Riportarono Arturo al rifugio dopo appena quattro giorni, ma sei giorni dopo arrivò una donna che cambiò tutto

Lo avevano riportato al rifugio dopo appena quattro giorni perché “costava troppo”. Sei giorni dopo, un’anziana veterinaria si inginocchiò davanti a lui e disse una frase che cambiò tutto.

Il trasportino di metallo arrivò davanti alla reception alle dieci e un quarto di sabato mattina.

Dentro c’era Arturo.

Tredici anni, un cocker color miele, due occhi velati dalla cataratta e quelle orecchie lunghe che sembravano ancora più grandi adesso che teneva la testa bassa.

Sul cancelletto del trasportino era legato con una fascetta un sacchetto di carta pieno di medicine.

Sopra il modulo di restituzione c’erano cinque parole.

“Troppi problemi di salute.”

Era stato adottato il martedì pomeriggio.

Erano passate novantasei ore.

Mi chiamo Elena Ferri, ho cinquantadue anni e da tredici dirigo un piccolo rifugio per animali sulle colline emiliane, tra Bologna e Modena.

In tredici anni ho visto cani arrivare magri, spaventati, vecchi, abbandonati davanti al cancello durante la notte.

Ho visto persone piangere mentre lasciavano l’animale che amavano perché non avevano più una casa.

Ho visto figli consegnarci il cane dei genitori anziani dopo un ricovero.

Ho imparato una cosa.

Dietro quasi ogni abbandono c’è una storia che nessuno conosce fino in fondo.

Quella di Arturo era cominciata molto prima di noi.

La sua padrona si chiamava maestra Bianca Rinaldi.

Aveva ottant’anni.

Per quarant’anni aveva insegnato alle elementari in un paese dell’Appennino, uno di quei posti dove ancora oggi, se passi davanti al bar alle sette del mattino, trovi gli stessi quattro uomini allo stesso tavolo a discutere del raccolto, delle bollette e del tempo.

Bianca aveva preso Arturo cucciolo quando aveva sessantasette anni.

Suo marito Carlo era morto tre mesi prima.

Quarantadue anni di matrimonio finiti in una stanza d’ospedale.

La casa era diventata improvvisamente troppo grande.

Due tazze nella credenza.

Due sedie vicino alla finestra.

Due cuscini sul letto.

E una persona sola.

Poi era arrivato Arturo.

All’inizio dormiva dentro una cesta in cucina.

Dopo tre notti era già ai piedi del letto.

Dopo un mese Bianca parlava con lui mentre preparava il caffè.

Dopo un anno tutti in paese dicevano:

“Dove c’è la maestra Bianca, c’è Arturo.”

Per tredici anni era stato così.

Poi Bianca aveva avuto alcuni piccoli episodi ischemici.

Niente di spettacolare.

Niente che succede all’improvviso come nei film.

Prima dimenticava dove aveva lasciato le chiavi.

Poi metteva il latte nella credenza.

Poi una mattina aveva chiamato suo figlio Marco dicendogli che suo marito Carlo non era ancora tornato dal lavoro.

Carlo era morto da tredici anni.

Marco capì che sua madre non poteva più vivere sola.

Quando la trasferirono in una struttura assistita, Arturo non poteva andare con lei.

Fu Marco a portarcelo.

Arrivò alle 14:47 di un sabato di fine agosto.

Un uomo di cinquantacinque anni con la camicia completamente bagnata di sudore sulla schiena e gli occhi rossi.

Restò davanti al bancone quasi un’ora.

“Non pensi che non lo vogliamo,” mi disse.

“Non lo penso.”

“Mia madre non capirà perché non c’è.”

Non seppi cosa rispondere.

Marco si passò una mano sul viso.

“Quando lei diceva il suo nome, lui le metteva la testa sotto la mano. Sempre. Anche negli ultimi mesi.”

Arturo aveva diversi problemi.

Una leggera insufficienza cardiaca.

I reni da controllare.

Artrite alle anche.

Un vecchio intervento alla zampa posteriore sinistra che gli aveva lasciato una piccola zoppia.

Otiti croniche.

Sei medicine al giorno.

Una dieta specifica.

Circa centotrenta euro al mese di cure ordinarie.

La nostra veterinaria, dottoressa Sara Conti, stimò che avrebbe potuto vivere ancora da un anno e mezzo a tre anni, se cuore e reni avessero tenuto.

Ma Arturo non era un cane “difficile”.

Era dolcissimo.

Non abbaiava quasi mai.

Si lasciava pulire le orecchie senza protestare.

Adorava stare accanto alle persone.

Se gli grattavi piano il petto, chiudeva gli occhi.

Sembrava uno di quei vecchi signori del paese che non hanno più bisogno di parlare tanto.

Gli basta sapere che qualcuno è seduto accanto a loro.

Pubblicammo il suo annuncio.

Scrivemmo tutto.

Cane anziano. Necessita di cure quotidiane. Spese veterinarie continuative. Cerca casa tranquilla e una famiglia consapevole.

Una settimana dopo venne una coppia sulla quarantina.

Roberto e Francesca.

Vivevano in una villetta fuori città.

Avevano avuto un cane anziano morto l’anno prima e dicevano di voler adottare Arturo “per dare una possibilità a uno che nessuno avrebbe scelto”.

