La cagna non riusciva a sdraiarsi accanto ai suoi sei cuccioli, finché una ragazza notò un dettaglio decisivo

LA SAN BERNARDO NON RIUSCIVA A SDRAIARSI ACCANTO AI SUOI SEI CUCCIOLI. POI UNA RAGAZZINA IN OSPEDALE NOTÒ QUELLO CHE NOI ADULTI NON AVEVAMO CAPITO.

«Non portateli via.»

Non lo disse nessuno.

Eppure, quando guardai Ambra negli occhi, capii che era esattamente ciò che temeva.

Avevo cinquantadue anni quando mi chiamarono dal piccolo rifugio per animali dove lavoravo come volontaria, alla periferia di Arezzo.

Un furgoncino comunale aveva appena raccolto una cagna enorme sotto una vecchia tettoia abbandonata che un tempo apparteneva a un fruttivendolo.

Accanto a lei c’erano sei cuccioli.

Sei palline di pelo sporche, affamate e rumorose.

La madre era un incrocio di San Bernardo, con una larga striscia bianca tra gli occhi marroni e una macchia color ruggine sopra l’orecchio destro.

Era magra in un modo che faceva impressione, soprattutto perché il suo corpo conservava ancora quella grandezza maestosa tipica dei cani di montagna.

Il problema, però, era un altro.

Sul lato posteriore sinistro aveva una mammella molto gonfia.

La pelle non era ferita, ma l’infiammazione era tale da costringerla a tenere una zampa leggermente aperta.

Ogni volta che provava ad abbassarsi, si rialzava subito.

Come se il pavimento bruciasse.

I cuccioli piangevano.

Lei li guardava.

Faceva due passi.

Tornava indietro.

Provava ancora a piegare le zampe anteriori.

Poi rinunciava.

Quella prima notte non dormì.

Rimase in piedi.

Sempre.

Mi chiamo Marta Rinaldi e credevo di conoscere abbastanza bene i cani spaventati.

In vent’anni avevo visto animali arrivare al rifugio dopo abbandoni, traslochi, separazioni, morti di proprietari anziani e famiglie che semplicemente non riuscivano più a mantenerli.

Avevo imparato una cosa che vale anche per le persone: spesso quello che sembra aggressività è paura.

Quello che sembra ostinazione è dolore.

E quello che sembra freddezza è soltanto qualcuno che non si fida più del mondo.

Con Ambra, però, ci sbagliammo lo stesso.

La sistemammo nel box più tranquillo.

Coperte pulite.

Acqua fresca.

Poca luce.

Niente rumori inutili.

La veterinaria confermò una mastite, insieme a disidratazione e stanchezza estrema.

Servivano antibiotici, impacchi tiepidi, controlli continui e biberon supplementari per i cuccioli.

In teoria era semplice.

In pratica, Ambra non voleva riposare.

Non appena toccavamo uno dei piccoli, si alzava.

Se prendevamo un cucciolo per pesarlo, lei camminava avanti e indietro finché non tornava al suo posto.

Se chiudevamo la porticina interna per pochi secondi, cominciava a respirare più velocemente.

Non ringhiava.

Non abbaiava.

Quasi sarebbe stato più facile se lo avesse fatto.

Lei ci guardava soltanto.

Con quegli occhi grandi e stanchi.

Come una madre di una volta davanti alla porta di una sala operatoria, quando nessuno aveva il coraggio di dirle nulla.

La chiamammo Ambra per quella macchia rossiccia sull’orecchio.

Per i primi giorni non si voltò mai sentendo il nome.

Si voltava soltanto quando piangeva un cucciolo.

Soprattutto il più piccolo.

Era una femminuccia con una sottile striscia bianca sul naso.

Gli altri la spingevano senza cattiveria, semplicemente perché erano più forti.

Lei rimaneva spesso ai bordi della cuccia.

La chiamammo Puntina.

Nel box c’era una piccola telecamera.

L’avevamo installata per controllare le mamme con i cuccioli senza entrare continuamente.

Era uno strumento di lavoro.

Niente di più.

Almeno così pensavo.

Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata da una coordinatrice di un ospedale pediatrico della zona.

Mi spiegò che una ragazzina di dodici anni, Chiara, passava tre giorni alla settimana in ospedale per una terapia lunga e stancante ai reni.

Era in attesa di un trapianto.

Le ore durante il trattamento sembravano infinite.

Leggere la affaticava.

Parlare, certi giorni, ancora di più.

L’ospedale cercava immagini tranquille di animali che potesse guardare senza essere disturbata.

Con il permesso di sua madre creammo un collegamento privato alla telecamera di Ambra.

