Quella sera cenai da sola in cucina.
Avevo ancora il tavolo grande che avevamo comprato quando i figli erano piccoli.
Per anni la domenica ci sedevamo tutti lì.
Lasagne.
Arrosto.
Mia madre che criticava quanto sale avevo messo.
Mio padre che tagliava il pane storto.
I bambini che litigavano per il bicchiere blu.
Adesso i figli vivevano fuori.
Mio padre non c’era più.
Mia madre aveva ottantadue anni.
Guardai quel tavolo e pensai ad Arturo.
A volte una casa diventa vuota prima ancora che ce ne accorgiamo.
La mattina successiva arrivai al rifugio prima delle nove.
Alle 9:12 suonò il campanello.
Entrò una donna anziana.
Piccola.
Capelli bianchi corti.
Occhiali tondi.
Cardigan grigio.
Pantaloni di lana.
Scarpe basse nere.
Camminava con una lieve difficoltà al ginocchio destro.
In una mano aveva un termos.
Nell’altra, un quaderno di pelle.
“Buongiorno. Sono la dottoressa Adelaide Bernardi. Ho settantun anni. Sono una veterinaria in pensione.”
La guardai.
“Piacere.”
“Una collega mi ha inoltrato ieri l’appello per Arturo.”
Fece una pausa.
“Vorrei conoscerlo.”
La accompagnai al box undici.
Arturo era ancora girato verso il muro.
Adelaide si inginocchiò.
Ci mise parecchio.
Il ginocchio evidentemente le faceva male.
Si aggrappò alla rete, scese piano e si sistemò sul cemento.
Non parlò.
Un minuto.
Due.
Tre.
Arturo mosse un orecchio.
Poi lentamente girò la testa.
La guardò.
Lei lo guardò.
Nessuno disse niente.
Dopo qualche secondo Arturo tornò verso il muro.
Adelaide si rialzò.
Mi fissò.
E disse:
“Elena, non ho bisogno che viva a lungo. Ho bisogno che sia amato.”
Mi sedetti per terra.
Non metaforicamente.
Proprio per terra.
Come se qualcuno mi avesse tolto la forza dalle gambe.
Cominciai a piangere.
Adelaide tornò a sedersi accanto a me, nonostante il ginocchio.
Mi appoggiò semplicemente una mano sulla mano.
Quando riuscii a parlare le raccontai tutto.
La mancata alimentazione.
Il cuore.
I reni.
L’ipotesi di cure palliative.
La possibilità che morisse nel giro di giorni.
Lei aprì il quaderno.
“Aspetti. Ho scritto alcune cose.”
Indossò gli occhiali.
“Primo. Economicamente non ho problemi. Ho lavorato quasi quarant’anni. La casa è mia. Ho una pensione sufficiente e risparmi che non porterò certo con me al cimitero.”
Voltò pagina.
“Secondo. Sono veterinaria. Posso somministrare farmaci, fluidi, gestire il dolore e organizzare cure palliative a domicilio. Se arriverà il momento, Arturo non dovrà essere trascinato avanti e indietro.”
Un’altra pagina.
“Terzo.”
Si fermò.
“Mio marito è morto nove anni fa.”
Chiuse per un attimo gli occhi.
“Non abbiamo avuto figli. Vivo sola.”
Poi sorrise appena.
“Ho una poltrona reclinabile. Un piccolo giardino. Un letto riscaldato per cani che comprai anni fa e che il mio vecchio cane non fece in tempo a usare.”
Mi guardò.
“Ho tempo.”
Abbassò gli occhi verso Arturo.
“Tutto il tempo che gli resta.”
Chiuse il quaderno.
“Se vive due settimane, saranno due settimane.”
“Se vive un anno, sarà un anno.”
“Se vive tre anni, saranno tre anni.”
Poi ripeté:
“Non ho bisogno che viva a lungo. Ho bisogno che sia amato.”
Chiamai Sara.
“Vieni subito. Porta la cartella di Arturo.”
Quando Sara entrò nella stanza e vide Adelaide, lasciò quasi cadere i documenti.
“Professoressa?”
Adelaide spalancò gli occhi.
