Due settimane dopo la morte della cagnolona che nessuno aveva adottato per nove anni, trovammo ventitré vecchi giocattoli nascosti nei box dei cuccioli. Le telecamere ci mostrarono chi li aveva messi lì.
«Lucia, vieni qui. Subito.»
La voce di Marta arrivò dal fondo del corridoio con un tono che conoscevo bene.
Non era paura.
Non era neppure sorpresa.
Era quella voce che si usa quando si è trovato qualcosa che non si riesce ancora a spiegare.
Lasciai sul tavolo il registro delle entrate e attraversai il corridoio del nostro piccolo rifugio alla periferia di Bologna.
Marta era inginocchiata davanti al box numero quattordici.
Aveva in mano un agnellino di stoffa.
O almeno, un tempo doveva esserlo stato.
Era grigio, consumato, con un orecchio quasi completamente rosicchiato e il tessuto liscio in certi punti, come diventano le cose che qualcuno ha stretto per anni tra i denti, le zampe, il sonno.
«L’ho trovato sotto la pedana.»
La guardai senza capire.
«E allora?»
Nel nostro rifugio arrivavano continuamente coperte, palline, guinzagli, vecchi cuscini, ciotole e giocattoli.
Le persone del quartiere lasciavano sacchi davanti al cancello.
Una signora anziana veniva ogni primo lunedì del mese con due pacchi di biscotti per cani.
Un pensionato del palazzo di fronte riparava gratuitamente le cucce di legno.
Il ferramenta della via ci metteva da parte viti e cerniere.
Era sempre stato così.
Quel posto sopravviveva perché decine di persone davano poco, ma lo davano insieme.
Perciò un pupazzo consumato non aveva niente di straordinario.
Marta però non rispose.
Mi fece cenno di seguirla nel box quindici.
Sollevò la pedana di plastica.
Nell’angolo più lontano, schiacciata contro il muro, c’era una corda da gioco.
Vecchia.
Sfilacciata.
Quasi bianca per quanto era stata usata.
Poi passammo al sedici.
Sotto la cuccetta trovammo un anello di gomma, crepato su un lato.
Nel diciassette, un coniglio di stoffa senza un occhio.
Nel diciotto, una pallina di tessuto cucita a mano.
Sempre nello stesso punto.
Non al centro.
Non vicino alla porta.
Non dove un volontario avrebbe normalmente lasciato un gioco.
Erano tutti spinti nell’angolo più buio del box.
Proprio dove si rannicchia un animale appena arrivato.
Proprio dove cerca di rendersi piccolo.
Invisibile.
Protetto da tre pareti.
Marta si alzò lentamente.
«Non sono i giochi della cesta.»
Aveva ragione.
La nostra cesta dei giochi era un disastro colorato di palline nuove, pupazzi economici, corde fluorescenti e ossi di gomma.
Quelli invece erano diversi.
Erano scoloriti.
Consunti.
Alcuni avevano cuciture fatte a mano.
Uno aveva ancora un vecchio fiocco di stoffa legato intorno al collo.
Sembravano oggetti che avevano avuto una storia prima di arrivare da noi.
Oggetti che erano appartenuti davvero a qualcuno.
Cominciammo a controllare tutti i box che, negli anni, avevamo usato soprattutto per cuccioli e cani molto giovani.
Ventitré.
Trovammo ventitré giocattoli.
Ventitré oggetti consumati nascosti nello stesso identico modo.
Marta mi guardò.
Io guardai Carlo, il nostro addetto ai box, che nel frattempo ci aveva raggiunte.
Per qualche secondo nessuno disse niente.
Poi Carlo si passò una mano sulla barba e mormorò:
«Dobbiamo guardare le telecamere.»
Fu in quel momento che pensai a Nera.
E sentii lo stomaco stringersi.
Nera era morta due settimane prima.
Aveva trascorso quasi nove anni con noi.
Era arrivata al rifugio in un pomeriggio di novembre, quando già faceva buio alle cinque e sulle strade di campagna c’era quella nebbia bassa che ti entra nelle ossa.
Un automobilista l’aveva vista camminare sul ciglio di una provinciale.
Senza collare.
Senza microchip leggibile.
Fradicia.
Era una femmina grande, nera con due macchie color miele sopra gli occhi e sulle zampe.
Un incrocio impossibile da definire con precisione.
Forse Labrador.
Forse segugio.
Forse cento cose insieme.
Quando arrivò, aveva circa tre anni.
Non era ferita.
Non era aggressiva.
Non aveva niente di particolare che facesse dire alla gente: quella.
Ed era proprio quello il problema.
Per quasi un anno tentammo di trovarle una famiglia.
La portavamo alle giornate di adozione.
Le facevamo fotografie.
Scrivevamo schede.
«Dolce.»
«Brava al guinzaglio.»
«Tranquilla.»
«Ama stare vicino alle persone.»
Ma quando arrivavano le famiglie, sceglievano quasi sempre qualcun altro.
Il cucciolo bianco.
La cagnolina piccola.
Quello con gli occhi azzurri.
Quello buffo con le orecchie enormi.
