Spinsero l’anziano col bastone per ridere, ma pochi secondi dopo tutta la piazza rimase in silenzio

—Dipende da quello che ti ha raccontato.

Ma quando sentì il rombo delle motociclette spegnersi una dopo l’altra, qualcosa gli strinse il petto.

Non era paura.

Era memoria.

Si fermò.

Girò lentamente la testa.

Vide i caschi.

Le giacche.

Il cerchio.

E soprattutto vide il modo in cui l’uomo con la barba teneva i piedi leggermente divaricati, le mani basse, il volto immobile.

Una posizione che Vittorio conosceva bene.

Troppo bene.

Tornò indietro.

Passo.

Tocco.

Passo.

Tocco.

Appena lo videro avvicinarsi, due motociclisti si spostarono per aprirgli un varco.

Una donna allungò la mano per aiutarlo.

Vittorio fece un piccolo gesto col capo.

—Grazie, signora. Ce la faccio.

Arrivò al centro del gruppo.

I cinque giovani abbassarono gli occhi.

Il ragazzo che lo aveva spinto sembrava più piccolo rispetto a pochi minuti prima.

—Signore… —iniziò.

Vittorio alzò una mano.

—Aspetta.

Appoggiò bene il bastone a terra.

—Voi pensate che io cammini lentamente perché sono debole.

Nessuno parlò.

Vittorio sollevò appena il bastone.

—Questo non mi serve per stare in piedi. Mi serve per sopportare il dolore.

Il ragazzo lo guardò.

—Non potevamo saperlo.

—No —disse Vittorio.— Non volevate saperlo.

La frase fece abbassare anche gli ultimi sguardi.

—Vedere un vecchio vi è bastato. Avete visto la schiena curva, le scarpe consumate e una mano che tremava. Avete deciso che potevate divertirvi.

Respirò profondamente.

—Quando avevo la vostra età credevo anch’io che la forza fosse fare rumore. Entrare in un posto e farsi notare. Non abbassare mai gli occhi.

L’uomo con la barba lo osservava senza interromperlo.

—Poi ho capito che la forza vera non è mettere paura a chi è più fragile. È proteggere qualcuno quando nessuno vi obbliga a farlo.

Il ragazzo che lo aveva spinto si passò una mano sul viso.

—Mi dispiace.

Vittorio lo fissò.

—Ti dispiace perché hai capito o perché adesso hai paura?

Il giovane aprì la bocca, ma non trovò una risposta.

—Pensaci bene —continuò Vittorio.— Perché la differenza è tutta lì.

Una delle ragazze aveva gli occhi lucidi.

—Abbiamo sbagliato.

—Sì.

Vittorio non addolcì la parola.

—Avete sbagliato.

L’uomo con la barba si rivolse all’anziano.

—Vuole che li accompagniamo da qualcuno? Vuole chiamare le autorità?

Vittorio scosse il capo.

—No.

—Vuole che facciamo qualcosa?

—Lo avete già fatto. Vi siete fermati.

Guardò uno per uno i ragazzi.

—Non hanno bisogno di essere umiliati come hanno umiliato me. Non imparerebbero niente. Avrebbero solo una storia da raccontare in cui loro sono le vittime.

Il motociclista robusto abbassò lo sguardo, come se quella frase avesse colpito anche lui.

Vittorio indicò con il bastone il ragazzo che lo aveva spinto.

—Stanotte, quando sarai a letto, ricorderai questo momento.

Il giovane annuì.

—Ricorderai il cuore che batte, lo stomaco chiuso e la sensazione di non sapere cosa succederà. Quella sensazione l’hai regalata a me per far ridere i tuoi amici.

Gli occhi del ragazzo si riempirono di vergogna.

—Sì, signore.

—Se sei intelligente, non la dimenticherai.

Vittorio guardò gli altri quattro.

—E voi non pensate di essere innocenti perché non mi avete toccato. Chi ride davanti a una cattiveria la rende più grande.

