Il pastore tedesco tornò trascinandosi nel fango, ma il suo sguardo verso il campo fece capire tutto

Il nostro pastore tedesco tornò trascinandosi sulle zampe anteriori, ma prima di farsi toccare mi costrinse a guardare verso il fosso

Nero non aveva mai rifiutato le mie mani.

Nemmeno quella mattina.

Eppure, quando mi inginocchiai nel fango per prenderlo tra le braccia, lui girò la testa, mi sfuggì e fissò ostinatamente il campo dietro casa.

Fu allora che capii che non era tornato per essere salvato.

Era tornato a cercare noi.

Nero era un pastore tedesco di sette anni, nero e fulvo, con un orecchio sempre leggermente piegato e una macchia grigia sotto il mento che negli ultimi mesi sembrava essersi allargata.

Non era un cane che faceva scene.

Una volta si era tagliato un cuscinetto durante una passeggiata sulle colline e aveva percorso quasi un chilometro con una zampa sollevata, guardandoci con l’aria offesa di un vecchio professore costretto a sopportare degli incompetenti.

Un’altra volta una vespa lo aveva punto vicino al cancello.

Aveva starnutito due volte, fissato la siepe con disprezzo e, per una settimana, aveva scelto di passare dall’altra parte del cortile.

Ma quel sabato mattina Nero stava trascinando tutto il peso del corpo con le sole zampe anteriori.

Le zampe posteriori non rispondevano.

Il pelo della pancia era incollato dal fango.

Sul prato, dietro di lui, restava una traccia scura mescolata alla terra bagnata.

Eppure continuava.

Un metro.

Poi un altro.

Poi ancora.

Come se avesse un compito da terminare prima di potersi permettere di crollare.

Io ancora non sapevo quale.

Abitavamo ai margini di un piccolo paese dell’Emilia, in una di quelle strade dove le ultime villette lasciano improvvisamente spazio ai campi, ai fossi e alle vecchie case coloniche.

Dietro il nostro giardino c’era un terreno incolto.

Più avanti, un canale di scolo correva accanto a una stradina provinciale.

Dalla finestra della cucina sembrava poco più di una riga marrone tra l’erba.

Mia nipote Sofia lo chiamava “il fiume”.

Aveva sei anni.

Era minuta, instancabile, con due occhi scuri che sembravano accorgersi di tutto.

Sofia viveva con noi da quasi due anni.

Mia figlia Chiara, sua madre, lavorava in città e attraversava un periodo difficile dopo una separazione che le aveva tolto più energie di quante volesse ammettere.

Così io e mio marito Paolo avevamo ricominciato, a sessantadue anni, con merende, grembiulini, febbri notturne, recite scolastiche e scarpe lasciate in mezzo al corridoio.

Dicevo spesso che non ero più giovane per certe cose.

Poi Sofia mi prendeva la mano.

E io smettevo di dirlo.

Quella mattina era uscita in giardino con un impermeabile giallo e un paio di stivaletti viola.

Aveva costruito una barchetta di carta usando lo scontrino della spesa.

Sul fianco aveva disegnato una stella con un pennarello.

«Nonna, vado a vedere se galleggia.»

«Solo vicino alla recinzione.»

«Nero viene con me.»

Quella frase mi aveva tranquillizzata.

Troppo.

«Cinque minuti.»

«Va bene.»

Nero le era andato dietro.

Con lui accanto, Sofia mi sembrava sempre al sicuro.

Era questa la certezza che mi avrebbe tormentata per mesi.

Dieci minuti dopo, la casa diventò improvvisamente troppo silenziosa.

Poi sentii raschiare.

Un rumore lento.

Irregolare.

Come qualcosa di pesante trascinato sul cemento del vialetto.

Mi voltai.

Nero era a metà del prato.

Il collare gli pendeva storto.

Agganciato all’anello di metallo c’era un pezzetto di stoffa gialla.

Uscii senza nemmeno infilarmi le scarpe.

«Nero!»

Lui alzò gli occhi verso di me.

Fece un verso basso, quasi soffocato.

Gli corsi incontro.

Quando allungai le mani, girò la testa.

«Fermo, amore. Fermo. Ti prendo io.»

Niente.

Provò invece a ruotare il corpo.

Non verso casa.

Verso il campo.

Paolo uscì sulla porta.

«Madonna santa… che gli è successo?»

Nero fece ancora quel verso.

Poi guardò oltre di noi.

Verso il fosso.

E in quel momento sentii qualcosa.

Lontano.

Debole.

Metallico.

Un tintinnio.

Mi si gelò il sangue.

Sofia portava al collo un piccolo fischietto.

Glielo aveva regalato mio padre anni prima.

«Se vai in giardino, lo tieni sempre con te», diceva.

Mio padre si chiamava Vittorio.

