Marco entrò.
Lo vide.
«Incredibile.»
Poi aprì il frigorifero, prese un pezzetto di pollo avanzato e glielo spezzettò nel piattino quando pensava che io fossi girata.
«Ti vedo.»
«Non sto facendo niente.»
«Certo.»
«Deve mangiare leggero.»
Sorrisi.
Marco mi indicò con un dito.
«Resta comunque un problema.»
Da quella notte cominciai a notare cose che prima mi erano sfuggite.
Marco continuava a lamentarsi.
Ma lo faceva mentre cambiava l’acqua nella ciotola.
Mentre controllava se Ruggine avesse mangiato.
Mentre spazzolava il divano borbottando contro i peli e poi lasciava che il gatto ci tornasse sopra.
Una mattina lo trovai davanti all’armadio con il trasportino in una mano e una vecchia cartellina nell’altra.
«Che fai?»
«Niente.»
«Marco, hai in mano un trasportino.»
Sospirò.
Dentro la cartellina aveva scritto su un foglio:
RUGGINE
numero del veterinario
ambulatorio notturno
cose che non può mangiare
dove sono i medicinali
dove teniamo il trasportino
premio preferito
Lo guardai.
Lui diventò subito difensivo.
«Si chiama organizzazione.»
«Certo.»
«Quell’animale cerca di ammazzarsi almeno due volte a settimana.»
«Certo.»
«Smettila di fare quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella da donna convinta di aver scoperto che suo marito ha dei sentimenti.»
Gli diedi un bacio sulla guancia.
Ruggine arrivò in quel momento con un calzino di Marco tra i denti.
Sembrava un trofeo di guerra.
Poi la vita tornò a ricordarci che un momento tenero non aggiusta tutto.
Marco cominciò a tornare sempre più tardi.
Prima mezz’ora.
Poi un’ora.
Poi due.
Quando rientrava aveva una stanchezza diversa.
Non quella del corpo.
Quella che ti fa tenere le spalle alte anche mentre sei seduto.
Una sera, a cena, gli chiesi se fosse successo qualcosa.
«No.»
Troppo veloce.
Due giorni dopo riprovai.
«Sei sicuro?»
«Sono solo stanco.»
Con Marco quella frase poteva significare tutto.
O niente.
Lasciai passare qualche giorno.
Ruggine no.
Ogni sera il gatto gli saltava in grembo e ci restava per ore.
Marco non guardava nemmeno la televisione.
Stava lì, con gli occhi persi.
La mano sul gatto.
Poi, appena entrava in casa, aveva iniziato a chiedere:
«Dov’è il cretino arancione?»
Come se dovesse controllare che almeno una cosa fosse ancora esattamente al suo posto.
La verità arrivò di giovedì.
Stavo sistemando la cucina per il pranzo della domenica.
Dovevano venire i nostri figli con le compagne, mia sorella e mio cognato.
Marco ci teneva.
«Non c’è bisogno di dire a nessuno i fatti nostri.»
Era una frase che ripeteva spesso.
Sul tavolo trovai una busta bianca nascosta sotto alcuni volantini del supermercato.
Pensai a un documento amministrativo.
La aprii.
Lessi tre righe.
Poi dovetti sedermi.
Riduzione del personale.
Mansione soppressa.
Ultimo giorno di lavoro.
Marco entrò dieci minuti dopo.
Mi vide con la lettera in mano.
Si fermò.
«Te lo stavo per dire.»
«Quando?»
Abbassò gli occhi.
«Non lo so.»
Sentii salire una rabbia che non aveva nulla a che fare con il lavoro perso.
«Domenica avevi intenzione di servire le lasagne, sorridere a tutti e fare finta che lunedì andassi in magazzino come sempre?»
«Non volevo rovinare il pranzo.»
«Il pranzo?»
«Abbassa la voce.»
Quelle tre parole mi accesero.
«Perché? I vicini potrebbero scoprire che siamo esseri umani?»
Marco strinse la mascella.
«Non cominciare.»
«Non sono io che ho nascosto una lettera.»
«Non l’ho nascosta.»
Guardai la busta sotto i volantini.
Lui la guardò.
«Va bene. L’ho nascosta.»
Ruggine era sul davanzale.
Saltò giù.
Corse verso di noi.
Scivolò sulle piastrelle.
Finì seduto esattamente sopra la scarpa di Marco.
Poi iniziò ad azzannargli il laccio con una concentrazione ridicola.
Io lo fissai.
Mi uscì una risata.
Una sola.
Quella risata stupida che viene nei momenti sbagliati.
Marco mi guardò.
Ruggine tirò più forte il laccio.
Marco abbassò la testa.
E rise anche lui.
Solo che aveva gli occhi lucidi.
Si sedette.
Il gatto gli saltò sulle gambe.
Marco rimase in silenzio a lungo.
Poi disse:
«Non te l’ho detto perché mi vergogno.»
La rabbia mi passò di colpo.
Non tutta.
Ma abbastanza.
«Di cosa?»
«Di non avere più il lavoro.»
«Non l’hai deciso tu.»
«Non cambia quello che sento.»
Poi arrivò la frase che spiegava metà della nostra vita insieme.
«Ho sempre pensato che il mio compito fosse far funzionare tutto.»
Guardai quell’uomo che per trent’anni aveva riparato rubinetti, pagato rate, caricato valigie, montato mobili, accompagnato figli, sistemato automobili.
Sempre utile.
Sempre presente.
Sempre composto.
«E quando una cosa non funziona?»
Marco accarezzò Ruggine.
«Penso di non servire più.»
Mi fece male sentirlo.
Perché capii che avevamo fatto entrambi lo stesso errore.
Io avevo scambiato il suo silenzio per freddezza.
Lui aveva scambiato l’essere utile con l’essere amato.
«Domenica lo diciamo ai ragazzi.»
Marco alzò subito la testa.
«No.»
«Sì.»
«Non serve.»
«È la nostra famiglia.»
«Non voglio che mi guardino come uno da compatire.»
«E allora come vuoi che ti guardino? Come un uomo che va al lavoro anche quando non ha più un lavoro?»
Silenzio.
«Marco, basta con questa benedetta bella figura.»
Quelle parole gli fecero più effetto di una sberla.
Ruggine gli leccò un dito.
Marco abbassò lo sguardo.
«Perfino lui mi giudica.»
«No. Hai le dita che sanno di salame.»
Quella sera parlammo per ore.
Non bene.
Non con frasi perfette.
Parlammo come parlano davvero due persone che si sono volute bene a lungo e si sono perse un po’ per strada.
Con silenzi.
Con mezze accuse.
Con scuse.
Con cose che facevano male.
Gli dissi che mi sentivo sola anche quando era seduto a due metri da me.
Gli dissi che ero stanca di dover intuire ogni emozione che non voleva pronunciare.
Marco ascoltò.
Poi disse:
«Io credevo che aggiustare le cose fosse il mio modo di amarvi.»
Rimasi ferma.
Perché era vero.
E perché non bastava.
La domenica arrivò.
Alle dodici e mezza avevo il ragù sul fuoco.
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