Mio marito disse: «O me o quel gatto arancione»… ma quella notte scoprii ciò che non aveva mai confessato

Le lasagne in forno.

La tavola apparecchiata.

Le posate buone.

La bottiglia conservata per le occasioni.

Tutta la scenografia della normalità.

I ragazzi arrivarono.

Mia sorella portò il dolce.

Mio cognato cominciò a parlare del traffico.

Per venti minuti nessuno notò niente.

Marco scherzava.

Versava il vino.

Affettava il pane.

Io lo guardavo.

A un certo punto lui posò il coltello.

«Devo dirvi una cosa.»

Il tavolo si fece silenzioso.

Marco inspirò.

«Ho perso il lavoro.»

Niente crollò.

Nessuno si alzò scandalizzato.

Nessuno lo guardò come un fallito.

Nostro figlio maggiore gli chiese cosa fosse successo.

L’altro gli disse che conosceva una persona che cercava qualcuno esperto per piccoli lavori.

Mia sorella si alzò, gli mise una mano sulla spalla e disse soltanto:

«E tu ti tenevi tutto dentro, scemo?»

Marco rise.

Poi pianse.

Poco.

Ma pianse.

Davanti a tutti.

Per la prima volta dopo tanti anni non fece bella figura.

Fece una figura vera.

Ruggine approfittò del momento per saltare sulla sedia vuota e infilare il muso nella pirofila.

Mio cognato gridò.

Io risi.

Marco prese il gatto.

«Almeno tu non hai problemi di orgoglio.»

Ruggine gli mise una zampa sulla bocca.

Passammo il mese successivo a riorganizzarci.

Tagliammo spese.

Rinunciammo ad alcune cose.

Marco cominciò ad accettare piccoli lavori.

Una mensola per una vicina.

Una ringhiera da sistemare.

Due porte da registrare.

Un mobile su misura per un pensionato della via accanto.

In paese le voci giravano.

Qualcuno gli chiedeva troppo gentilmente:

«Allora, come va?»

Quel tono che significa: so già tutto.

All’inizio Marco tornava a casa irritato.

Poi un pomeriggio disse:

«Sai che c’è? Che parlino.»

Fu una rivoluzione.

Un giorno entrai nel garage e lo trovai intento a costruire una piccola scaletta rivestita di moquette.

«Cos’è?»

«Niente.»

«Assomiglia molto a qualcosa.»

Marco continuò a carteggiare.

«Il divano è un po’ alto.»

«Per chi?»

«Per chiunque.»

«Marco.»

Sbuffò.

«Ieri Ruggine è sceso male.»

Mi coprii la bocca.

«Hai costruito le scale al gatto.»

«Ho costruito un accesso rialzato multiuso.»

Ruggine entrò proprio allora.

Annusò la scaletta.

La ignorò.

Saltò direttamente sul banco da lavoro.

Marco lo guardò come un padre tradito.

Dovetti uscire dal garage perché ridevo troppo.

Pensavo che quella sarebbe rimasta la scena più assurda dell’anno.

Mi sbagliavo.

Accadde a novembre.

Pioveva da tutto il giorno.

Un vento freddo sbatteva contro le persiane.

Avevo appena spento il fornello sotto una pentola di minestra quando vidi la porta sul retro.

Aperta.

Solo di pochi centimetri.

Ma aperta.

Mi gelò lo stomaco.

«Ruggine?»

Niente.

Guardai sotto il tavolo.

Dietro le tende.

Nel corridoio.

Sul letto.

Dentro l’armadio.

Scossi la scatola dei croccantini.

Niente.

«Marco!»

Arrivò dal garage.

Vide la mia faccia.

«Che succede?»

Indicai la porta.

Non servì altro.

Uscì senza neanche prendere il giubbotto.

Io lo seguii con due torce.

Pioveva forte.

Il giardino era diventato fango.

Lo chiamammo.

«Ruggine!»