Era morto da tre anni.

Per tutta la vita aveva aiutato volontariamente nelle ricerche di persone disperse tra boschi e colline. Nulla di eroico come nei film. Uomini normali, scarponi infangati, termos di caffè e cani addestrati a non arrendersi.

Era stato lui a insegnare a Nero un piccolo gioco.

Un gioco che avevamo dimenticato.

Ma Nero no.

Guardai il pezzo di impermeabile giallo sul suo collare.

Guardai Paolo.

«Sofia.»

Non servì altro.

Corremmo.

Attraversammo il cancello sul retro seguendo la traccia lasciata da Nero.

Il terreno era molle.

L’erba ci arrivava alle caviglie.

Paolo era davanti.

Io dietro, con il cuore che batteva così forte da farmi male alle tempie.

«Sofia!»

Nessuna risposta.

Poi ancora quel tintinnio.

Più debole.

A metà campo trovammo la barchetta.

Era incastrata tra le erbacce.

La carta si era aperta per l’acqua.

La stella viola era diventata una macchia.

Poco oltre c’era uno stivaletto.

Viola.

Sdraiato su un fianco vicino al canale.

Fu in quel momento che smisi di sentire le gambe.

«Paolo…»

Lui non rispose.

Scese lungo l’argine.

Il fosso che dalla cucina sembrava una sciocchezza, dopo due giorni di pioggia era diventato un corso d’acqua sporca e veloce.

Le sponde erano lisce.

La terra cedeva sotto i piedi.

Poi la vidi.

Una manina uscì tra le radici.

Si mosse una volta.

«SOFIA!»

Paolo si buttò giù.

Io scivolai sulle ginocchia.

Sofia era rimasta bloccata in un groviglio di radici dove il canale faceva una curva.

Parte dell’impermeabile era impigliata a un ramo.

Il viso era pallidissimo.

Una mano stringeva ancora la cordicella del fischietto.

L’altra cercava qualcosa nell’acqua.

«Nonna.»

Una voce piccolissima.

Ma viva.

Paolo afferrò una radice con una mano e cercò di raggiungerla con l’altra.

«Non muoverti, tesoro.»

«Ho freddo.»

«Lo so.»

«Nero è andato a casa.»

Quella frase mi attraversò come un coltello.

Paolo riuscì a prenderla sotto le braccia.

L’impermeabile si strappò.

Per un secondo l’acqua li spinse entrambi di lato.

Mi buttai all’indietro tenendo Paolo dalla cintura.

Sentii il fango infilarsi sotto le unghie.

«Tienila!»

«Ce l’ho!»

La tirammo su.

Sofia mi finì addosso tremando come una foglia.

La strinsi.

Non ricordo cosa le dissi.

Forse il suo nome.

Forse niente.

Le baciai i capelli pieni d’acqua e terra.

Il polso sinistro era gonfio.

Aveva piccoli graffi sul viso.

Ma respirava.

Respirava.

Pochi minuti dopo arrivarono i soccorritori.

Una vicina aveva visto Nero trascinarsi sul prato e aveva chiamato aiuto.

Un altro vicino ci aveva visti correre verso i campi e ci aveva seguito con coperte e asciugamani.

In pochi minuti quella parte di campagna che di solito sembrava dimenticata da tutti si riempì di persone.

Qualcuno prese Sofia.

Qualcuno mi mise una coperta sulle spalle.

Qualcuno tornò indietro verso Nero.

Sofia venne portata in ospedale per il freddo, il polso e i controlli.

Io andai con lei.

Paolo rimase con il cane.

Durante il tragitto continuavo a ripetermi una cosa.

Abbiamo trovato Sofia.

È viva.

Abbiamo fatto in tempo.

Pensavo che fosse finita.

Che quella fosse stata la nostra paura più grande.

Poi Paolo mi telefonò dalla clinica veterinaria.

Non riusciva quasi a parlare.

«Lucia…»

«Come sta Nero?»

Silenzio.

«Paolo.»

«Ha entrambe le zampe posteriori fratturate.»

Mi appoggiai al muro del corridoio.

«Come?»

«Non lo sanno ancora.»

Sofia dormiva sotto una coperta termica.

Io guardavo quel visino finalmente tranquillo e cercavo di costruire una spiegazione che riuscissi a sopportare.

Pensai che Nero si fosse ferito dopo la caduta di Sofia.

Che magari fosse corso verso casa e un veicolo l’avesse investito.

Era terribile.

Ma almeno aveva una logica.

Qualche ora dopo, arrivò un’agente con il secondo stivaletto di Sofia dentro una busta.

Non era stato trovato vicino all’acqua.

Era stato trovato accanto alla strada.

Molto più indietro.

Sul tacco c’era fango.

Sulla punta una polvere scura.

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