Continuavo a guardare quella coperta.
Quella di mia madre.
Per undici mesi avevo pensato di tenerla in macchina soltanto perché non avevo avuto il coraggio di buttarla.
Quella notte aveva salvato due animali.
Forse certe cose restano con noi finché non hanno finito il loro lavoro.
La mattina seguente Giulia volle andare in clinica prima ancora di fare colazione.
Quando entrò nella stanza, si fermò davanti al cane.
“Come si chiama?”
“Non ha un nome.”
“Allora si chiama Bruno.”
“Perché Bruno?”
“Perché ha la faccia da Bruno.”
Era difficile discutere con quella logica.
La gattina diventò invece Luna.
Fu Giulia a scegliere anche quello.
“Perché è piccola e grigia come una luna quando c’è la nebbia.”
Nei giorni successivi successe qualcosa che coinvolse mezzo quartiere.
Il primo a saperlo fu il proprietario della piccola ferramenta sotto casa mia.
Poi la signora Carla del secondo piano.
Poi il barista all’angolo.
Poi la farmacista.
Entro due giorni sembrava che tutti conoscessero la storia del cane e della gattina trovati nella neve.
A Bologna, come in tanti quartieri italiani, puoi vivere nello stesso palazzo per dieci anni senza sapere come si chiama quello del terzo piano.
Poi succede qualcosa.
Una serranda che non si alza.
Un’ambulanza sotto casa.
Una bolletta che qualcuno non riesce a pagare.
Un animale da salvare.
E improvvisamente il quartiere ricorda di essere ancora una comunità.
La signora Carla arrivò con tre vecchie coperte.
“Non sono belle”, disse. “Ma tengono caldo.”
Il ferramenta lasciò una busta con cinquanta euro.
“Non dire che vengono da me.”
“Perché?”
“Perché poi pensano che sono diventato sentimentale.”
Il barista organizzò un barattolo sul bancone.
Qualcuno mise cinque euro.
Qualcuno due.
Una signora anziana mise dentro delle monete e disse:
“Di più non posso.”
In quattro giorni c’era abbastanza denaro per coprire buona parte delle cure.
Fu allora che capii una cosa che avevo dimenticato da tempo.
La solidarietà raramente fa rumore.
Non arriva vestita bene.
Non fa discorsi.
A volte ha semplicemente la forma di una banconota piegata lasciata dentro un barattolo del caffè.
Bruno migliorò lentamente.
Luna molto più velocemente.
Dopo una settimana aveva già imparato a usare il cane come una montagna.
Gli saliva sulla schiena.
Gli tirava le orecchie.
Gli infilava una zampa nel muso mentre dormiva.
Bruno sopportava tutto.
Non soltanto sopportava.
Sembrava felice.
Ma alcune sue abitudini ci lasciavano perplessi.
Non cominciava mai a mangiare prima che Luna raggiungesse la propria ciotola.
Se lei dormiva, lui aspettava.
Quando Luna iniziava a mangiare, allora Bruno abbassava il muso.
La sera lei si sistemava sempre contro il suo petto.
Se qualcuno chiudeva per sbaglio una porta tra loro, non abbaiavano e non graffiavano.
Aspettavano.
Uno da una parte.
L’altra dall’altra.
Con il naso infilato sotto la fessura.
La dottoressa Serena mi disse:
“Questo cane non protegge semplicemente quella gatta.”
“E allora?”
“Si comporta come se avesse già fatto una cosa del genere.”
Non capii subito.
Poi arrivarono le immagini delle telecamere.
Il responsabile del supermercato aveva controllato le registrazioni dei giorni precedenti alla nevicata.
Bruno compariva per la prima volta tre notti prima.
Era solo.
Magro, zoppicante, ma solo.
La notte successiva tornava nel vicolo con qualcosa in bocca.
Luna.
La registrazione non era nitida, ma si vedeva chiaramente.
Bruno aveva trovato la gattina vicino a una casa disabitata, a circa quattro isolati di distanza.
L’aveva presa delicatamente per la pelle del collo.
Poi l’aveva trasportata fino ai cassonetti.
Quattro isolati.
Al freddo.
Affamato.
Con le zampe già rovinate.
Avrebbe potuto cercare cibo.
Aveva cercato un rifugio per lei.
La storia si sparse ancora di più.
Una domenica pomeriggio, mentre io e Giulia eravamo alla clinica, entrò una donna di circa settant’anni.
Si chiamava Teresa.
Aveva visto una fotografia di Bruno appesa nella bacheca della farmacia.
Quando lo vide si portò una mano alla bocca.
“Quello è Nerone.”
Bruno alzò la testa.
Teresa cominciò a piangere.
Pensammo di aver trovato finalmente la proprietaria.
Non era così.
Bruno, o Nerone come lo chiamava lei, era appartenuto a suo fratello maggiore, Vittorio.
Vittorio aveva settantanove anni e viveva solo in una piccola casa dall’altra parte del quartiere.
Era morto tre mesi prima.
“Lui e quel cane erano inseparabili”, raccontò Teresa.
“Perché nessuno l’ha preso?”
Abbassò lo sguardo.
Dopo il funerale erano iniziati i soliti problemi.
La casa.
I mobili.
Le chiavi.
Le discussioni tra parenti.
Chi voleva vendere.
Chi voleva tenere.
Chi sosteneva di aver diritto a un mobile, a un quadro, a un pezzo di terreno fuori città.
Bruno, in mezzo a quelle discussioni, era diventato semplicemente un problema.
“Pensavo fosse stato affidato a qualcuno”, disse Teresa.
Non lo era stato.
Qualcuno l’aveva portato fuori città.
Poi Bruno era tornato.
A piedi.
Non sapevamo da quanto tempo vagasse.
Ma Teresa ci raccontò anche un’altra cosa.
Vittorio aveva avuto una gatta.
Una vecchia micia tigrata di nome Mimì.
Aveva diciassette anni.
Bruno era arrivato cucciolo quando Mimì era già anziana.
“È stata lei a crescerlo”, disse Teresa sorridendo tra le lacrime.
Bruno dormiva con Mimì.
Mangiava dopo Mimì.
Quando Mimì era diventata quasi cieca, lui camminava accanto a lei.
La aspettava davanti alla ciotola.
Le lasciava il posto sulla coperta.
Negli ultimi mesi della sua vita, Mimì dormiva appoggiata proprio sotto la zampa anteriore di Bruno.
All’improvviso tutto ebbe un senso.
Il modo in cui proteggeva Luna.
Il modo in cui aspettava che mangiasse.
Il modo in cui la lasciava dormire sul suo petto.
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