Una delle ragazze si asciugò rapidamente una lacrima.

—Che cosa possiamo fare?

Vittorio rimase in silenzio per qualche secondo.

Il quartiere sembrava aspettare la sua sentenza.

—Domani pomeriggio, alle quattro, venite alla mensa del centro anziani dietro la chiesa. Mancano sempre mani per portare i vassoi, sistemare le sedie e accompagnare a casa chi non cammina bene.

Il ragazzo più alto alzò lo sguardo.

—Tutti noi?

—Tutti.

—E se non veniamo?

Vittorio fece un mezzo sorriso stanco.

—Allora avrete dimostrato che la paura passa più in fretta della vergogna.

Il ragazzo che lo aveva spinto annuì.

—Verremo.

—Non prometterlo a me. Promettilo a te stesso.

Vittorio si voltò verso l’uomo con la barba.

—Adesso lasciateli andare.

Il cerchio si aprì.

Nessun motociclista protestò.

I cinque giovani si allontanarono lentamente, senza ridere e senza guardarsi.

Il ragazzo che aveva spinto Vittorio tornò indietro di due passi.

Raccolse il berretto dell’anziano, caduto vicino alla fioriera senza che nessuno se ne accorgesse, e glielo porse.

—Mi dispiace davvero.

Vittorio prese il berretto.

—Vedremo domani.

I giovani sparirono sotto i portici.

Le persone alle finestre cominciarono a rientrare.

Il barista tornò dietro il bancone.

Il fruttivendolo riprese la cassetta di arance.

La piazza fece finta di tornare alla normalità.

Ma nei quartieri niente torna davvero normale dopo che tutti hanno visto qualcosa.

Le motociclette ripartirono una alla volta.

L’uomo con la barba, però, rimase.

—Sta bene? —chiese.

—Ho avuto pomeriggi migliori.

—La accompagno a casa?

Vittorio scosse il capo.

—Devo andare al parco.

L’uomo lo osservò.

—Allora vengo con lei.

—Non serve.

—Lo so.

Quella risposta fece sorridere Vittorio.

Camminarono fianco a fianco fino al giardino pubblico.

L’uomo portava il casco sotto il braccio. Non cercò di adeguare il passo in modo evidente, ma rallentò abbastanza da restare accanto all’anziano.

Passarono davanti alla bottega del calzolaio chiusa da anni, alla fontanella dove un tempo le donne riempivano le bottiglie e al muro con le fotografie scolorite della festa del quartiere.

Vittorio guardò quei luoghi con l’espressione di chi vede due epoche sovrapposte.

—Qui c’era una latteria —disse.— Teresa mi mandava a comprare il latte e tornavo sempre con il pane caldo.

—Sua moglie?

—Quarantotto anni insieme.

—È tanto.

—Non quando finiscono.

Arrivarono alla panchina sotto il platano.

Vittorio si sedette con cautela e appoggiò il bastone sulle ginocchia.

L’uomo si accomodò accanto a lui.

Per qualche minuto rimasero in silenzio.

Nel giardino, due pensionati giocavano a carte su un tavolino. Una signora spargeva briciole ai piccioni, nonostante il cartello che invitava a non farlo.

Un bambino correva dietro a un pallone mentre il nonno gli gridava di non avvicinarsi alla strada.

La vita del quartiere continuava a modo suo.

—Come si chiama? —domandò Vittorio.

—Carlo.

—Carlo cosa?

—Moretti.

Vittorio lo studiò di profilo.

—Moretti… Tuo padre si chiamava Enzo?

Carlo si voltò di scatto.

—Sì.

—Aveva un’officina vicino alla circonvallazione.

—La conosceva?

Vittorio sorrise appena.

—Tuo padre mi ha rotto il naso nel 1978.

Carlo rimase immobile.

Poi scoppiò a ridere.

Una risata piena, incredula.

—Allora lei è quel Vittorio?

—Dipende da quello che ti ha raccontato.

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