Per questo era stata ritirata dal servizio.
Era andata a vivere con Anna.
Poi, sei mesi prima del nostro incontro sul lago, Ombra era sparita.
Qualcuno aveva tagliato il lucchetto del cancello durante una notte di neve.
Anna l’aveva cercata per centottantatré giorni.
Aveva attaccato volantini nei bar di paese, nelle cliniche veterinarie, nei negozi agricoli e alle stazioni di servizio.
Aveva guidato tra vallate e cascine dopo decine di segnalazioni.
Due volte gente senza scrupoli aveva provato a chiederle soldi mostrando cani che non erano Ombra.
«A un certo punto», ci disse, «tutti mi dicevano di lasciar perdere.»
Conoscevo quella frase.
Lascia perdere.
Alla nostra età la sentiamo spesso.
Lascia perdere il lavoro.
Lascia perdere un amore.
Lascia perdere un figlio che non chiama.
Lascia perdere una casa troppo grande.
Lascia perdere i ricordi.
Come se dopo una certa età fosse naturale imparare soltanto a rinunciare.
Anna non aveva rinunciato.
Neppure Ombra.
L’indagine scoprì il resto.
Un uomo della zona, proprietario di una piccola officina rurale, aveva visto nel vecchio curriculum di Ombra non un cane, ma denaro.
Una linea da lavoro.
Una reputazione.
Cuccioli da vendere a caro prezzo.
L’aveva rubata.
Per mesi l’aveva tenuta nascosta.
Quando i cuccioli erano nati e alcuni compratori avevano iniziato a fare domande, aveva deciso di liberarsi delle prove.
La corda verde, la gabbia e il blocco di cemento furono collegati agli oggetti trovati nella sua proprietà.
I messaggi sul telefono mostrarono vendite di altri cuccioli della stessa cucciolata.
Tre vennero rintracciati e recuperati.
Un sesto non era sopravvissuto.
Il giorno del lago, l’uomo aveva portato Ombra e i due cuccioli rimasti sul ghiaccio prima dell’alba.
Aveva chiuso i piccoli nella gabbia.
Aveva legato la madre alla stessa corda.
Credeva che il peso avrebbe trascinato tutto giù.
Probabilmente non sapeva quale cane aveva davvero davanti.
Ombra era riuscita a raggiungere una crepa prima che il peso la trascinasse completamente.
Aveva trovato aria.
Avrebbe potuto usare ogni briciola di forza per salvarsi.
Invece aveva fatto ciò che aveva fatto per tutta la vita.
Aveva indicato.
Tre.
Pausa.
Due.
La giustizia seguì il suo corso.
Ci furono sequestri, testimonianze, controlli veterinari e perizie.
L’uomo venne condannato e gli fu vietato di possedere o commerciare animali.
Io testimoniai soltanto quello che avevo visto.
Non dissi mai che Ombra avesse capito di essere vittima di un reato.
Non dissi che conoscesse il bene e il male come li intendiamo noi.
Dissi quello che aveva fatto.
Aveva trovato una crepa.
Aveva respirato.
Aveva indicato la gabbia.
Mi aveva impedito di portarla via.
Aveva aspettato finché i cuccioli non erano usciti.
A volte i fatti non hanno bisogno di essere abbelliti.
Ombra restò in clinica nove giorni.
I cuccioli diciassette.
La femmina con la macchia bianca venne chiamata Alba.
Il maschio nero diventò Tito.
Tito ebbe una brutta infezione ai polmoni e rimase sotto ossigeno per giorni.
Ogni volta che riusciva a trascinarsi fino alla madre, Ombra gli puliva la testa finché si addormentava.
Anna veniva a trovarli ogni giovedì.
Io il sabato.
Avrei potuto smettere dopo aver consegnato i verbali.
Non lo feci.
Portavo pollo lesso, vecchie coperte pulite e qualche volta biscotti semplici.
Una mattina appoggiai vicino al letto di Ombra i guanti che indossavo sul lago.
Lei annusò quello sinistro.
Poi ci mise sopra la zampa.
Era proprio quello con cui avevo tenuto ferma la gabbia sott’acqua.
Restò così finché non me ne andai.
A primavera Ombra riusciva di nuovo a camminare.
Non abbastanza per tornare operativa.
L’anca non glielo avrebbe permesso.
Anna, però, trovò un altro modo.
Nel centro di addestramento dove un tempo aveva lavorato, i cani giovani imparavano a cercare persone tra neve, macerie e bosco.
Il primo giorno in cui Ombra tornò, nessuno le mise un’imbracatura.
La lasciarono scegliere.
Un giovane labrador stava cercando una sorgente odorosa nascosta sotto una pedana.
Passò davanti al punto corretto quattro volte.
Il conduttore cominciò a innervosirsi.
Più lui insisteva, più il cane correva.
Ombra osservò.
Poi si avvicinò lentamente.
Annusò un angolo della pedana.
Si fermò.
Tornò indietro.
Il giovane cane seguì il suo percorso.
Questa volta rallentò.
Trovò il punto.
Abbaiò.
Ombra tornò accanto ad Anna e si sdraiò.
Non poteva più fare il lavoro.
Ma poteva ancora insegnare a qualcuno a farlo meglio.
Nei mesi successivi le affidarono un ruolo semplice.
Camminava nei campi di addestramento prima dei cani giovani.
Mostrava come controllare un odore senza correre.
Come muoversi con calma.
Come fermarsi.
Sul ghiaccio non la lasciavano più andare.
Restava dietro una barriera.
La prima volta che un cane giovane individuò correttamente un punto nascosto sotto la neve, Ombra si alzò.
Tre graffi.
Pausa.
Due.
I conduttori cominciarono a chiamarlo “il conto di Ombra”.
Anche Alba e Tito, crescendo, mostrarono una forte predisposizione alla ricerca.
Erano diversi.
Alba lavorava lentamente e controllava spesso la posizione delle persone.
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