Sembravano sinceri.

Avevano un giardino recintato.

Un buon reddito.

Parlarono con la veterinaria.

Ricevettero l’elenco delle medicine.

Spiegammo le spese.

Spiegammo l’età.

Spiegammo che prendere un cane di tredici anni significa amare senza sapere quanto tempo resterà.

Firmarono tutto.

Il martedì pomeriggio portarono Arturo a casa.

Prima di salire in macchina, Arturo mi diede una zampata sulla mano.

Io gli dissi:

“Vai, nonnino. Questa volta è quella buona.”

Quattro giorni dopo tornò dentro una gabbia.

Francesca teneva le braccia incrociate.

Roberto aveva già i documenti in mano.

“Ci dispiace,” disse lei. “Pensavamo di farcela.”

Aprii la porta.

“Entrate.”

Mentre spingevano il trasportino dentro, Arturo alzò la testa.

Mi vide.

O forse riconobbe il mio odore.

Non lo so.

Ma i suoi occhi velati rimasero fissi su di me.

Quattro giorni prima mi aveva lasciata scodinzolando.

Adesso non muoveva nemmeno la coda.

Francesca disse:

“Il nostro veterinario ha voluto fare altri controlli. Solo la prima visita è costata quasi quattrocento euro. I valori renali non sono belli. E poi le medicine, la dieta… Roberto lavora in proprio. Noi avevamo avuto un cane anziano, ma era rimasto sano fino alla fine.”

Roberto abbassò gli occhi.

“Non vogliamo affezionarci e perderlo magari tra sei mesi.”

Quella frase mi rimase qui.

In mezzo al petto.

Non vogliamo affezionarci perché potremmo perderlo.

Quante volte, crescendo, facciamo lo stesso anche con le persone?

Evitiamo una telefonata perché nostro padre sta diventando fragile.

Rimandiamo una visita alla madre anziana perché vederla invecchiare ci fa paura.

Ci teniamo occupati.

Diciamo che non abbiamo tempo.

Ma spesso non è il tempo.

È la paura di amare qualcosa che sappiamo di non poter tenere per sempre.

Guardai Arturo.

Poi guardai loro.

Di solito, quando qualcuno restituisce un animale, io non giudico.

È una regola.

Meglio riportarlo al rifugio che lasciarlo in strada o consegnarlo al primo sconosciuto.

Ma quella mattina avevo cinquantadue anni, due figli ormai grandi e troppe persone anziane accompagnate negli ultimi anni della loro vita per fingere di non sentire nulla.

Mi sedetti.

“Posso dirvi una cosa prima di firmare?”

Annuiscono.

“Voi sapevate tutto.”

Silenzio.

“Vi avevamo detto delle medicine. Dei reni. Del cuore. Dei centotrenta euro al mese. La visita più costosa che avete fatto comprendeva un esame aggiuntivo. Non significa che ogni mese spenderete quella cifra.”

Francesca fissava il pavimento.

Continuai.

“Arturo ha perso la donna con cui ha vissuto tredici anni. Non sa che Bianca è in una struttura. Non sa cosa significa demenza. Non sa cosa significa ricovero. Sa soltanto che un giorno la sua persona è sparita.”

Deglutii.

“Poi siete arrivati voi.”

Guardai il trasportino.

“E adesso sparite anche voi.”

Roberto sospirò.

“Capisco.”

“No. Probabilmente non lo capite. E non ve lo dico per farvi sentire in colpa.”

Mi fermai.

“Ve lo chiedo soltanto un’ultima volta. Siete sicuri?”

Francesca rispose piano.

“Sì.”

Firmai.

“Va bene. Grazie almeno per averlo riportato qui.”

Quando uscirono, rimasi dieci minuti seduta con una mano appoggiata alla rete del trasportino.

Arturo non si mosse.

Poi lo portai nel box numero undici.

Mi sedetti sul pavimento accanto a lui.

Avevo i jeans sul cemento sporco e non me ne importava niente.

Gli appoggiai una mano sulla schiena.

Piangevo.

Lui non scodinzolò.

Il secondo giorno smise di mangiare.

Il terzo beveva soltanto.

Provammo la sua dieta.

Niente.

Pollo bollito.

Niente.

Un pezzetto di formaggio.

Niente.

Persino Sara, la nostra veterinaria, aprì il proprio pranzo e gli offrì un bocconcino di parmigiano.

Arturo lo annusò.

Girò la testa.

Dal quarto giorno cominciò a stare rivolto verso il muro.

Non verso il corridoio.

Non verso le persone.

Verso il muro.

Era come se non volesse più aspettare nessuno.

Il venerdì pomeriggio Sara chiuse la porta del suo studio.

“Elena, dobbiamo parlare.”

Capisci subito quando un medico usa quella frase.

Mi sedetti.

“Ha perso quasi un chilo. Il cuore è peggiorato. Non mangia. Se continua così potrebbe non superare il fine settimana.”

“Cosa stai dicendo?”

Sara abbassò lo sguardo.

“Sto dicendo che forse dobbiamo prepararci ad accompagnarlo qui. Con noi. Senza altri spostamenti.”

“Vuoi dire che morirà nel rifugio.”

“Voglio dire che forse lui ha già deciso di lasciarsi andare.”

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