Quando il collegamento tornò, Ambra era ancora in piedi.
Ma tutti i cuccioli erano visibili.
La febbre aumentò quella sera.
La veterinaria tornò subito.
L’infiammazione era più calda.
Prelevò un campione e modificò la terapia.
Da quel momento alternammo l’allattamento.
Tre cuccioli restavano accanto ad Ambra.
Tre venivano nutriti con il biberon dietro una barriera bassa e trasparente.
Poi li scambiavamo.
Ambra poteva vederli.
Annusarli.
Contarli.
Può sembrare strano dire che un cane sappia contare.
Ma chi ha cresciuto figli, nipoti o perfino galline in un cortile sa che non serve conoscere i numeri per capire quando manca qualcuno.
Una madre lo sente.
Ambra lo sentiva.
La soluzione più ovvia sarebbe stata portare tutti i cuccioli in un’altra stanza e lasciarla riposare da sola.
Non lo facemmo.
Avevamo finalmente capito che il riposo non si può imporre a chi pensa di avere qualcosa da proteggere.
Così adattammo tutto.
Io entravo nel box di lato.
Mai frontalmente.
Appoggiavo gli oggetti a terra.
Aspettavo che li annusasse.
La prima volta lasciai l’impacco sul pavimento per quasi dieci minuti.
Ambra lo fissava.
Poi guardava me.
Poi i cuccioli.
Alla fine mi permise di avvicinarmi.
Non si rilassò.
Semplicemente smise di arretrare.
Chiara guardava dall’ospedale.
Da una parte si sentivano i piccoli versi dei cuccioli.
Dall’altra il ritmo regolare dei macchinari.
Due stanze lontane.
Due corpi stanchi.
Due attese.
Una cosa che noi adulti spesso dimentichiamo è che chi soffre impara ad aspettare in un modo diverso.
Chiara lo sapeva.
Non diceva mai: «Quando guarirà Ambra?»
Diceva: «Oggi è riuscita a fare qualcosa che ieri non riusciva?»
Il quarto giorno Ambra finì una ciotola intera di cibo morbido.
Il quinto si appoggiò con un fianco alla parete.
Chiara disegnò sei cerchi su un foglio.
Ogni volta che Ambra completava una medicazione senza camminare avanti e indietro, ne colorava uno.
Puntina rimaneva la nostra preoccupazione principale.
Cresceva meno degli altri.
Si stancava durante il biberon.
Ambra sembrava accorgersene.
Quando la sentiva piagnucolare, spingeva la piccola verso il centro con il naso.
Fu proprio mentre faceva quel gesto che accadde.
Ambra piegò entrambe le zampe anteriori.
Abbassò lentamente il petto.
La zampa posteriore sinistra rimase allungata per evitare pressione.
Per qualche secondo restò sospesa.
Poi si rialzò.
Io sospirai.
Chiara invece disse:
«È arrivata più vicino.»
Quelle quattro parole mi rimasero dentro.
A cinquantadue anni avevo passato buona parte della vita a giudicare i risultati.
Promosso.
Bocciato.
Riuscito.
Fallito.
Mia madre apparteneva alla generazione in cui non si raccontavano le difficoltà.
Si stringevano i denti.
Si faceva bella figura.
Il pranzo della domenica doveva essere pronto anche se avevi pianto tutta la notte.
I figli dovevano vedere una casa ordinata.
I vicini non dovevano sapere.
Forse per questo noi adulti avevamo guardato Ambra pensando soltanto a quando sarebbe finalmente riuscita a sdraiarsi.
Una ragazzina di dodici anni ci ricordò che anche arrivare più vicino conta.
Alla fine della settimana, però, arrivarono i risultati del laboratorio.
Il primo antibiotico poteva non essere sufficiente.
La terapia venne cambiata.
Quella sera la febbre salì.
Ambra stava davanti ai sei cuccioli.
Puntina le toccò la zampa.
Emise due piccoli versi.
Per la prima volta Ambra non abbassò il muso.
Rimase immobile.
Quello ci spaventò più di tutto.
La portammo alla clinica veterinaria.
I cuccioli viaggiarono accanto a lei dentro una cesta riscaldata.
Sistemammo asciugamani sotto l’addome in modo che la zona infiammata non venisse schiacciata.
Chiara quella sera non poté seguire.
La sua pressione si era abbassata durante il trattamento.
Doveva riposare.
Ma ogni volta che apriva gli occhi chiedeva alla madre:
«Sono ancora sei?»
Erano sei.
La clinica confermò che l’infezione non stava migliorando abbastanza velocemente.
Servivano liquidi, farmaci mirati e controlli frequenti.
Per una notte Ambra dovette restare separata fisicamente dai cuccioli.
Li vedeva attraverso una grata.
Non poteva entrare nella loro cuccia.
Quella notte rimasi con lei.
Avevo la schiena appoggiata contro il muro della clinica.
Erano passate da poco l’una.
Puntina aveva bevuto metà biberon e si era addormentata contro il mio polso.
Ambra mi guardava dall’altra parte.
Poi successe qualcosa che aspettavamo da giorni.
Si sdraiò.
Completamente.
Non in modo perfetto.
La zampa sinistra restava distesa.
Un asciugamano sosteneva l’addome.
Ma il corpo era finalmente appoggiato a terra.
Scattai una fotografia del suo volto.
Niente immagini drammatiche.
Niente frasi da eroe.
La mandai alla madre di Chiara.
Scrissi soltanto:
«I sei piccoli sono al caldo. La loro mamma sta riposando.»
La mattina dopo Chiara la lesse prima di colazione.
La telecamera del rifugio mostrava ancora il box vuoto.
A Chiara quella stanza senza Ambra faceva impressione.
Così una volontaria ebbe un’idea.
Mise sei asciugamani piegati nella cuccia dei cuccioli.
Accanto lasciò la ciotola di Ambra.
Non significava che fossero lì.
Significava: torneranno.
Era una cosa molto italiana, a pensarci.
Come lasciare il posto a tavola a qualcuno che deve ancora arrivare.
Come conservare una stanza per un figlio trasferito al Nord.
Come tenere il servizio buono nella credenza anche quando non ci sono più grandi occasioni.
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