“Sara?”
Si abbracciarono.
Scoprii che molti anni prima, quando Sara era una giovane studentessa universitaria, Adelaide era stata una delle veterinarie che l’avevano seguita durante il tirocinio.
Era stata la prima persona a dirle:
“Tu sei capace. Continua.”
Non si vedevano da più di dieci anni.
Il mondo, qualche volta, ha una strana maniera di rimettere le persone nello stesso corridoio.
Passarono quasi un’ora sulla cartella clinica di Arturo.
Medicine.
Dosaggi.
Alimentazione.
Segnali d’allarme.
Dolore.
Cuore.
Reni.
Fine vita.
Alla fine Sara disse:
“Adelaide, se vuoi davvero farlo, mi fido.”
“Lo voglio.”
“Lo seguirò gratuitamente qui ogni sei settimane.”
Adelaide scosse la testa.
“Pagherò.”
Sara sorrise.
“Provi a pagarmi e litighiamo come quindici anni fa.”
Adelaide rise.
Fu la prima risata in quel corridoio da giorni.
Preparammo i documenti.
Quando le dissi che avremmo rinunciato al contributo d’adozione, lei tirò fuori il libretto degli assegni e fece una donazione al fondo per i cani anziani.
Poi tornammo al box undici.
Aveva portato dalla macchina una coperta azzurra.
La appoggiò sul pavimento.
Si inginocchiò davanti ad Arturo.
“Arturo.”
Il cane non si mosse.
“Mi chiamo Adelaide.”
Niente.
“Ho settantun anni e una casa troppo silenziosa.”
Arturo mosse un orecchio.
“Non ti prometto che starai bene.”
Pausa.
“Non ti prometto che guarirai.”
Il naso di Arturo si sollevò appena.
“Ti prometto solo che non sarai solo.”
Adelaide indicò la coperta.
“Se vuoi venire con me, alzati.”
Aspettammo.
Un minuto.
Due.
Pensai che non sarebbe successo niente.
Poi Arturo girò la testa.
Guardò la coperta.
Guardò Adelaide.
Provò ad alzarsi.
Le zampe posteriori tremavano.
Non si reggeva in piedi da quasi tre giorni.
Fece un passo.
Poi un altro.
Salì sulla coperta azzurra.
E si sedette.
Adelaide lo avvolse.
“Va bene, vecchio mio.”
Lo prese in braccio.
Quando si rialzò il ginocchio cedette leggermente.
La sostenni per un gomito.
Lei non mollò Arturo.
Nemmeno per un secondo.
Tre giorni dopo mi telefonò.
“Elena?”
“Dimmi.”
“Sono sulla poltrona.”
Mi si chiuse lo stomaco.
“Arturo è sulle mie gambe.”
Silenzio.
“Ha mangiato.”
Mi misi una mano sulla bocca.
“Quanto?”
“Pochissimo ieri. Un po’ di pollo. Stamattina mezza ciotola. Stasera quasi tutta.”
Cominciai a piangere.
Adelaide rise piano.
“E mi segue.”
“Come?”
“Quando vado in cucina resta a guardare la porta fino a quando torno.”
Si fermò.
“Elena, credo che abbia deciso di restare ancora un po’.”
Arturo restò quattordici mesi.
Non quattordici giorni.
Quattordici mesi.
Riprese il peso perso.
Il pelo tornò lucido.
Le infezioni alle orecchie quasi scomparvero.
Ogni mattina faceva due piccoli giri nel giardino con Adelaide.
Erano uno spettacolo.
Lei col ginocchio malandato.
Lui con la zampa posteriore rigida.
Due vecchietti che camminavano piano, ciascuno aspettando l’altro.
Nel quartiere cominciarono tutti a conoscerli.
Il panettiere teneva da parte un pezzetto di pane senza sale.
La vicina del piano terra usciva sul cancello per salutare Arturo.
Un pensionato che portava fuori il giornale ogni mattina diceva:
“Eccoli, i due zoppi più eleganti della strada.”
Adelaide rispondeva:
“Parla per te.”
Tre settimane dopo l’adozione accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto inventare.
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