?»

«Anche.»

La dottoressa fece una pausa.

«Ma c’è qualcosa di più.»

«Cosa?»

«Conosce la vostra casa. Conosce voi. Un cane che vive tanti anni accanto alle persone impara a riconoscere quando qualcosa cambia. Il modo in cui camminate. Come respirate. Quando siete agitati.»

Accarezzò Arturo dietro l’orecchio.

«In un certo senso, si è costruito un altro modo di ascoltare.»

Un altro modo di ascoltare.

Quelle parole mi rimasero dentro.

Poi la dottoressa aggiunse:

«E alla sua età c’è un’altra cosa da considerare.»

Le zampe di Arturo tremavano.

«Quale?»

«I cani molto anziani risparmiano le energie. Se si alza ogni volta per andare da vostra figlia, significa che per lui vale la fatica.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto