Trovò un cucciolo abbandonato in una vecchia scarpa, anni dopo quella stessa scarpa salvò la sua vita

La cucciola era rannicchiata così in fondo a uno stivale da lavoro strappato che, per un secondo terribile, pensai fosse la scarpa stessa a respirare.

Era così piccola.

Non piccola nel modo tenero delle fotografie con le copertine colorate e i fiocchetti al collo.

Piccola come qualcosa che il mondo aveva quasi dimenticato.

Piccola al punto che sarebbe bastato un pezzo di cartone spinto dal vento per coprirla, e forse nessuno avrebbe mai saputo che lì dentro c’era stato un cuore.

Mi chiamo Raffaele Moretti.

Avevo sessantadue anni e da quasi venticinque facevo sgomberi tra Foggia e i paesi della provincia.

Portavo via quello che la gente non voleva più.

Divani sfondati.

Lavatrici morte.

Materassi lasciati sotto la pioggia.

Armadi dei nonni che nessun nipote aveva spazio per tenere.

Passeggini senza una ruota.

Sacchi di vestiti ancora con le grucce dentro.

Dopo tanti anni avevo imparato a non fare troppe domande.

La gente butta via le cose per mille motivi.

Un trasloco.

Una separazione.

Uno sfratto.

Un lutto.

Una casa venduta in fretta perché tre fratelli non riescono più a guardarsi in faccia dopo l’eredità.

Oppure semplicemente perché siamo diventati così: quando qualcosa è vecchio, rotto o scomodo, spesso pensiamo che non valga più niente.

Quella mattina stavo scaricando vicino alla discarica comunale.

Avevo appena sollevato il telaio arrugginito di una bicicletta quando vidi lo stivale.

Era accanto a un mucchio di vestitini da bambino.

La pelle era aperta sulla punta.

Il laccio quasi strappato.

La suola mezza staccata.

Poi si mosse.

Poco.

Un piccolo sollevamento.

Poi di nuovo giù.

Lasciai cadere la bicicletta.

Mi accovacciai.

Dentro c’era una cucciola marrone rossiccia, forse di cinque settimane.

Orecchie piegate.

Una striscia bianca sul muso.

Zampe troppo grandi per quel corpo minuscolo.

Le costole si vedevano sotto il pelo sporco di polvere e grasso.

Aveva infilato il naso sotto il laccio e teneva una zampina bianca sul bordo dello stivale, quasi volesse chiudersi la porta dietro.

«Madonna santa…»

Mi uscì piano.

Un orecchio le tremò.

Nient’altro.

Guardai subito intorno.

Cercai una madre.

Altri cuccioli.

Una scatola.

Una coperta.

Una ciotola.

Qualunque segno che qualcuno avesse almeno provato a lasciarla in condizioni decenti.

Niente.

Solo immondizia e pezzi di plastica mossi dal vento.

Quella cucciola non era stata sistemata nello stivale.

Se l’era scelto.

Una scarpa marcia.

Buttata.

Dimenticata.

Per lei era diventata casa.

Allungai lentamente una mano.

Aprì gli occhi appena.

Erano grigio-azzurri, appannati dalla debolezza.

Non guaì.

Non ringhiò.

Non cercò nemmeno di scappare.

Si spinse semplicemente più in fondo.

Come se quello che c’era fuori dallo stivale le avesse già insegnato abbastanza.

«Non te la porto via, la casa.»

Non so perché glielo dissi.

Poi feci una cosa che sembrava stupida e invece era l’unica possibile.

Presi entrambi.

La cucciola con una mano.

Lo stivale con l’altra.

Lei fece un suono piccolissimo.

Non proprio un lamento.

Più come un respiro trattenuto troppo a lungo.

La sistemai sul sedile del furgone sopra la mia camicia da lavoro.

Lo stivale accanto.

Ogni volta che prendevo una buca, lei si spostava verso quella scarpa.

Due volte pensai che avesse smesso di respirare.

Due volte infilò di nuovo il muso contro la pelle rotta.

La portai in un piccolo ambulatorio veterinario.

La dottoressa Lucia Ferri ci incontrò all’ingresso.

Guardò la cucciola.

Poi guardò lo stivale.

«Era lì dentro?»

«Ci dormiva.»

Lucia non disse niente per qualche secondo.

Le ascoltò il cuore.

Controllò le gengive.

La pesò.

Disidratata.

Sottopeso.

Troppo giovane per essere sola.

Piena di parassiti.

Debole.

Ma viva.

Una giovane assistente prese lo stivale con due dita.

«Questo lo butto?»

«No.»

Risposi così velocemente che mi sorpresi da solo.

Mi guardarono tutti.

«Resta con lei.»

All’epoca non sapevo spiegarne il motivo.

O forse lo sapevo già.

Per noi quello stivale era spazzatura.

Per lei era stata la prima cosa al mondo capace di contenerla senza farle male.

Quando Lucia mi chiese un nome da scrivere sulla scheda, fissai quella suola spaccata.

«Suola.»

La veterinaria sorrise.

«Suola?»

«Sì. Chiamiamola Suola.»

Quattro giorni dopo me la riportai a casa.

Avevo ripetuto a tutti che sarebbe stata una sistemazione temporanea.

Temporanea.

Una parola comoda.

Da uomo razionale.

Da uomo che non voleva ammettere di essersi già affezionato.

La mia casa non ospitava qualcosa di piccolo da molti anni.

Niente bambini.

Niente animali.

Nessun secondo spazzolino in bagno.

Mia moglie Elena era morta sei anni prima.

Quando eravamo più giovani dicevamo sempre che, una volta andati in pensione, avremmo preso un cane.

«Quando avremo più tempo.»

Una di quelle frasi che si pronunciano pensando che il tempo sia una cambiale garantita.

Poi Elena se n’era andata prima.

E io avevo smesso persino di guardare il reparto degli animali al supermercato.

La prima notte misi Suola in una cesta della biancheria accanto al letto.

Vecchi asciugamani.

Una camicia di flanella.

E lo stivale.

Lei ignorò tutto.

Strisciò fino alla scarpa, ci infilò metà corpo e si addormentò con il naso sotto il laccio.

Quello fu il primo segnale.

Lo stivale non era un oggetto.

Era memoria.

Era sicurezza.

Era la prova che almeno una notte, da qualche parte, era riuscita a sopravvivere.

Per la prima settimana la nutrivo ogni poche ore.

Mi sedevo sul pavimento della cucina con un asciugamano sulle ginocchia.

Lei cercava di arrampicarsi sulle mie gambe come se fossero il Gran Sasso.

Non era elegante.

Era tutta ostinazione.

Nel giro di due settimane iniziò a seguirmi per casa trascinandosi dietro lo stivale per il laccio.

Era quasi lungo quanto lei.

Faceva tre passi.

Si fermava.

Riprendeva fiato.

Altri tre passi.

Se andavo in bagno, trovavo lo stivale davanti alla porta.

Se bevevo il caffè sul balconcino, dopo poco arrivavano prima il rumore della pelle trascinata sulle mattonelle e poi Suola.

Quando arrivava un temporale e i tuoni facevano tremare i vetri, sentivo nel corridoio:

scrrr…

scrrr…

scrrr…

E lei compariva in camera trascinando la sua casa.

Avrei avuto mille motivi per buttare quella scarpa.

Non mi passò mai seriamente per la testa.

Intanto la casa cambiava.

Prima lasciavo la radio accesa per non sentire il silenzio.

Adesso non serviva.

C’erano le unghiette sul pavimento.

Gli starnuti.

I piccoli versi durante il sonno.

Il rumore della ciotola spinta contro il muro.

Cominciai a tornare prima dal lavoro.

Compra un tappeto perché scivolava.

Poi uno migliore perché il primo si arricciava.

Poi una cuccia.

Due ciotole.

Un collare rosso.

Giochi che dicevo di non voler comprare.

La verità?

Suola stava rimettendo mobili invisibili dentro una casa che il lutto aveva svuotato.

Mia figlia Sara se ne accorse prima che io dicessi qualcosa.

Tra noi non andava bene da anni.

Dopo la morte di Elena mi ero buttato nel lavoro.

Sara viveva dall’altra parte della città con suo marito e mia nipote Giulia.

Ci sentivamo a Natale.

Ai compleanni.

Qualche telefonata rapida.

La domenica, una volta, pranzavamo tutti insieme.

Elena preparava il ragù dalle sette del mattino.

Alle undici la casa sapeva già di pomodoro, cipolla e carne.

Sara arrivava con le paste.

Giulia, piccolissima, correva sotto il tavolo.

Dopo la morte di Elena, quel rito finì.

Io dicevo che non avevo fame.

In realtà non riuscivo a sedermi davanti alla sua sedia vuota.

Un sabato Sara arrivò senza avvisare.

Giulia aveva otto anni.

Suola, ormai di tre mesi, dormiva con metà corpo nello stivale accanto al divano.

Giulia si bloccò.

«Nonno… c’è un cane dentro una scarpa!»

Sara mi fissò.

«Hai preso un cane?»

«L’ho trovata.»

«Dove?»

«In discarica.»

Giulia era già in ginocchio.

Suola uscì dallo stivale, annusò la bambina e le leccò la marmellata rimasta sul polso.

Sara scoppiò a ridere.

Non sentivo quella risata in casa mia da anni.

Fu una cosa piccola.

Ma sembrò aprire una finestra.

Giulia chiese:

«Come si chiama?»

«Suola.»

«Come la suola delle scarpe?»

«Esatto.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto