Dodici motociclisti trovano una cagnolina sospesa nel fango: ciò che scoprono sotto la rete cambia tutto

La cagnolina era sospesa nel fango sopra il fiume: quando dodici motociclisti la liberarono, cinque piccoli battiti cambiarono per sempre le loro vite

Si muoveva soltanto una zampa.

Una zampa sporca di fango, impigliata in una vecchia rete da pesca rimasta appesa ai rami di un pioppo, quattro metri sopra una distesa marrone che due giorni prima era stata un fiume in piena.

Quando Ettore Bellini alzò gli occhi e la vide, spense la moto senza dire una parola.

Gli altri undici fecero lo stesso.

Il silenzio arrivò tutto insieme.

Davanti a loro c’erano i segni dell’acqua ovunque: una sedia da cucina incastrata tra due rami, sacchetti di plastica sulle cime degli arbusti, una persiana piegata contro un palo e pezzi di recinzione sparsi nel campo.

E poi c’era lei.

Una cagnolina tigrata, con il petto bianco, un orecchio più scuro dell’altro e una sottile cicatrice sul muso.

Era prigioniera della rete.

Il corpo si era piegato attorno alle corde in una posizione innaturale. Le zampe posteriori non riuscivano più a muoversi.

A prima vista sembrava morta.

Poi quella zampa tremò di nuovo.

«È viva.»

A dirlo fu Luigi, quello che nel gruppo parlava meno di tutti.

I dodici uomini appartenevano a un piccolo motoclub della provincia emiliana chiamato I Vecchi del Ponte.

Il nome faceva ridere le mogli e preoccupava certe signore quando li vedevano arrivare tutti insieme davanti al bar del paese.

Giubbotti consumati.

Barbe grigie.

Braccia tatuate.

Stivali infangati.

Qualche cicatrice.

Facce da uomini che avevano passato più tempo in officine, cantieri, magazzini e cabine di camion che davanti a una scrivania.

Ma quel mattino non erano usciti per fare una gita.

Da quattro giorni aiutavano le famiglie colpite dall’alluvione.

Nel loro vecchio furgone avevano bottiglie d’acqua, coperte, scatolame, pannolini, guanti, pale e mangime per animali.

La piena aveva tagliato strade, invaso case e trasformato cortili in laghi di fango.

Quando l’acqua aveva cominciato a ritirarsi, erano comparsi i danni veri.

Mobili nei fossi.

Automobili contro i muri.

Pollai distrutti.

Cani e gatti ritrovati sui tetti delle rimesse.

E persone che continuavano a ripetere la stessa frase.

«Almeno siamo vivi.»

Come se pronunciarla abbastanza volte potesse rendere meno doloroso guardare una vita intera ammucchiata sul marciapiede.

Ettore aveva sessantatré anni.

Era stato elettricista per quasi quarant’anni e, prima di andare in pensione, aveva lavorato spesso su pali e tralicci durante temporali e guasti.

Era il più grosso del gruppo.

Aveva mani enormi, due aquile tatuate sugli avambracci e quel modo di guardare le cose difficili come se fossero semplicemente lavori da fare.

Aprì il portellone del furgone.

Prese una corda.

«Legatemela bene.»

Luigi lo fissò.

«Ettore, il terreno sotto è molle. Se quel ramo cede…»

«Se aspettiamo, cede lei.»

Nessuno disse altro.

Tre uomini tennero la corda.

Ettore raggiunse il tronco, piantò lo stivale nel fango e iniziò a salire.

La cagnolina aprì gli occhi quando lo sentì avvicinarsi.

Occhi color miele.

Stanchi.

Nessun ringhio.

Nessun tentativo di mordere.

Solo uno sguardo che Ettore avrebbe ricordato per anni.

«Piano, bella.»

Il ramo ondeggiò.

«Piano. Non facciamo scherzi, né tu né io.»

La rete era stretta attorno al torace, alla pancia e alle zampe posteriori.

Più la cagnolina aveva provato a liberarsi, più i fili si erano serrati.

Ettore estrasse il coltellino.

Tagliò il primo nodo.

Poi il secondo.

Dovette sostenere l’animale con un braccio mentre recideva i fili uno per uno, perché bastava liberare la parte sbagliata perché precipitasse.

Dal basso Luigi gridò:

«Come sta?»

«Male.»

«Respira?»

«Sì.»

Ettore tagliò un’altra corda.

Il corpo dell’animale gli scivolò contro il petto.

Fu allora che sentì qualcosa.

Un movimento sotto la sua mano.

All’inizio pensò fosse un tremore.

Poi sentì un altro colpo.

E un altro ancora.

Ettore rimase immobile.

Posò il palmo sulla pancia gonfia.

La cagnolina contrasse l’addome.

«Madonna santa.»

«Che succede?»

Ettore guardò verso gli uomini sotto di lui.

«È incinta.»

Ci fu qualche secondo di silenzio.

Poi la cagnolina ebbe una seconda contrazione.

Ettore impallidì.

«No. È peggio.»

