Un cane scheletrico vegliava da tre giorni su una valigia abbandonata all’autostazione. Quando la aprirono, capii perché avevo perso proprio quell’autobus.
«Signore, si allontani. Quel cane ha già provato ad avventarsi contro un addetto.»
La guardia giurata parlava piano, ma teneva una mano sulla radio e l’altra pronta ad afferrare il guinzaglio telescopico.
Io non mi mossi.
Ero accovacciato a pochi metri da quel cane magro da far paura, con le mani aperte davanti alle ginocchia.
Lui fissava me.
Io fissavo lui.
Dietro di noi, l’altoparlante annunciò per la seconda volta la partenza del mio pullman.
Era il mio.
Non salii.
Ancora oggi penso che tutta la mia vita sia cambiata in quei trenta secondi.
Mi chiamo Franco Rinaldi, avevo cinquantasei anni e facevo il camionista da quasi trent’anni.
Abitavo in un bilocale alla periferia di Modena, uno di quelli costruiti negli anni Ottanta, con le piastrelle marroni sul balcone e il citofono che funzionava solo quando aveva voglia.
Passavo più notti nella cabina del camion che nel mio letto.
Mangiavo panini alle aree di servizio, pasta riscaldata male, caffè presi in bicchierini di carta.
Quando capitava la domenica libera, qualche volta mettevo su il ragù che faceva mia madre.
Lo lasciavo sobbollire tre ore, come mi aveva insegnato lei.
Poi apparecchiavo per uno.
Non so se esista qualcosa di più triste di un ragù della domenica mangiato da soli.
Avevo due matrimoni finiti alle spalle.
Una figlia, Chiara, viveva vicino a Torino e mi mandava messaggi a Natale, Pasqua e compleanno.
Mio figlio Matteo, invece, non mi chiamava da quasi due anni.
Aveva ventisette anni.
L’ultima volta che ci eravamo parlati mi aveva detto:
«Papà, tu sei sempre stato in viaggio. Anche quando eri a casa.»
Non gli avevo risposto.
Perché quando una frase ti colpisce nel punto giusto, spesso la prima cosa che fai è arrabbiarti invece di ammettere che è vera.
Quel mercoledì mattina il mio camion era fermo in officina per un guasto serio al cambio.
Dovevo raggiungere Ancona con un pullman per ritirare un mezzo sostitutivo da un collega.
Avevo preso un regionale fino a Bologna e poi ero entrato nell’autostazione con lo zaino sulla spalla e un thermos di caffè preparato alle cinque del mattino.
Il pullman sarebbe partito alle 7:40.
Avevo quasi un’ora da perdere.
Mi sedetti su una panchina di metallo.
Davanti a me c’era una signora sui sessant’anni che teneva due buste della spesa tra le gambe.
Più in là, un uomo anziano dormiva con la testa appoggiata al vetro.
Una ragazza parlava sottovoce al telefono.
Nulla di particolare.
Poi vidi il cane.
Era fuori da un ingresso laterale, accanto ai cassonetti.
E vicino a lui c’era una valigia nera.
Una di quelle valigie economiche con le rotelle piccole, la maniglia allungabile e gli angoli ormai grigi per lo sporco.
Era dritta in piedi.
Come se qualcuno l’avesse appoggiata lì dicendo:
«Torno subito.»
Ma nessuno era tornato.
Il cane sembrava un incrocio tra un pit bull e un amstaff.
Avrebbe dovuto pesare almeno trenta chili.
Forse ne pesava ventidue.
Le costole gli si contavano una per una.
I fianchi erano scavati.
Il pelo, marrone e bianco, era opaco e spelacchiato in alcuni punti.
Aveva vecchie cicatrici sul muso.
Non fresche.
Segni di una vita che non aveva avuto niente di gentile.
Ma furono gli occhi a fermarmi.
Color miele.
Fermi.
Attenti.
Non chiedevano cibo.
Non chiedevano carezze.
Sorvegliavano.
Chiesi alla donna delle pulizie cosa stesse succedendo.
«È lì da stamattina presto.»
Un altro uomo vicino al distributore automatico si girò.
«Da stamattina? Quello gira qui intorno da almeno due giorni. Ieri sera era già lì.»
Un addetto confermò che qualcuno aveva provato a spostare la valigia.
Il cane aveva fatto un balzo in avanti.
Non aveva morso nessuno.
Ma era bastato.
Da quel momento nessuno si era più avvicinato.
Avevano chiamato il servizio veterinario pubblico.
Sarebbe arrivato appena possibile.
Continuai a guardarlo attraverso la porta di vetro.
Non abbaiava.
Non si lamentava.
Non camminava avanti e indietro.
Restava lì.
Ogni tanto abbassava la testa verso la valigia.
Poi la rialzava.
