Una zampa spuntava dal ghiaccio, ma il cane continuava a indicare qualcosa nascosto sotto il lago

La cagna abbaiò.

Fu il suo primo vero abbaio.

Debole.

Rauco.

Quasi spezzato.

Tagliammo le fascette.

Dentro c’erano due cuccioli di poche settimane.

La femmina, con una macchia bianca sotto il mento, si muoveva appena.

Il maschio nero no.

Chiara prese la femmina.

Io sollevai il piccolo maschio.

Il corpo era completamente molle.

Non respirava.

Lo appoggiai sullo slittino.

Liberai il muso dall’acqua.

Niente.

Cominciai le compressioni con due dita.

Uno.

Due.

Tre.

Su un animale così piccolo sembra sempre di premere troppo.

Arrivai a trenta.

Gli diedi due piccoli respiri.

Niente.

La madre si trascinò verso di noi.

Qualcuno cercò di fermarla.

«Lasciatela.»

Si sdraiò accanto al cucciolo.

Appoggiò il muso vicino al suo orecchio.

Continuai.

Trenta compressioni.

Due respiri.

Ancora.

Alla terza serie uscì una goccia d’acqua da una narice.

Poi il corpo del piccolo si irrigidì.

Una zampa si piegò.

«Continua», disse Paolo.

Dodici compressioni più tardi tossì.

Fece un respiro.

Minuscolo.

Un rumore sottile, come carta strappata.

La madre emise un lamento basso.

Mise il mento sopra il cucciolo senza schiacciarlo.

Io mi sedetti sui talloni.

Non sentivo più le mani.

Ma il cucciolo respirava.

Li portammo in una clinica veterinaria d’urgenza della valle.

La madre aveva ipotermia, irritazione ai polmoni, ferite provocate dalla corda e un vecchio problema all’anca.

Le radiografie mostrarono anche due costole guarite male.

I cuccioli erano così freddi che i primi strumenti faticavano a rilevarne la temperatura.

La femmina migliorò per prima.

Il maschio venne messo in una camera riscaldata con ossigeno e una flebo minuscola.

Io rimasi dietro il vetro in pantaloni ospedalieri e una maglia che mi avevano prestato.

La mia divisa era dentro un sacco.

Chiara arrivò con due caffè.

«Tua figlia sa che sei qui?»

«Non ancora.»

«Quando lo scopre, ti ammazza.»

«Se arrivo vivo fino a casa.»

Sorridemmo.

Era quel tipo di battuta che si fa quando si ha avuto troppa paura per parlare seriamente.

Alle otto e dieci, la veterinaria portò il cucciolo nero vicino alla madre.

«Respira da solo.»

La cagna tese il collo.

Il piccolo non riusciva a camminare, ma mosse il naso contro il suo pelo.

Lei si piegò attorno a lui.

Pochi minuti dopo arrivò anche la sorellina.

Per la prima volta dal lago, la madre chiuse gli occhi.

Sembrò finalmente permettersi di dormire.

Poi una tecnica passò il lettore del microchip.

Una volta.

Niente.

Una seconda volta vicino alla spalla.

Bip.

Apparve un numero.

La donna lo inserì nel registro.

Il suo viso cambiò.

«Che succede?» chiesi.

Lei chiamò la veterinaria.

Sul monitor comparve una scheda vecchia di anni.

Il cane si chiamava Ombra.

Otto anni.

Pastore tedesco.

Cane operativo da ricerca su ghiaccio.

In pensione.

Mi voltai lentamente verso la stanza.

Ombra non aveva graffiato il ghiaccio per panico.

Tre volte.

Pausa.

Due.

Era il suo segnale.

Quello che per anni aveva usato per dire agli uomini: qui sotto c’è qualcuno.

La proprietaria risultava essere Anna Rinaldi, cinquantotto anni, ex soccorritrice sanitaria e conduttrice cinofila.

La veterinaria chiamò il numero.

Anna rispose quasi subito.

Appena sentì il numero del microchip smise di parlare.

«Ripetetelo.»

Lo fecero.

Dall’altra parte sentimmo una sedia trascinarsi.

«Dove l’avete trovata?»

Le raccontai del lago.

Della corda.

Della gabbia.

Ci fu silenzio.

«I cuccioli?»

«Sono vivi.»

Anna arrivò nel primo pomeriggio.

Aveva guidato per quasi tre ore.

Entrò ancora con il cappotto addosso.

Ombra era sveglia.

Anna si fermò a qualche metro.

Non disse il suo nome.

Sollevò una mano chiusa.

Poi aprì lentamente il palmo verso il pavimento.

Le orecchie di Ombra si alzarono.

Provò a stare in piedi.

Le zampe posteriori cedettero.

Tentò ancora.

Anna corse da lei e si inginocchiò.

Appoggiò la fronte contro la sua.

«Hai tenuto il punto», sussurrò.

Ombra infilò il muso sotto il suo mento.

Nella stanza nessuno parlò.

Anna ci spiegò il significato dei cinque graffi.

Durante le ricerche sul ghiaccio, Ombra doveva individuare il punto dove l’odore emergeva più forte attraverso crepe o zone sottili.

Quando lo trovava, faceva tre graffi.

Aspettava.

Controllava ancora.

Poi ne faceva due.

Era il segnale preciso per indicare dove scavare o far entrare un sommozzatore.

Aveva partecipato a undici interventi.

In sei casi erano state trovate persone ancora vive.

Il suo ultimo intervento operativo risaliva a tre anni prima.

Un padre e suo figlio erano finiti sotto una zona di ghiaccio ceduta su un piccolo bacino alpino.

Il padre era riuscito a riemergere.

Il bambino era scomparso.

Ombra aveva seguito l’odore fino a un punto lontano dall’apertura.

Tre graffi.

Pausa.

Due.

I sommozzatori erano entrati lì.

Avevano trovato il bambino in una sacca d’aria sotto una slitta rovesciata.

Quel giorno Ombra era caduta in una zona fragile.

Anna l’aveva tirata fuori dall’imbracatura.

Le costole rotte e la lesione all’anca venivano da quell’incidente.

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