«Cosa?»

«Sta partorendo.»

La discesa sembrò durare un’ora.

In realtà furono pochi minuti.

Quando finalmente raggiunse terra, Ettore si tolse il vecchio giubbotto di pelle e ci adagiarono sopra la cagnolina.

Lei provò ad alzarsi.

Fece mezzo giro.

Crollò.

Ettore le mise una mano sotto la testa.

«Portiamola da un veterinario.»

La clinica più vicina era dall’altra parte di un ponte parzialmente danneggiato.

Chiamarono.

Nessuno poteva garantire che la strada fosse percorribile.

Così misero la cagnolina nel furgone delle provviste e telefonarono a una veterinaria del paese vicino.

La dottoressa, bloccata dalla piena dalla parte opposta della valle, cominciò a dare istruzioni al telefono.

Erano partiti da meno di dieci minuti quando Ettore sentì il corpo della cagnolina irrigidirsi.

Poi arrivò il primo cucciolo.

Piccolissimo.

Bagnato.

Immobile.

Ettore lo prese tra le mani.

Per un istante nessuno parlò.

La madre tentò di girare il muso verso di lui, ma era troppo debole.

«Non respira», disse Luigi.

La veterinaria urlava istruzioni dal vivavoce.

Liberare il muso.

Pulire delicatamente le vie respiratorie.

Asciugarlo.

Strofinarlo con un panno pulito.

Tenerlo caldo.

Ettore usò la fodera morbida del suo giubbotto.

Dieci secondi.

Quindici.

Venti.

Niente.

«Forza», mormorò.

La cagnolina fissava le sue mani.

Ettore continuò.

«Dai, piccoletto. Non farmi fare questa figura.»

Il cucciolo spalancò improvvisamente la bocca.

Emise un suono così piccolo che sembrava impossibile sentirlo sopra il motore del furgone.

Eppure lo sentirono tutti.

Luigi si girò verso il finestrino.

«Mi è entrata polvere nell’occhio.»

Nessuno gli fece notare che i finestrini erano chiusi.

La madre sollevò la testa.

Toccò il cucciolo con il naso.

Poi si lasciò ricadere sul giubbotto.

Quando arrivarono alla sede del motoclub, una vecchia autorimessa accanto alla piazza del paese, il secondo cucciolo stava già nascendo.

In meno di dieci minuti, il posto cambiò faccia.

Il banco da lavoro fu liberato.

Le chiavi inglesi finirono in un cassetto.

I contenitori d’olio vennero spostati.

Qualcuno portò asciugamani puliti.

Qualcun altro mise acqua tiepida in una bacinella.

La vecchia asciugatrice che usavano per gli stracci dell’officina venne accesa per scaldare le coperte.

Dodici uomini che normalmente litigavano sulla carburazione di motori vecchi si ritrovarono a camminare in punta di piedi.

Il secondo cucciolo nacque senza problemi.

Il terzo arrivò quindici minuti dopo.

Il quarto mise tutti in difficoltà.

La veterinaria li guidò al telefono mentre Ettore teneva la madre calma e Luigi, con una delicatezza che nessuno gli conosceva, aiutava come poteva.

La cagnolina ringhiò una sola volta.

Poi sentì il piccolo respirare e si tranquillizzò.

Il quinto era minuscolo.

Stava interamente tra le mani di Luigi.

Non emise alcun suono.

Luigi aveva sessant’anni e aveva riparato cambi e motori per una vita.

Era capace di capire cosa non funzionava in un’automobile ascoltando un rumore per tre secondi.

Ma davanti a quel cucciolo sembrava un bambino.

«Ehi.»

Lo strofinò piano.

«Non fare lo stupido.»

Niente.

«Dai.»

Una zampina si mosse.

Luigi inspirò bruscamente.

«Eccolo.»

Il cucciolo respirò.

Cinque.

Cinque cuccioli vivi.

Quando l’ultimo riuscì ad avvicinarsi alla madre, la cagnolina chiuse finalmente gli occhi.

Ettore si sedette a terra.

Aveva ancora addosso soltanto una maglietta sporca.

Il suo giubbotto era diventato una cuccia improvvisata.

«Che giornata del cavolo», disse.

Eppure sorrideva.

Dopo aver pulito il fango dal collare della cagnolina, trovarono una medaglietta d’ottone.

C’era inciso un nome.

Luna.

Sotto, un numero di telefono.

E un indirizzo.

L’indirizzo apparteneva a una delle zone più colpite dall’alluvione.

Il telefono risultava irraggiungibile.

Due ore più tardi Ettore e Luigi raggiunsero il quartiere.

La casa indicata sulla medaglietta aveva una parete lesionata.

Il cancello era piegato.

Nel giardino c’era una bicicletta da bambino impigliata nella rete metallica.

Sulla porta era stato applicato un cartello che vietava l’ingresso.

Una vicina stava spalando fango dal marciapiede.

Quando vide il collare nelle mani di Ettore, smise di lavorare.

«Quello è di Luna.»

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