«Dai, vieni fuori!»

«Amico!»

Niente.

Controllammo sotto l’auto.

Dietro la legnaia.

Vicino alla siepe.

Sotto il portico.

L’acqua mi entrava nelle scarpe.

Marco era in ginocchio nel fango.

«Dai, amico mio. Vieni. Basta scherzare.»

Il nostro vicino si affacciò dal cancello.

«Che avete perso?»

«Il gatto.»

L’uomo fece spallucce.

«Tornerà. E se non torna… sono gatti.»

Vidi il volto di Marco cambiare.

Si alzò.

Non gridò.

«Non è “un gatto”.»

Il vicino rimase zitto.

Marco riprese la torcia.

«Per noi non lo è.»

Fu tutto.

Nessuna predica.

Nessuna scenata.

Solo quella frase.

Due anni prima Marco sarebbe stato quello che diceva:

«Non esageriamo.»

Adesso era fradicio, coperto di terra, con la paura negli occhi.

Cercammo per quasi tre ore.

Rientrai soltanto per stampare qualche foglio da appendere nel quartiere.

Quando tornai fuori sentii Marco urlare il mio nome.

Corsi lungo il fianco della casa.

Era accovacciato vicino alla vecchia apertura sotto la veranda.

«Ascolta.»

Ci fermammo.

Un suono sottile.

Un miagolio.

Mi misi in ginocchio.

«Ruggine?»

Un altro miagolio.

Veniva da sotto casa.

Marco puntò la torcia.

L’apertura era strettissima.

«Non ci passi.»

Lui si tolse il maglione bagnato.

«Passo.»

«Marco.»

«Passo.»

Si stese nel fango.

Io gli presi un braccio.

«Se resti incastrato pure tu, giuro che vi lascio entrambi lì.»

Lui fece quasi un sorriso.

Poi cominciò a infilarsi sotto la veranda.

Prima le spalle.

Poi il torace.

Poi metà del corpo sparì nel buio.

Sentivo il cuore in gola.

Marco parlava piano.

Con la stessa voce di quella notte in soggiorno.

«Ehi, amico. Sono qui.»

Un rumore.

Foglie.

Legno.

«Lo vedi?»

Silenzio.

«Marco?»

«Sì.»

«Sta bene?»

Un’altra pausa.

«Non lo so.»

Quel minuto mi sembrò un’ora.

Poi vidi le gambe di Marco muoversi all’indietro.

Uscì lentamente.

Aveva fango sui capelli.

Ragnatele sulla schiena.

Le mani graffiate.

Tra le braccia teneva Ruggine.

Bagnato.

Tremante.

Con gli occhi enormi.

Vivo.

Scoppiai a piangere.

Ruggine emise un verso lamentoso e infilò la testa sotto il mento di Marco.

Mio marito chiuse gli occhi per un secondo.

Poi disse:

«Prendi gli asciugamani. Andiamo.»

L’ambulatorio veterinario notturno era a una ventina di minuti.

Marco guidò con i pantaloni sporchi di fango.

Io tenevo il trasportino sulle ginocchia.

Ruggine respirava.

In quel momento non mi importava altro.

Il veterinario disse che era infreddolito, disidratato e pieno di piccoli graffi.

Niente ossa rotte.

Probabilmente era entrato sotto la veranda, si era spaventato e non aveva più capito come uscire.

In altre parole, era ancora il solito Ruggine.

Solo più bagnato.

Quando arrivò il preventivo, sentii un nodo allo stomaco.

Non eravamo in un periodo in cui i soldi avanzassero.

Marco lesse il foglio.

Prese la penna.

Firmò.

Senza fare un discorso.

Senza cercare di mostrarsi duro.

Senza dire che era solo un animale.

Mi colpì proprio questo.

Per anni aveva pensato che mostrarsi forte significasse non dare troppo peso alle cose.

Quella notte fece il contrario.

Diede peso a ciò che amava.

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