La notte in cui caddi sul pavimento, la mia gatta muta urlò senza voce e quello sordo sentì tutto prima di me
Quando sento qualcuno dire che «sono solo animali», torno sempre con la memoria a quella notte, al pavimento freddo della mia cucina e a due gatti che nessuno aveva voluto.
Avevo cinquantotto anni e vivevo da sola in un bilocale alla periferia di Torino, in uno di quei condomini costruiti quando le pareti sembravano eterne e gli impianti pure.
I termosifoni battevano come pentole dimenticate sul fuoco.
Le tubature gemevano.
Dall’appartamento accanto sentivo il televisore ogni sera, ma avevo impiegato quasi un anno a imparare il nome della signora che ci abitava.
La mia vita, in quel periodo, si era ristretta a una serie di conti fatti sul retro delle bollette.
L’affitto era aumentato.
Le ore di lavoro erano diminuite.
Io lavoravo in un piccolo magazzino di prodotti per la casa. Contratto a ore, turni che cambiavano continuamente, nessuna certezza oltre al fatto che a fine mese qualcosa sarebbe mancato.
Così avevo imparato i piccoli trucchi di chi non vuole far sapere a nessuno che sta affondando.
Meno carne.
Più pasta.
Caffè a colazione per non sentire fame.
Acqua calda nella tazza quando il tè era finito.
Il cappotto anche dentro casa quando cercavo di tenere basso il riscaldamento.
Ma per Bruma e Rocco il cibo non mancava mai.
Bruma era arrivata per prima.
Una gattina grigia, minuscola, con il muso appuntito e una zampa bianca che sembrava infilata nella farina.
Era nata con un problema alla voce.
Apriva la bocca, spingeva con tutto il petto e dalla gola usciva appena un soffio.
Nel rifugio dove l’avevo vista, la gente passava davanti alla sua gabbia e continuava oltre.
«Ha qualcosa che non va», dicevano.
Era vero.
Aveva qualcosa che non andava.
Ma dopo una certa età impari che tutti abbiamo qualcosa che non va.
Solo che alcune crepe si vedono subito e altre le nascondiamo sotto una bella camicia.
Rocco era arrivato due anni dopo.
Un enorme gatto arancione con la coda storta e le zampe pesanti come quelle di un cane.
Girava da settimane vicino ai bidoni dietro il condominio.
Gli lasciavo qualcosa da mangiare.
Poi arrivò una sera di gennaio così fredda che lo trovai rannicchiato accanto alla porta del garage.
Lo portai su «solo per una notte».
Sono passati quattro anni.
Capii quasi subito che era sordo.
Potevo far cadere una pentola alle sue spalle e lui continuava a dormire.
Ma sentiva qualsiasi vibrazione.
Se appoggiavo male un bicchiere sul tavolo, alzava la testa dalla stanza accanto.
Se qualcuno correva sulle scale, si metteva davanti alla porta prima ancora che io sentissi i passi.
Per molto tempo mi ero raccontata una storia semplice.
Io li avevo salvati.
Io compravo il cibo.
Io cambiavo la lettiera.
Io li portavo dal veterinario quando potevo.
Io tenevo insieme quella piccola famiglia storta.
Poi arrivò quella sera.
Sul pavimento c’erano scatoloni vuoti.
Vicino alla porta, due sacchi di vestiti che volevo regalare.
Sul tavolo avevo ammucchiato lettere, bollette e pubblicità che continuavo a spostare senza aprire.
Non stavo traslocando.
Non ancora.
Ma quando la vita diventa troppo pesante, a volte inizi a riempire scatole solo per avere l’impressione che qualcosa si stia muovendo.
Nel frigorifero c’erano mezzo vasetto di passata, due uova e una mela ammaccata.
Avevo dato ai gatti l’ultima scatoletta buona.
Io quel giorno avevo bevuto caffè al mattino e mangiato quattro cracker verso le due.
La sera persino stare in piedi mi sembrava un lavoro.
Eppure continuavo.
Presi uno scatolone di maglioni.
Mi chinai.
La cucina si inclinò.
Non lentamente.
Di colpo.
Cercai il bordo del tavolo.
Lo mancai.
Ricordo il rumore del mio fianco contro una sedia.
