Entrò al canile chiedendo il cane che nessuno voleva: pochi secondi dopo, Luna fece qualcosa di inspiegabile

Entrai nel canile e chiesi il cane che nessuno voleva: 808 giorni dopo scoprii perché aveva scelto proprio il mio lato sinistro

«Mi dia quello che nessuno vuole.»

La donna dietro il bancone rise.

Una risata breve, quasi imbarazzata, come quando al bar del paese qualcuno fa una battuta e non si capisce se parla sul serio.

Io rimasi fermo con il bastone bianco stretto nella mano destra.

«Non sto scherzando.»

La risata morì.

Sentii il rumore di una sedia spostata, alcuni fogli, poi un silenzio diverso.

«Lei… vuole davvero il cane che è qui da più tempo?»

«Voglio quello davanti al quale passano tutti.»

La donna sospirò.

«Allora venga con me.»

Mi chiamo Marco Rinaldi, ho cinquantasette anni e insegno pianoforte in una piccola scuola civica di musica alla periferia di Bologna.

Sono cieco da quando ne avevo trentotto.

La retinite pigmentosa non mi portò via la vista in una notte. Sarebbe stato quasi più semplice.

Cominciò dai bordi.

Prima smisi di vedere bene al buio. Poi iniziai a urtare le sedie. Poi i volti diventarono isole illuminate dentro un mare nero sempre più grande.

Per tre anni continuai a ripetermi che avrei trovato un modo.

Alla fine il mondo si spense.

Ma la musica rimase.

Per nove anni ebbi accanto Argo, un pastore tedesco addestrato come cane guida.

Argo sapeva tutto di me.

Sapeva quando esitavo prima di attraversare una strada.

Sapeva che il mercoledì compravo il pane nella bottega di Giulio.

Sapeva che davanti alla scuola c’era un gradino storto che mi faceva imprecare ogni volta.

Sapeva persino quando fingevo di stare bene.

Poi un lunedì di marzo, mentre suonavo al pianoforte un vecchio pezzo che piaceva a mia moglie quando era ancora viva, Argo si sdraiò sul tappeto accanto alla panca.

Non si rialzò più.

Aveva quasi tredici anni.

Morì con il muso rivolto verso il pedale del pianoforte e una zampa appoggiata sulla mia scarpa.

Per mesi lasciai la sua ciotola al solito posto.

Mia sorella Paola veniva a casa, la lavava di nascosto e poi la rimetteva lì.

Una mattina me ne accorsi.

«Non devi farlo.»

«Fare cosa?»

«Lavare la ciotola.»

«Marco, c’è la polvere.»

«Lo so.»

Paola rimase zitta.

A cinquantasette anni certe conversazioni non hanno bisogno di essere finite.

Avevo perso abbastanza persone per sapere che il dolore non se ne va perché togli una ciotola dal pavimento.

Semplicemente cambia stanza.

Dopo Argo tornai al bastone bianco.

Conoscevo il tragitto fino alla scuola quasi a memoria: quattro isolati, due attraversamenti, il forno all’angolo, il cortile della farmacia, il semaforo con il segnale acustico.

Facevo tutto da solo.

O almeno così dicevo.

In realtà la mia vita si era rimpicciolita.

Casa.

Scuola.

Forno.

Casa.

Il sabato, se Paola insisteva, pranzo da lei.

La domenica peggio ancora.

La domenica italiana, quella dei tortellini, delle tovaglie stirate, dei figli che arrivano tardi e dei nipoti che chiedono il telefono prima ancora del dolce.

Dopo la morte di mia moglie e poi di Argo, le domeniche avevano perso il rumore.

Io restavo seduto al pianoforte.

Non sempre suonavo.

A volte poggiavo semplicemente le mani sui tasti.

Il silenzio della casa era diventato più forte della musica.

Fu per questo che una mattina entrai nel canile comunale.

Non cercavo un cane guida.

Sapevo benissimo che un animale preso da un rifugio non diventa magicamente un cane da assistenza.

Non cercavo nemmeno un sostituto di Argo.

Nessuno avrebbe potuto esserlo.

Cercavo una presenza.

Qualcuno che respirasse mentre io preparavo il caffè.

Qualcuno che muovesse le zampe sul pavimento.

Qualcuno che mi ricordasse che una casa può essere abitata anche senza parlare.

La donna del canile si chiamava Daniela.

Mi accompagnò lungo un corridoio pieno di abbai.

A sinistra un cane saltava contro la rete.

A destra un altro guaiva.

Più avanti qualcuno raspava una ciotola di metallo.

Poi arrivammo in fondo.

E lì non sentii niente.

«Box quattordici», disse Daniela.

«È vuoto?»

«No.»

«Allora perché non abbaia?»

Daniela infilò una chiave nella serratura.

«Perché lei non abbaia quasi mai.»

«Lei?»

«Femmina. Circa tre anni. Meticcia. Taglia media. Pelo marrone. Nessun segno particolare.»

Fece una pausa.

«È qui da ottocentootto giorni.»

Pensai di aver capito male.

«Ottocento…?»

