Una zampa spuntava dal ghiaccio, ma il cane continuava a indicare qualcosa nascosto sotto il lago

Tito correva troppo, sbagliava, tornava indietro e riprovava.

Ma entrambi, quando Ombra faceva i suoi cinque graffi da bordo campo, rallentavano.

Come figli che riconoscono la voce della madre anche in mezzo a cento persone.

Quando il procedimento giudiziario terminò, Anna poté finalmente riportare Ombra a casa.

I cuccioli avrebbero potuto essere affidati separatamente.

Ma Anna aveva un problema.

La sua casa aveva molte scale.

I turni di lavoro le erano diventati pesanti.

E Ombra avrebbe avuto bisogno di fisioterapia per anni.

Un pomeriggio mi chiamò.

«Marco, devo chiederti una cosa.»

Lo capii subito.

«Tutti e tre?»

«Tutti e tre.»

Rimasi in silenzio.

Avevo sessantadue anni ormai.

Una casa tranquilla.

Un piccolo giardino.

Nessuno a cui rendere conto se la domenica mangiavo alle tre del pomeriggio o alle sette di sera.

Dopo il divorzio avevo imparato a chiamare libertà ciò che, certe sere, assomigliava molto alla solitudine.

Tre pastori tedeschi non erano una decisione piccola.

Due erano giovani.

Ombra costava medicine e fisioterapia.

Mia figlia mi avrebbe detto che ero impazzito.

Mia madre, probabilmente, avrebbe preparato una pentola di carne anche per loro.

Anna aspettò.

Ombra attraversò lentamente la stanza.

Vicino alla porta c’erano i miei vecchi guanti invernali.

Lei mise una zampa su quello sinistro.

Anna sorrise.

«Mi pare che abbia già compilato lei la domanda.»

Firmai i documenti il 2 luglio.

Il primo pomeriggio a casa mia, Ombra controllò la cucina.

Poi il corridoio.

Poi il soggiorno.

Infine andò davanti alla porta che dava sul giardino.

Graffiò tre volte.

Aspettò.

Due volte.

Aprii.

Alba e Tito corsero fuori.

Ombra rimase sulla soglia.

Li guardò attraversare il prato.

Soltanto quando entrambi si voltarono verso di lei, uscì.

Da allora è diventato il nostro rito.

La mattina Ombra va alla porta.

Tre colpi.

Pausa.

Due.

Io apro.

Lei non passa mai per prima.

Prima Alba.

Poi Tito.

Poi Ombra.

Mia figlia venne a trovarmi una domenica di ottobre.

Portò lasagne, pane e una bottiglia di vino.

Appena entrò guardò i tre cani.

Poi guardò me.

«Papà.»

«Lo so.»

«Tre?»

«Lo so.»

«A sessantadue anni?»

«Lo so.»

Cercò di restare seria.

Tito le appoggiò il muso sulla borsa.

Alba si sedette accanto alle sue scarpe.

Ombra rimase in corridoio a osservarli.

Mia figlia sospirò.

«Almeno domenica prossima vengo con i bambini.»

Da quella settimana, il pranzo della domenica tornò a esistere a casa mia.

Non ogni domenica.

La vita non è una pubblicità.

Qualche volta mia figlia aveva altro da fare.

Qualche volta mio figlio telefonava soltanto.

Mia madre si lamentava perché i cani lasciavano peli dappertutto e poi di nascosto dava loro il prosciutto sotto il tavolo.

Ma la casa non era più silenziosa.

Alba dormiva sotto il tavolo della cucina.

Tito preferiva le piastrelle fresche vicino all’ingresso.

Ombra sceglieva sempre il corridoio.

Da lì poteva vedere tutti.

Ancora oggi, quando sente il ghiaccio muoversi sul piccolo laghetto vicino casa, alza la testa.

Ascolta.

Poi conta la stanza con gli occhi.

Alba.

Tito.

Io.

Se siamo tutti lì, torna a dormire.

Due inverni dopo il salvataggio tornammo al lago di San Rocco per un’esercitazione controllata.

Ombra rimase a riva dietro la barriera di sicurezza.

Tito lavorava con una squadra di ricerca.

Alba aspettava nel veicolo.

Era stato nascosto un bersaglio di addestramento sotto il ghiaccio.

Tito percorse la riva.

Superò una volta il punto.

Tornò indietro.

Rallentò.

Poi si sedette.

Premette entrambe le zampe nella neve.

Ombra si alzò accanto a me.

Tre graffi.

Pausa.

Due.

Tito si voltò.

I sommozzatori entrarono nel punto indicato e recuperarono il manichino dell’esercitazione.

Qualcuno applaudì.

Ombra non guardò nessuno.

Si appoggiò semplicemente contro la mia gamba sinistra.

L’uomo che l’aveva portata su quel lago aveva scritto, in uno dei suoi appunti, che non aveva più valore.

Aveva un’anca malandata.

Era vecchia.

Non serviva più.

Conosco tante persone della mia generazione che hanno sentito parole simili, anche se dette in modo più elegante.

Troppo vecchio.

Troppo stanco.

Non più necessario.

Lascia spazio ai giovani.

Ritirati.

Goditi quello che ti resta.

Ombra non ha mai saputo nulla di queste frasi.

Non sa cosa sia una carriera.

Non sa cosa significhi pensione.

Non sa cosa sia un premio.

Quel giorno sotto il ghiaccio non cercava di dimostrare di essere ancora utile.

Sapeva soltanto una cosa.

Due piccoli erano sotto di lei.

E l’aiuto stava cercando il punto giusto.

Lei lo conosceva.

Così lo indicò.

E rimase lì.

Quella sera tornammo a casa poco dopo le sei.

Ombra raggiunse la porta sul giardino.

Tre graffi.

Pausa.

Due.

Aprii.

Alba uscì.

Tito la seguì.

Ombra rimase ferma e mi guardò.

«Vai», le dissi.

Lei attraversò la soglia.

Poi si voltò ad aspettarmi.

Questa volta uscii anch’io.

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