Poi il pavimento.
La guancia contro le piastrelle gelide.
Una gamba piegata sotto di me.
E quella sensazione terribile di essere presente soltanto a metà.
Non ero completamente svenuta.
Era peggio.
Sentivo tutto, ma sembrava lontano.
Avevo il corpo vuoto.
Le mani fredde.
E soprattutto mi vergognavo.
Non so spiegare perché.
Forse perché a cinquantotto anni pensavo che una donna dovesse almeno essere capace di nutrire se stessa senza finire stesa per terra.
Fu Rocco ad arrivare per primo.
Una botta pesante contro il fianco.
Poi un’altra.
Camminava sopra il mio braccio, sulle costole, sulla gamba.
Non sentiva niente del mondo, ma aveva sentito me cadere.
Bruma invece mi salì sul petto.
Mi trovai il suo muso a pochi centimetri dal naso.
Aprì la bocca.
La richiuse.
La riaprì ancora più forte.
Niente.
Nessun miagolio.
Solo quel corpo minuscolo che cercava disperatamente di produrre un suono che non aveva mai avuto.
Un urlo senza voce.
E non so perché, ma fu quello a farmi piangere.
Forse perché conoscevo bene quella sensazione.
Provare a dire che non ce la fai.
Provare a chiedere aiuto.
Aprire la bocca.
E non riuscire a far uscire nulla.
Rocco saltò sul tavolo.
Scivolò.
Fece cadere una borsa di carta che avevo lasciato lì dal giorno prima.
Dalla borsa rotolò un pacchetto di grissini che avevo completamente dimenticato.
Mi misi a ridere.
Una risata sola, assurda.
Poi iniziai a piangere così forte che Bruma arretrò spaventata.
Aprii il pacchetto con le mani che tremavano.
Mangiai quei grissini seduta sul pavimento della cucina, con Bruma appoggiata contro il petto e Rocco incollato alla mia gamba.
Non successe nessun miracolo.
La mattina dopo l’affitto era ancora troppo alto.
Il mio lavoro era ancora precario.
Il frigorifero non si era riempito durante la notte.
Ma qualcosa dentro di me si era spostato.
Perché fino a quel momento avevo creduto di essere l’unica a sorvegliare quella casa.
Non era vero.
Una gatta incapace di chiamare aveva provato a richiamarmi.
Un gatto incapace di sentire aveva avvertito che stavo cadendo.
E io, sul pavimento, avevo capito una cosa semplice.
Essere difettosi non significa essere inutili.
La mattina dopo mi svegliai con Bruma seduta sul cuscino come un’esattrice delle tasse e Rocco sdraiato sulle mie caviglie.
Avevo male a una spalla.
La bocca secca.
La testa pesante.
Rimasi a guardare la crepa sul soffitto sopra il letto.
Poi feci i conti.
Affitto tra otto giorni.
Bolletta della luce sul tavolo.
Quattro scatolette.
Un po’ di crocchette.
Ventisette euro nel portafoglio.
E un corpo che la sera prima aveva deciso di spegnersi senza chiedermi il permesso.
Avrei dovuto spaventarmi.
Invece pensai soltanto:
Va bene. Vediamo come arrivare a venerdì.
Quando vivi troppo a lungo con pochi soldi, anche le emergenze smettono di sembrarti emergenze.
Diventano giorni della settimana.
Mi alzai lentamente.
Divisi una scatoletta tra i due gatti.
Per me preparai un uovo.
Lo mangiai in piedi.
Prima di uscire accarezzai Bruma e Rocco.
«Arriviamo a stasera.»
Non sapevo se lo stessi dicendo a loro o a me.
Sul pianerottolo incontrai la signora Mirella del secondo piano.
Settantadue anni, permanente sempre perfetta, ciabatte anche a dicembre e una capacità inquietante di conoscere qualsiasi cosa accadesse nel palazzo.
Mi guardò.
«Hai una faccia terribile.»
«Buongiorno anche a lei.»
«Non scherzare. Sei bianca come il muro.»
«Sono stanca.»
Lei mi fissò ancora.
«La gente dice sempre stanca quando non vuole dire altro.»
Andai via prima che potesse continuare.
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