Chiara cominciò a guardare di mercoledì.

Dopo mezz’ora conosceva già i cuccioli meglio di noi.

«Quello con le zampe bianche dorme sempre.»

«Quello grosso ruba il posto agli altri.»

«La piccolina non arriva mai per prima.»

Noi non avevamo ancora scelto tutti i nomi.

Lei sì.

Il più grande diventò Orso.

Uno con il muso scuro, Pepe.

Quello con le zampe bianche, Calzino.

E la nostra Puntina continuò a chiamarsi Puntina perché, secondo Chiara, «sembra piccola, ma si fa notare».

Venerdì mattina successe qualcosa.

Chiara era collegata durante la terapia.

Ambra camminava nel box.

Faceva quattro passi.

Si fermava.

Sollevava appena la zampa posteriore sinistra.

Poi ripartiva.

A un certo punto Chiara chiese all’infermiera di ingrandire l’immagine.

«Perché continua ad alzare quel piede?»

L’infermiera ci mandò un messaggio.

Guardai la registrazione.

Avevamo controllato l’infiammazione quella mattina.

Non sembrava peggiorata.

La temperatura era quasi normale.

Aveva mangiato.

Aveva bevuto.

Eppure Chiara aveva visto qualcosa.

Rientrai nel box.

Sul fondo della coperta c’era una piccola zona umida.

Ambra non si era fermata abbastanza a lungo per dormire.

Non era soltanto il dolore.

Era l’incapacità di lasciarsi andare.

Mi sedetti vicino alla porta.

Non la guardai direttamente.

Ambra arretrò verso i cuccioli.

Orecchie basse.

Respiro veloce.

La zampa tremava.

Dal monitor dell’ospedale, Chiara ci osservava.

Passarono dodici minuti.

Dodici minuti in cui nessuno fece nulla.

Io seduta a terra.

Ambra in piedi.

Sei cuccioli accoccolati.

Una bambina collegata a una macchina a qualche chilometro di distanza.

Poi Puntina strisciò fino alle zampe anteriori della madre.

Ambra abbassò il muso.

Guardò la telecamera.

E Chiara disse una frase che ci lasciò tutti in silenzio.

«E se non avesse paura di voi?»

L’infermiera le chiese cosa intendesse.

Chiara indicò lo schermo.

«E se avesse paura che, quando dorme, voi le portiate via i cuccioli?»

Mi venne un nodo alla gola.

Avevamo pensato a tutto.

Al dolore.

Alla febbre.

Alla fame.

Alla stanchezza.

Alla paura del contatto.

Non avevamo pensato alla cosa più semplice.

Ambra era stata trovata sola sotto una tettoia, in mezzo a casse rotte e vecchi teli di plastica.

Non sapevamo cosa avesse vissuto prima.

Non sapevamo quante volte avesse dovuto spostare i cuccioli.

Non sapevamo se qualcuno li avesse già toccati o tentato di separarli.

Sapevamo soltanto questo: ogni volta che non li vedeva tutti, lei si alzava.

Quel pomeriggio cambiammo il modo di curarla.

Non spostammo Ambra dai cuccioli.

Spostammo le cure intorno ad Ambra.

Avvicinammo la cuccia dei piccoli al suo muso.

Quando pesavamo un cucciolo, lo facevamo davanti a lei.

Quando preparavamo i biberon, le lasciavamo annusare gli asciugamani e le bottiglie.

Quando applicavamo gli impacchi tiepidi, gli altri piccoli rimanevano sempre a portata di vista.

Per la prima volta, Ambra piegò una zampa anteriore.

Poi l’altra.

Il petto scese verso la coperta.

All’ospedale Chiara smise perfino di parlare.

Ambra era a pochi centimetri dal pavimento quando lo schermo diventò nero.

La telecamera si era spenta.

Chiara chiamò l’infermiera.

Io sentii gridare uno degli operatori dal corridoio.

Corsi dentro.

Per un momento temetti che Ambra fosse crollata.

Invece trovai un cucciolo infilato dietro un piccolo divisorio.

Muovendosi aveva tirato il cavo della telecamera.

Ambra cercava di raggiungerlo.

Lo spazio era troppo stretto.

Per girarsi avrebbe dovuto premere il lato gonfio contro la parete.

Bloccammo l’apertura con una coperta arrotolata e rimettemmo il piccolo con gli altri.

All’ospedale, però, il monitor rimase nero per dodici minuti.

La madre di Chiara ci raccontò più tardi che la figlia aveva continuato a contare sottovoce.

«Uno, due, tre, quattro, cinque, sei.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto