Ci sono assenze che non vogliamo riempire.
Vogliamo soltanto indicare che quel posto appartiene ancora a qualcuno.
Dopo due giorni la febbre di Ambra cominciò a scendere.
Mangiò.
Bevve.
Quando portammo Puntina vicino alle zampe anteriori, la annusò dalla testa alla coda.
Poi abbassò il mento sopra la piccola senza schiacciarla.
Quella foto finì sul comodino di Chiara.
Quarantotto ore dopo Ambra tornò al rifugio.
Accendemmo la telecamera.
Chiara era collegata.
Ambra raggiunse subito la barriera trasparente.
Annusò i cuccioli.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Si fermò.
Puntina non c’era.
La piccola era rimasta in clinica.
Durante l’ultima visita, la veterinaria aveva sentito un leggero rumore respiratorio.
Niente di grave, ma Puntina era debole e cresceva lentamente.
Meglio osservarla ancora.
Ambra non poteva sapere il motivo.
Controllò sotto le coperte.
Vicino ai biberon.
Nell’angolo dove Puntina dormiva.
Poi guardò la porta.
Il corpo si irrigidì.
Stava per ricominciare a camminare avanti e indietro.
Chiamammo la clinica.
Un’assistente collegò una videocamera vicino alla cesta di Puntina.
Posizionammo un piccolo monitor fuori dal box.
Sapevamo che un cane non vive il mondo attraverso gli schermi.
Gli odori contano molto di più.
Ma appena Puntina emise un verso, Ambra si bloccò.
Voltò la testa.
Si avvicinò.
Annusò il monitor.
Non trovò l’odore.
Sentì però la voce della cucciola.
Le orecchie si sollevarono.
Poi Ambra si sedette.
Chiara guardava tutto dalla sua poltrona d’ospedale.
C’erano tre stanze unite in quel momento.
Una bambina in ospedale.
Una madre al rifugio.
Una cucciola in clinica.
Nessuna poteva raggiungere le altre.
Eppure nessuna era davvero sola.
La coordinatrice chiese a Chiara se preferisse spegnere.
«No.»
«Sei sicura?»
Chiara annuì.
«Aspettare è più facile quando posso vedere chi sto aspettando.»
Puntina tornò dopo due giorni.
Mettemmo il trasportino dentro il box e aspettammo.
Ambra si avvicinò piano.
Puntina spinse il naso contro la rete.
La madre annusò ogni centimetro del trasportino.
Poi guardò me.
Aprii.
Puntina uscì e finì contro una delle sue zampe anteriori.
Ambra la controllò dalla testa alla coda.
Poi ancora.
Poi la spinse insieme agli altri.
Soltanto allora si voltò verso la cuccia.
Piegò le zampe anteriori.
Spostò il peso sul lato destro.
La discesa durò quasi mezzo minuto.
Dall’ospedale, Chiara sussurrò:
«Piano.»
Il petto di Ambra toccò la coperta.
Poi il fianco destro.
Puntina si infilò sotto il suo mento.
Gli altri cinque si sistemarono lungo il lato sano.
Ambra chiuse gli occhi.
Li riaprì.
Controllò.
Poi li chiuse di nuovo.
Dormì ventitré minuti.
Ventitré.
Noi li contammo.
Nessuno fece festa.
Nessuno applaudì.
Non serviva.
Quando si svegliò, Ambra non scattò in piedi.
Annusò i cuccioli.
Uno alla volta.
Poi rimise il muso sulla coperta.
Chiara finì la terapia proprio in quel momento.
L’infermiera le disse che potevano andare.
Lei rispose:
«Aspettiamo che si alzi.»
Ambra era già sveglia.
Ma finalmente aveva imparato che poteva restare sdraiata.
Le settimane successive non furono perfette.
La guarigione vera non lo è quasi mai.
L’infiammazione diminuì.
L’appetito tornò.
I piccoli crebbero.
Ambra continuava però a favorire il lato destro.
Ogni tanto sollevava ancora la zampa sinistra.
Proseguimmo con le poppate alternate.
Ormai lei conosceva il rituale.
Annusava i biberon.
Guardava tre cuccioli mangiare.
Li vedeva tornare.
Poi partivano gli altri tre.
Dormiva perfino mentre lavoravamo.
Anche Chiara continuava ad aspettare.
Tre volte alla settimana tornava in ospedale.
Per il trapianto non c’era una data.
La sua mamma ci chiese se potevamo prometterle che, appena fosse stata meglio, avrebbe incontrato Ambra.
Non promisi.
Alla mia età avevo già imparato quanto male possano fare le promesse fatte con il cuore e non con la realtà.
I cuccioli sarebbero cresciuti.
Avrebbero trovato famiglia.
Ambra avrebbe potuto avere una ricaduta.
Chiara avrebbe potuto aspettare mesi.
O di più.
Non potevamo promettere un incontro.
Potevamo però cercare una possibilità.
L’ospedale aveva un piccolo cortile interno.
Tranquillo.
Separato dall’ingresso principale.
Il personale stabilì condizioni precise.
Ambra doveva essere completamente guarita.
I cuccioli abbastanza grandi.
Tutti controllati.
Chiara doveva avere valori stabili.
Nessuno le disse una data.
Poi arrivò un contrattempo.
Durante una prova in casa con una volontaria, cadde una pentola di metallo.
Ambra sobbalzò.
Iniziò a cercare i cuccioli.
Superò una barriera.
Camminò finché non ebbe tutti e sei nella stessa stanza.
Non si fece male seriamente, ma la zona appena guarita tornò leggermente calda.
L’incontro venne rimandato.
Quando lo dicemmo a Chiara, lei guardò Ambra dormire attraverso la telecamera.
«Le fa male?»
«Un po’.»
«Allora non deve venire.»
Niente pianti.
Niente proteste.
«Può aspettare.»
La bambina che aspettava qualcosa di enorme per sé non voleva che un cane venisse affrettato per farla contenta.
Fu allora che capii perché quella telecamera era diventata più di una telecamera.
Non mostrava soltanto animali.
Mostrava cosa accade quando qualcuno smette di chiedere: «Quando tornerai normale?»
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