Come un soldato rimasto solo a difendere qualcosa che tutti gli altri avevano dimenticato.
Alle 7:32 uscii.
Non so perché.
Forse perché avevo visto troppi esseri umani aspettare qualcuno che non tornava più.
Mia madre, negli ultimi mesi di vita, aveva fatto la stessa cosa con mio fratello.
Ogni domenica chiedeva:
«Giorgio viene?»
E io rispondevo sempre:
«Magari più tardi.»
Lui viveva a Milano.
Aveva mille impegni.
Lavoro, figli, traffico, vita.
Arrivava una domenica sì e tre no.
Mamma apparecchiava comunque il quarto piatto.
Da allora, quando vedo qualcuno aspettare ostinatamente davanti a qualcosa, mi si stringe lo stomaco.
Feci pochi passi verso il cane.
Lui abbassò le orecchie.
Sentii un ringhio basso.
Non forte.
Era un avvertimento.
Mi fermai.
«Va bene, bello. Non voglio prenderti niente.»
Mi sentii ridicolo a parlare con un cane sconosciuto.
Eppure continuai.
«Nemmeno a me piace quando toccano le mie cose.»
Mi accovacciai.
Fra noi c’erano forse due metri.
Il cane tremava appena.
Non capivo se fosse paura, fame o stanchezza.
Probabilmente tutte e tre.
Alle mie spalle partì il primo annuncio.
«I passeggeri diretti ad Ancona sono invitati a recarsi alla zona d’imbarco.»
Guardai l’orologio.
Poi il cane.
Avrei potuto alzarmi.
Avrei dovuto farlo.
Il collega mi aspettava.
Avevo bisogno del camion sostitutivo.
Ogni giorno fermo significava soldi persi.
A cinquantasei anni non puoi permetterti troppe giornate perse.
Soprattutto quando hai ancora un mutuo piccolo ma tenace, due matrimoni alle spalle e nessuno che ti versa uno stipendio se resti a casa.
Invece rimasi.
Arrivò la guardia giurata.
Si chiamava Luca.
Poco più di trent’anni, faccia stanca, divisa leggermente larga sulle spalle.
«Signore, deve rientrare.»
«Non mi sta facendo niente.»
«Devo controllare quella valigia.»
«Lo so.»
«E se c’è qualcosa di pericoloso?»
Non ci avevo pensato.
In una stazione, una valigia abbandonata non è una cosa da prendere alla leggera.
Luca indossò i guanti.
Un secondo addetto si tenne a distanza.
Io restai accovacciato.
Il cane guardò Luca muoversi verso la valigia.
Il corpo gli diventò rigido.
«Piano», dissi.
Non so se lo dissi all’uomo o al cane.
Forse a entrambi.
Luca girò intorno, senza guardarlo direttamente.
Poi afferrò la zip.
Il rumore sembrò enorme.
Zzzzzip.
Il cane fece un passo.
Io allungai una mano.
«Fermo, bello.»
Lui mi guardò.
E si fermò.
La valigia si aprì.
Luca abbassò lo sguardo.
Poi rimase immobile.
Completamente immobile.
«Che c’è?»
Niente.
«Luca?»
La sua faccia era cambiata.
Non era paura.
Era qualcosa di più strano.
Come quando il cervello vede una cosa e per qualche secondo si rifiuta di capirla.
Mi alzai lentamente.
Il cane non cercò di fermarmi.
Mi avvicinai.
Dentro la valigia c’era una coperta azzurra con piccoli elefantini stampati.
La coperta si mosse.
Una volta.
Poi ancora.
Sotto c’erano tre cuccioli.
Minuscoli.
Forse un mese di vita.
Due marroni e bianchi.
Uno completamente nero, con una piccola macchia chiara sul petto.
Erano così deboli che non riuscivano nemmeno a piangere.
Uno aprì la bocca senza emettere suono.
Sentii Luca sussurrare una bestemmia.
Io non dissi niente.
Il cane ci superò.
Infilò il muso dentro la valigia.
Annusò il primo cucciolo.
Poi il secondo.
Poi il terzo.
Li leccò piano.
Uno dopo l’altro.
E capimmo.
Era la madre.
Aveva vegliato sui suoi piccoli.
Quella bestiola mezza morta di fame non difendeva una valigia.
Difendeva la sua famiglia.
Mi tornò in mente mia madre col piatto vuoto apparecchiato per mio fratello.
Ci sono attese che gli altri chiamano stupidità.
Finché non capiscono cosa c’è dietro.
Luca chiamò immediatamente il servizio veterinario.
Io guardai l’orologio.
7:43.
Il mio pullman era partito.
Provai una fitta allo stomaco.
Non per il mezzo perso.
Perché stranamente mi sembrò che fosse esattamente quello che doveva accadere.
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