Nera restava seduta nel primo box vicino all’ingresso, con la coda che batteva contro il pavimento ogni volta che qualcuno passava.
Poi vedeva quel qualcuno uscire con un altro cane.
E tornava a sdraiarsi.
Dopo dieci mesi Marta mi disse:
«Lucia, dobbiamo essere realistiche. Forse Nera è diventata nostra.»
La frase mi fece male.
Perché un rifugio non dovrebbe mai diventare la casa definitiva di un cane.
Ma certe volte succede.
Così Nera rimase.
Il box numero uno diventò casa sua.
Conosceva gli orari meglio di noi.
Alle sette e cinquanta aspettava Carlo vicino alla grata perché sapeva che alle otto arrivava la colazione.
Alle undici si metteva davanti alla porta dell’ufficio, perché io bevevo il caffè e spesso le davo un pezzetto di biscotto.
Alle quattro del pomeriggio aspettava Marta, che la portava a fare il giro lungo del prato.
Conosceva i volontari.
Conosceva i rumori.
Conosceva persino il furgoncino del veterinario.
E soprattutto conosceva una cosa che noi, all’inizio, avevamo sottovalutato.
Conosceva il suono della paura.
Il nostro rifugio non aveva personale durante la notte.
Non potevamo permettercelo.
Alle sei di sera chiudevamo.
Alle otto del mattino riaprivamo.
Quattordici ore.
Ventidue box.
Due file.
Un corridoio lungo.
D’inverno, dopo lo spegnimento delle luci, restavano soltanto le piccole lampade d’emergenza.
Chi non ha mai lavorato in un rifugio immagina che i cani dormano.
Non sempre.
I nuovi arrivati spesso piangono.
Alcuni abbaiano.
Altri graffiano la porta.
Altri ancora si mettono nell’angolo e tremano senza fare rumore.
Un cane non capisce perché ieri dormiva sotto un tavolo in cucina e oggi si trova dietro una grata.
Non sa che al mattino tornerai.
Non sa che la ciotola verrà riempita di nuovo.
Non sa che quella porta chiusa non significa che è stato dimenticato per sempre.
Sa soltanto che il mondo è cambiato.
E che la persona di cui conosceva l’odore non c’è più.
La prima volta che capii che Nera faceva qualcosa durante la notte fu poche settimane dopo il suo arrivo.
Avevamo accolto un giovane segugio.
La famiglia che lo aveva avuto per due anni si era trasferita e non poteva portarlo con sé.
Il cane si chiamava Rocco.
Quel pomeriggio aveva pianto quasi senza fermarsi.
Quando chiudemmo, lo sentivo ancora mentre attraversavo il cortile.
Guidai fino a casa con quel verso nelle orecchie.
La mattina dopo arrivai prima del solito.
Erano le sette e quaranta.
Aprii la porta.
Guardai il box numero uno.
Vuoto.
Mi si gelò il sangue.
Chiamai:
«Nera!»
Niente.
Per qualche secondo pensai che fosse scappata.
Poi feci tre passi nel corridoio.
E la vidi.
Era sdraiata davanti al box numero sei.
Con tutto il fianco appoggiato alla grata.
Dall’altra parte, Rocco dormiva.
Anche lui con il corpo schiacciato contro la rete.
La sua schiena contro quella di Nera, separata soltanto dal metallo.
Nera alzò appena un occhio quando mi avvicinai.
Come per dire: fai piano.
Lui dorme.
Rimasi lì.
Non capivo ancora quello che stavo guardando.
Lo avrei capito nei mesi successivi.
Nera aveva imparato ad aprire il proprio box.
Il numero uno aveva una vecchia chiusura verticale.
Bisognava sollevare una levetta e spingerla.
Non sappiamo quando abbia scoperto di poterlo fare con il muso.
Una mattina la trovammo fuori.
Pensammo a una distrazione.
Poi successe ancora.
Carlo controllò la chiusura.
Funzionava.
Era lei.
Avremmo dovuto cambiarla immediatamente.
Non lo facemmo.
O meglio, non subito.
Perché Nera non tentava mai di uscire dal rifugio.
Non entrava nel deposito del cibo.
Non rovesciava nulla.
Non combinava guai.
Usciva dal proprio box soltanto quando c’era qualcuno di nuovo.
Quella era la sua abitudine.
Aspettava che l’edificio diventasse silenzioso.
Sollevava il fermo.
Usciva.
Camminava lungo il corridoio.
E si sdraiava davanti alla grata del nuovo arrivato.
Non entrava.
Non poteva.
Restava fuori.
Vicino.
Quella era tutta la sua tecnica.
Vicino.
E, quasi sempre, dopo un po’ il nuovo cane smetteva di piangere.
Lo raccontavamo ai volontari.
Era diventata una delle storielle del rifugio.
«Nera fa il turno di notte.»
Ridevamo.
Qualcuno le dava una carezza in più al mattino.
Qualcuno la chiamava la nonna dei nuovi arrivati.
Con gli anni, il quartiere imparò a conoscerla.
C’era chi entrava soltanto per salutarla.
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