Avevo mille difese pronte.
Il dolore.
La stanchezza.
La solitudine.
Poi guardai sotto il tavolo.
Suola dormiva.
Il muso sopra lo stivale.
Mentire diventò impossibile.
«Hai ragione.»
Sara abbassò gli occhi.
«Mi dispiace. Ho fatto diventare il mio dolore più importante del tuo.»
Passò qualche secondo.
Poi Giulia disse:
«Per fortuna hai trovato Suola.»
Sara sorrise.
«Sì. Credo che il cane ci abbia rimessi a tavola.»
Guardai quella bestiola che anni prima era entrata nella mia vita dentro una scarpa rotta.
«Io pensavo di averla salvata.»
Sara indicò lo stivale.
«Non solo tu.»
Scossi la testa.
«No. Ci siamo salvati a turno.»
Da quel momento la domenica tornò a essere domenica.
Non sempre perfetta.
Qualche discussione.
La pasta scotta.
Giulia che guardava il telefono sotto il tavolo.
Sara che mi rimproverava perché mangiavo troppo salame.
Io che dicevo di stare benissimo anche quando non era vero.
Ma c’eravamo.
Questo conta più della bella figura.
Molto più di una tavola elegante o delle tende perfettamente stirate.
Negli anni anche il quartiere cambiò intorno a Suola.
Teresa arrivava con biscotti nascosti nella tasca del grembiule.
Un vicino portò vecchie coperte per gli animali abbandonati.
Un altro lasciò due cucce.
Una ragazza del palazzo di fronte raccolse ciotole e guinzagli usati.
Io iniziai a destinare una piccola parte dei soldi dei mobili restaurati a chi si occupava di cani senza famiglia.
Niente grandi organizzazioni.
Niente fotografie con strette di mano.
Solo persone.
Persone normali.
Quelle che incontri al mercato.
Quelle con cui magari hai litigato per un parcheggio.
Quelle che borbottano perché il cane abbaia.
E che però, quando arriva il momento vero, aprono una porta.
Suola diventò grande.
Poi adulta.
Poi, quasi senza che me ne accorgessi, anziana.
Il muso cominciò a imbiancarsi.
Al mattino si alzava più lentamente.
Prima di sdraiarsi faceva un piccolo verso, come certi uomini al bar quando si siedono dopo aver lavorato tutta la vita.
Lo stivale invecchiava con lei.
La pelle diventò morbida.
Il laccio lo cambiai due volte.
Lo pulii pochissimo.
Non volevo farlo sembrare nuovo.
Ci sono cose che non devono tornare nuove.
Devono restare vere.
Adesso lo stivale sta su un piccolo tappeto vicino alla cuccia.
Ogni mattina Suola esce in cortile.
Fa il suo giro.
Rientra.
Tocca la scarpa con il naso.
Poi aspetta la colazione.
Ogni domenica Sara e Giulia vengono ancora.
Giulia ormai è grande.
Fa finta di essere troppo adulta per certe cose.
Ma quando crede che nessuno la guardi, passa una mano sullo stivale.
Una sera le chiesi:
«Sai perché non l’ho mai messo in una scatola?»
Ci pensò.
«Perché non è soltanto il passato.»
«E cos’è?»
«È ancora parte della casa.»
Aveva ragione.
A volte, quando tutti se ne sono andati e la cucina è finalmente silenziosa, resto in piedi nel soggiorno.
Guardo Suola che dorme.
Guardo quella scarpa.
E torno con la mente alla discarica.
Al mucchio di vestiti.
Alla polvere.
A quella zampa bianca appoggiata sul bordo.
Penso a quanto può essere facile non vedere una vita quando è piccola.
Quando è sporca.
Quando non è bella.
Quando non serve.
Quando sembra soltanto un’altra cosa rotta in mezzo a tante.
Poi penso a tutto quello che è venuto dopo.
Il latte dato con pazienza.
Le unghiette sul pavimento.
Le fotografie mandate a Sara.
I disegni di Giulia.
Il ragù della domenica.
Teresa che correva in vestaglia con uno stivale in mano.
Il garage pieno di vecchi mobili tornati utili.
Una figlia che finalmente riusciva a dirmi quanto le ero mancato.
Una famiglia che si era rimessa intorno allo stesso tavolo.
Io avevo passato venticinque anni a decidere cosa meritasse di essere buttato e cosa potesse ancora servire.
Credevo di essere bravo.
Mi sbagliavo.
La lezione più importante me l’ha data una cucciola trovata dentro una scarpa.
Una cosa rotta può ancora proteggere qualcuno.
Una persona chiusa può ancora tornare ad amare.
Una famiglia allontanata può ancora sedersi insieme.
Un quartiere pieno di porte chiuse può ancora ricordarsi come si bussa.
E un animale che il mondo aveva quasi coperto con un pezzo di cartone può diventare abbastanza importante da tenere insieme cinque, dieci, venti vite.
Il primo tetto di Suola fu uno stivale buttato.
Adesso ha una cuccia.
Un cortile.
Un portico.
Una famiglia.
Una vicina che la vizia.
Una nipote che le parla come a una sorella.
E un vecchio testardo che sa bene di doverle la vita.
Quando la guardo dormire, non penso più alla discarica.
Penso alla distanza.
A quanto può diventare grande una vita partita da quasi niente.
E soprattutto penso a questo:
forse le cose e le persone non diventano inutili quando si rompono.
Forse, certe volte, proprio dalla crepa entra qualcuno.
E da lì ricomincia casa.





