Aveva un odore leggero di sapone e legno di cedro.
Un odore da armadio vecchio.
Da casa dei nonni.
Da quelle cassapanche in cui una volta si tenevano le lenzuola buone, quelle che uscivano soltanto quando arrivavano gli ospiti o a Natale.
Walter infilava il naso nella stoffa e chiudeva gli occhi.
Il suo annuncio per l’adozione venne pubblicato dopo dieci giorni.
Specificammo tutto.
Età avanzata.
Vista limitata.
Artrosi.
Ambiente tranquillo.
Controlli veterinari ancora in corso.
Arrivarono richieste.
Una signora in pensione, ex insegnante, venne tre volte.
Si sedette per quasi un’ora a leggere il giornale accanto a lui.
Walter si sdraiò ai suoi piedi.
Poi passò Giorgio.
Walter si alzò e lo seguì.
La signora sorrise.
«Mi sa che ha già un preferito.»
Avrebbe voluto adottarlo, ma il regolamento del suo condominio le impediva di prendere un cane di quella taglia.
Una coppia della provincia venne pochi giorni dopo.
Casa con giardino.
Niente bambini.
Esperienza con cani anziani.
Sembravano perfetti.
Finché sentirono parlare della massa.
«E se fosse un tumore?»
Non potevamo dirgli che lo era.
Ma non potevamo neppure promettere che non lo fosse.
Ritirarono la domanda.
È strano.
A volte la gente sopporta una cattiva notizia.
È l’incertezza che non riesce a sopportare.
Nel frattempo comparivano soldi.
Venti euro nella scatola dell’ambulatorio.
Trenta sotto la tastiera della reception.
Dieci dentro una busta senza nome.
Riguardando le telecamere scoprimmo che Giorgio lasciava qualcosa quasi ogni settimana.
Non guadagnava molto.
Si portava il caffè nel termos.
A pranzo mangiava pane, formaggio e una mela.
Le sue scarpe da lavoro avevano la suola incollata due volte.
Eppure metteva via soldi per Walter.
La cosa più difficile da capire era che non cercava di comprarsi il cane.
Faceva il contrario.
Stava pagando perché un giorno Walter potesse stare bene con qualcun altro.
Una sera lo aspettai nella lavanderia.
«Dobbiamo parlare.»
Giorgio sospirò.
«Dei soldi?»
«Del nome.»
Le sue dita si chiusero sul mazzo di chiavi.
«Quale nome?»
«Sole.»
Silenzio.
«Hai conosciuto questo cane prima che arrivasse qui?»
«No.»
Rispose troppo in fretta.
«Allora perché sa il tuo fischio?»
Giorgio guardò il pavimento.
«Coincidenza.»
«Perché riconosce la tua salvietta?»
Nessuna risposta.
«Perché vuoi che venga adottato?»
Giorgio alzò finalmente gli occhi.
«Perché i rifugi servono a questo.»
Quella sera Walter non mangiò.
Due giorni dopo arrivò una richiesta che sembrava fatta apposta per lui.
I coniugi Rinaldi avevano già vissuto con un cane anziano.
Conoscevano l’artrosi.
Conoscevano le medicine.
Conoscevano anche quella fase della vita in cui non si sogna più un cucciolo che corra per vent’anni, ma semplicemente qualcuno con cui dividere gli anni che restano.
Avevano superato i sessanta.
Casa tranquilla.
Un piccolo cortile.
Nipoti che venivano solo nei fine settimana.
Il loro veterinario confermò anni di cure impeccabili.
Quando mostrai la domanda a Giorgio, lui lesse tutto.
Poi disse:
«Brava gente.»
«Potresti aiutarci durante l’incontro.»
«No.»
«Walter sarebbe più tranquillo.»
Giorgio appoggiò il foglio.
«Deve smettere di cercarmi.»
Quelle parole mi gelarono.
Il primo incontro con i Rinaldi andò bene.
Walter prese del pollo dalla mano della signora.
Si lasciò mettere una pettorina.
Camminò nel cortile accanto al marito.
Poi le chiavi di Giorgio tintinnarono dietro la porta.
Walter li lasciò.
Attraversò due corridoi per raggiungerlo.
La signora Rinaldi lo guardò andare via.
Poi disse una frase che non ho mai dimenticato.
«Quel cane non sta rifiutando noi.»
Fece una pausa.
«Sta aspettando che qualcun altro gli dia il permesso di andare.»
Decidemmo di aspettare l’intervento.
La massa venne rimossa a metà febbraio.
Durò poco più di un’ora.
Nello stesso intervento venne curato anche il dente infetto.
Giorgio non entrò mai nell’ambulatorio.
Rimase dietro il vetro.
Walter sentiva le chiavi.
Ogni volta sollevava il muso.
Giorgio consegnò a un’operatrice la salvietta marrone.
«Mettetegliela vicino.»
Walter dormì con il naso appoggiato sopra.
Sei giorni dopo arrivò il risultato.
Lipoma.
Benigno.
Non era cancro.
Quando telefonammo ai Rinaldi, accettarono di tornare.
Walter stava meglio.
Aveva ripreso peso.
La ferita guariva bene.
L’incontro durò quasi un’ora.
La signora gli leggeva sottovoce un romanzo.
Il marito camminava lentamente per adattarsi al suo passo.
Firmarono i documenti.
Mettemmo una cuccia ortopedica nel loro furgoncino.
Era fatta.
O almeno così pensavamo.
Walter arrivò alla porta d’ingresso.
Giorgio, convinto che fossero già partiti, uscì dal corridoio della manutenzione con una scatola in mano.
Le chiavi suonarono.
Walter si voltò.
La signora Rinaldi perse quasi la presa sul guinzaglio.
Il cane attraversò l’atrio.
Andò da Giorgio.
Si appoggiò con tutto il corpo contro la sua gamba.
Giorgio diventò pallido.
«Vai.»
Walter non si mosse.
«Vai con loro.»
Niente.
Giorgio fece un passo indietro.
Walter lo seguì.
Un altro passo.
Walter lo seguì ancora.
Poi Giorgio disse:
«Sole, basta.»
Questa volta lo sentirono tutti.
La coda del cane batté sul pavimento.
Nessuno parlò.
La signora Rinaldi camminò lentamente verso Giorgio.
Gli porse il guinzaglio.
«Questo cane conosce quel nome.»
Giorgio non lo prese.
Il marito della signora gli fece una domanda semplice.
«Era suo?»
«No.»
Walter premette ancora di più il fianco contro la sua gamba.
Era forse la risposta più poco credibile che avessi mai sentito.
I Rinaldi non annullarono l’adozione.
Chiesero di sospenderla per due giorni.
«Prima dovete capire.»
Giorgio mi prese da parte.
«Non fatelo.»
«Devo farlo.»
«Ha trovato una famiglia.»
«Eppure non riesce ad attraversare quella porta se tu resti qui.»
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