«Ottocentootto.»

Due anni, due mesi e qualcosa.

Due inverni dietro una rete.

Due estati con le famiglie che passavano davanti al box e sceglievano quello più buffo, più piccolo, più bianco, più giovane, più fotogenico.

«Perché nessuno la vuole?»

Daniela esitò.

«Non ha niente che attiri.»

Sorrisi.

«Spiegazione complicata per uno che non vede.»

Daniela rise appena.

«È… normale.»

«Cosa significa normale?»

«Marrone. Orecchie un po’ storte. Una zampa davanti leggermente ruotata verso fuori. Una cicatrice piccola sul muso. Quando arrivano le persone non salta. Non si mette in mostra.»

«E cosa fa?»

«Aspetta.»

Daniela aprì il box.

Io mi inginocchiai.

Sentii prima il respiro.

Poi le unghie sul cemento.

Tre passi.

Forse quattro.

Il cane arrivò accanto a me.

Non mi annusò le mani per molto tempo.

Non mi saltò addosso.

Non leccò.

Semplicemente si appoggiò.

Contro la mia gamba sinistra.

Mi si fermò il respiro.

Il lato sinistro.

Il lato di Argo.

Il lato sul quale un cane guida cammina accanto alla persona.

Allungai una mano.

Trovai una testa calda.

Un orecchio piegato.

La cicatrice di cui aveva parlato Daniela.

«Come si chiama?»

«Al rifugio la chiamiamo Luna.»

Luna spinse appena il fianco contro il mio ginocchio.

Non forte.

Come per dire: sono qui.

«Prendo lei.»

Daniela non rispose.

«Ha sentito?»

«Sì.»

«Allora perché non dice niente?»

La sua voce cambiò.

«Perché in ottocentootto giorni nessuno l’ha mai scelta così in fretta.»

Firmammo i documenti.

Paola venne a prendermi.

Quando vide Luna, disse la cosa più da sorella maggiore del mondo.

«Marco, almeno potevi prenderne una più bella.»

Daniela scoppiò a ridere.

Io no.

«È bellissima.»

«Ma se non la vedi.»

«Appunto.»

Fu così che Luna entrò nella mia vita.

La prima cosa strana accadde appena arrivammo a casa.

Mi aspettavo che esplorasse.

Ogni cane che avevo conosciuto, entrando in un luogo nuovo, annusava porte, mobili, angoli.

Luna no.

Entrò nel soggiorno.

Attraversò la stanza.

Poi si sdraiò esattamente nel punto dove per anni era stata la cuccia di Argo.

Vicino al pianoforte.

La cuccia non c’era più.

Paola l’aveva portata via mesi prima.

Ma il tappeto conservava ancora un leggerissimo avvallamento.

«Si è messa dove dormiva Argo», disse Paola.

«Forse sente l’odore.»

«Dopo più di un anno?»

«I cani sentono cose che noi non sentiamo.»

Paola rimase in silenzio.

«O magari è solo un caso.»

Sì.

Un caso.

Era la parola che avrei usato molte volte nei mesi successivi.

Il secondo dettaglio arrivò durante la prima passeggiata.

Agganciai il guinzaglio.

Uscii.

Luna si mise alla mia sinistra.

Provai a cambiare posizione.

Lei tornò a sinistra.

Allentai il guinzaglio.

Sinistra.

«Hai deciso tu, eh?»

La sua coda batté una volta contro la mia gamba.

Non ci pensai più.

Per il primo mese Luna fu quasi invisibile.

Non abbaiava al campanello.

Non rosicchiava mobili.

Non rubava cibo.

Quando insegnavo, si sdraiava sotto il pianoforte.

I miei allievi la adoravano, anche se alcuni non capivano bene perché.

Un bambino di dieci anni, Matteo, dopo averla osservata per mezz’ora disse:

«Maestro, il suo cane sembra un mobile.»

Sua madre lo rimproverò.

Io risi.

«Un mobile molto peloso.»

Ma sapevo che Matteo si sbagliava.

Luna non dormiva.

Ascoltava.

Me ne accorgevo dal respiro.

Quando mi alzavo dalla panca, il ritmo cambiava.

Quando cercavo qualcosa sul tavolo, lei sollevava la testa.

Quando prendevo le chiavi, era già in piedi.

Non mi seguiva con l’ansia di chi teme di essere abbandonato.

Mi osservava.

Era diverso.

Come un vecchio infermiere che sa quando il paziente sta per perdere l’equilibrio prima ancora che il paziente stesso se ne accorga.

La terza settimana inciampai sui due gradini davanti a casa.

Il bastone scivolò sul bordo.

Il piede destro andò nel vuoto.

Mi preparai alla caduta.

Non arrivai mai a terra.

Luna si infilò di traverso contro le mie gambe.

Il mio ginocchio colpì il suo fianco.

Caddi quasi seduto sopra di lei.

Il cemento rimase a pochi centimetri dalle mie mani.

«Luna!»

Lei non guaì.

Non scappò.

Aspettò.

Mi rimisi in piedi.

Le tastai il fianco.

«Ti sei fatta male?»

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