Carlo appoggiò il casco a terra.
—Mio padre parlava di un uomo che lo aveva tirato fuori da un fosso durante una notte di pioggia. Disse che la settimana dopo litigarono per una ragazza e si presero a pugni.
—La ragazza era Teresa.
Carlo spalancò gli occhi.
—Sua moglie?
—Tuo padre non aveva speranze. Ma ci mise un po’ a capirlo.
Risero entrambi.
Poi Carlo infilò una mano nella tasca interna della giacca e tirò fuori un piccolo distintivo di metallo.
Era consumato, graffiato ai bordi e annerito dal tempo.
Rappresentava una ruota attraversata da una strada.
Vittorio smise di ridere.
Le sue dita si strinsero sul bastone.
—Dove l’hai preso?
—Era di mio padre.
Vittorio aprì lentamente il cappotto.
Dalla tasca interna tirò fuori un oggetto identico.
Stesso disegno.
Stessi bordi consumati.
Carlo lo fissò.
—Lo sapevo.
—Che cosa?
—Il modo in cui ha parlato. Il modo in cui si è messo al centro senza alzare la voce. E il modo in cui tutti gli altri si sono spostati.
Vittorio rigirò il distintivo tra le dita.
—Pensavo che non li usasse più nessuno.
—Non tutti.
Carlo lo guardò negli occhi.
—Mio padre diceva che lei aveva fondato il gruppo.
Vittorio abbassò lo sguardo.
—Non era un gruppo come pensano oggi.
—Lo so.
Negli anni Settanta, Vittorio lavorava in una piccola officina alla periferia della città.
Riparava motociclette, motorini, furgoni e qualsiasi cosa arrivasse spinta a mano.
Non diventò ricco.
Ma nessuno usciva dalla sua officina a piedi solo perché non aveva abbastanza soldi.
C’era chi pagava dopo la pensione.
Chi lasciava una cassetta di pomodori.
Chi portava due bottiglie di vino fatto in casa.
Chi non pagava mai.
Teresa brontolava.
—Vittorio, con la bontà non si pagano le bollette.
Lui le rispondeva sempre allo stesso modo.
—No, ma almeno si dorme.
Attorno all’officina si ritrovavano operai, meccanici, camionisti e ragazzi che avevano comprato una moto vecchia con i risparmi del primo lavoro.
Vittorio impose poche regole.
Niente prepotenze.
Niente gare sulle strade del quartiere.
Nessuno lasciato solo in caso di guasto, incidente o difficoltà.
Non erano santi.
Avevano caratteri difficili, voci grosse e mani rovinate dal lavoro.
Ma quando una famiglia perdeva la casa, organizzavano una raccolta.
Quando un anziano doveva andare in ospedale, qualcuno lo accompagnava.
Quando il fiume uscì dagli argini e invase le cantine, passarono tre notti a spalare fango.
Una volta, la vigilia di Natale, portarono legna e viveri a una vedova con quattro figli che viveva in una casa gelida fuori paese.
Non misero fotografie sui giornali.
Non cercarono ringraziamenti.
Lo facevano perché, in quegli anni, il quartiere era una famiglia allargata.
Una famiglia litigiosa, invadente e piena di difetti.
Ma se cadevi, qualcuno ti tirava su.
—Quindi erano loro? —chiese Vittorio, indicando la strada dalla quale erano partite le motociclette.
Carlo annuì.
—Figli, nipoti e amici di quelli che venivano nella sua officina.
Vittorio restò in silenzio.
—Perché nessuno mi ha mai cercato?
Carlo abbassò gli occhi.
—Lo abbiamo fatto.
—Io non ho visto nessuno.
—Dopo la morte di Teresa lei ha chiuso tutto. Ha cambiato casa e non rispondeva più. Alcuni pensavano che fosse andato a vivere da sua figlia.
Il volto di Vittorio si indurì.
—Mia figlia vive lontano.
—Non vi vedete?
—A Natale. Qualche telefonata. Ha il lavoro, i figli, la sua vita.
Pronunciò quelle parole senza rabbia.
La rassegnazione faceva più male.
Carlo osservò le mani dell’anziano.
—Mio padre avrebbe voluto rivederla.
Vittorio capì prima ancora che Carlo continuasse.
—Quando è morto?
—Tre anni fa.
Il giardino sembrò diventare più silenzioso.
—Non lo sapevo.
—Negli ultimi giorni parlava spesso di lei. Diceva che quando sua madre si ammalò, lei tenne aperta l’officina di notte per riparargli il furgone. Senza quello avrebbe perso il lavoro.
Vittorio strinse le labbra.
—Tuo padre mi aveva aiutato altre cento volte.
—Lui ricordava soprattutto quella.
Carlo riprese il distintivo.
—Prima di morire mi disse: “Se incontri Vittorio, non chiedergli come sta. Guardalo bene. È uno che ti dirà sempre che va tutto bene.”
Vittorio girò il volto verso il platano.
Gli occhi gli si riempirono lentamente.
—Enzo era un testardo.
—Anche lei.
—Io sono più vecchio. Ho diritto a essere peggio.
Carlo sorrise, ma non insistette.
Il giorno dopo, alle quattro meno dieci, Vittorio arrivò davanti al centro anziani.
Si aspettava di non trovare nessuno.
Sotto il portico, invece, c’erano i cinque giovani.
Niente bicchieri.
Niente risate.
Avevano vestiti semplici e un’espressione tesa.
Il ragazzo che lo aveva spinto teneva in mano una scatola di paste comprate al forno del quartiere.
—Siamo venuti —disse.
—Lo vedo.
—Io sono Matteo.
Vittorio lo guardò.
—Finalmente hai un nome.
Gli altri si presentarono.
Giulia, Sara, Lorenzo e Davide.
La responsabile della mensa, la signora Adriana, uscì con un grembiule a fiori e le mani sui fianchi.
—Sono questi i rinforzi?
—Dicono di sì —rispose Vittorio.
—Allora niente chiacchiere. Ci sono cinquanta coperti da sistemare.
Per due ore i ragazzi portarono piatti, riempirono caraffe e ascoltarono anziani che raccontavano la stessa storia più di una volta.
Lorenzo accompagnò un uomo quasi cieco al tavolo.
Sara tagliò la carne a una signora con le mani rigide.
Davide cercò di spiegare a un pensionato come funzionava il nuovo apparecchio per sentire meglio, ma alla fine fu il pensionato a spiegare qualcosa a lui.
Matteo rimase vicino a Vittorio.
—Posso chiederle perché usa davvero il bastone?
Vittorio continuò a piegare i tovaglioli.
—Anni fa aiutai un ragazzo caduto con la moto su una strada di montagna. Una macchina arrivò troppo veloce. Io lo spinsi via.
Matteo impallidì.
—È stato investito?
—Preso di lato. La gamba non è mai tornata come prima.
—Il ragazzo si salvò?
—Sì.
—Lo vede ancora?
Vittorio indicò Carlo, che stava entrando nella sala con due cassette di acqua.
—È lui.
Matteo rimase senza parole.
Carlo si avvicinò e appoggiò le cassette.
—Non raccontare la storia come se fossi stato un eroe.
—Non lo ero?
—Mi hai insultato per tutto il tragitto verso l’ospedale.
—Perché avevi rovinato una motocicletta che avevo sistemato il giorno prima.
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